Graziano Delrio (Sette – aprile 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 18 aprile 2014)
C’è un momento esatto in cui i due capiscono che il loro dado è tratto. Siamo nel 2011, anno in cui si elegge il nuovo presidente dell’Anci. Il candidato ufficiale del Pd, quello voluto dal segretario Bersani e dall’apparato del partito, è Michele Emiliano, primo cittadino di Bari. Matteo Renzi e Graziano Delrio, sindaci di Firenze e di Reggio Emilia, entrambi ex popolari cresciuti in territorio rosso, decidono di dare l’assalto alla trincea degli ex Ds. Vincono di misura. E da quel momento diventano un asse. Passano tre anni ed eccoli insieme a Palazzo Chigi. Renzi nella stanza del premier, Delrio in quella di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Andrea Garibaldi sul Corriere ha azzardato il parallelo calcistico: «Renzi attacca lo spazio, Delrio si occupa della regia difensiva».
Delrio non fa parte, come Boschi, Lotti e Carrai, del Lampredotto Magico, la cerchia viola del presidente del Consiglio. È sempre al suo fianco, ma non è un gregario. Quando gli si chiede se è renziano, scherza: «No, sono Graziano». Gli amici e i parenti lo chiamano Cido. Il soprannome glielo diede il padre ispirandosi al Cid Campeador, il condottiero spagnolo dell’XI secolo.
Cinquantatré anni, medico endocrinologo, cattolico militante, ha nove figli. Una quantità tale da imporre una domanda: è neocatecumenale? Risposta secca: «No». A Stefania Rossini che sull’Espresso gli chiese se il numero di figli aveva a che fare con la fede, disse: «Certo. Ma c’è da dire che io e mia moglie Annamaria abbiamo vissuto il nostro amore in modo molto passionale». Ora dichiara: «Sono solo un modesto cristiano». E frequenta una parrocchia ad alto tasso simbolico. Il parroco è Giuseppe Dossetti junior, nipote del Dossetti leggendario padre costituente democristiano, di cui Delrio è seguace ideale: «Era un grande riformista». Provoco: Dossetti sta a lei come De Gasperi sta a Renzi? Replica: «Non paragoniamo i nani con i giganti».
Voi “nani” state cercando di cambiare la Costituzione e dovete far risollevare l’Italia dalla crisi.
«Il Paese ha bisogno di una svolta. E questa potrebbe essere l’occasione per la più grande stagione riformista dopo quella che inaugurarono De Gasperi e Dossetti nel Secondo Dopoguerra».
Da sinistra vi accusano di “deriva autoritaria”.
«È una critica priva di fondamento. Negli ultimi anni lo spazio di partecipazione democratica si è ridotto. Prima Berlusconi e ora Grillo hanno puntato sull’illusione che la democrazia si legittimi attraverso l’emotività popolare».
Anche Renzi si rivolge direttamente ai singoli cittadini, con una comunicazione emotiva.
«Lo fa da sindaco che ha vissuto in mezzo ai suoi cittadini. Il nostro obiettivo non è fare le riforme per comandare meglio. Noi vogliamo far funzionare la democrazia. Uno Stato efficiente e dei partiti che prendono decisioni, che si assumono impegni e che li rispettano, riacquistano legittimità e diminuiscono le distanze che si sono create tra il popolo e le istituzioni».
Legittimità. Siete a Palazzo Chigi senza essere passati dalle urne.
«Renzi ha avuto una forte legittimazione con le primarie. Il governo Letta aveva fatto tutto il possibile. Ma dovevamo accelerare. Sia con Bersani sia con Letta siamo stati leali».
Sicuro? Letta non l’ha presa bene.
«Mi sembra normale. La vita a Palazzo Chigi è un film: si incontrano Capi di Stato… È umano restarci male se di colpo sparisce tutto. Ma dal punto di vista politico Matteo non è stato sleale. È stato impaziente».
Renzi e il mito della velocità.
«Presto sapremo se la nostra velocità è la medicina giusta per il Paese».
Lei quando ha conosciuto Renzi?
«L’ho conosciuto all’Anci, durante le riunioni dei sindaci. E mi ha sempre incuriosito».
Per quale motivo?
«Tra me e Matteo c’è la stessa differenza che esiste tra la fisica newtoniana, funzionante ma prevedibile, e la fisica quantistica. Lui fa politica quantistica. Introduce un elemento di imprevedibilità legata all’individuo che è importantissimo, anche se ogni tanto ti manda al manicomio».
È vero che quando Renzi la chiama sul display del suo telefono compare la scritta Mosè?
«Non posso negarlo, eheh».
Gli dà una bella responsabilità.
«Mosè porta il suo popolo fuori da una condizione opprimente e allo stesso tempo rassicurante».
Continui la metafora biblica.
«L’Egitto da cui gli italiani devono uscire è la loro forma mentis: pensare di trovare un posto solo se si ha un padrino politico».
È vero anche che quando lei chiama Renzi sul display del telefono del premier compare il nome Ietro?
«Sì. Ietro è il suocero di Mosè. È quello che gli fa notare che non può fare tutto da solo. Ietro è saggio e distaccato dal potere, osserva Mosè e il suo carico di responsabilità e gli dice: “Da solo non ce la puoi fare. Cerca qualcuno di cui ti fidi e delega”».
Fiducia. Dovete temere di più le resistenze di Grillo e di Berlusconi o quelle interne al Pd?
«Temo la nostra incapacità di essere bravi. Quanto alle resistenze interne, cito Camillo Prampolini, socialista della mia terra: “Uniti siamo tutto, divisi siamo nulla”».
La sua terra. Lei è cresciuto nella Reggio Emilia rossa.
«I miei nonni sono stati seppelliti sulle note dell’Internazionale. Mio padre era muratore e del Pci. Io, come tutti, da ragazzino distribuivo l’Unità».
Poi…
«Dove andavo a scuola, a Rosta Nuova, era stata costruita una grande biblioteca e una giovane professoressa delle medie, Luisa, mi introdusse al piacere della lettura e, con il Vangelo, alla sensibilità cristiana».
Si è mai iscritto alla Fgci, la Federazione dei giovani comunisti?
«I partiti tradizionali a metà anni Settanta non avevano grande appeal per chi aveva forti aspirazioni egualitarie».
Parliamo del Pci e della Dc?
«Rappresentavano l’ordine e il potere. In quel periodo ero anarco-cristiano».
Un po’ bombarolo?
«No. Avevo, e ho, grande attenzione alla responsabilità individuale. Ho cominciato a fare politica attiva solo nel 1999».
Nel 2000 è stato il più votato dei Popolari alle Regionali in Emilia Romagna.
«Accettai la proposta di Pierluigi Castagnetti di candidarmi solo perché mi ero preso due settimane di ferie dopo una brutta delusione».
Che tipo di delusione?
«C’era un concorso per una cattedra. Tutti davano per scontato che fossi il candidato ideale. Ma alla fine… prevalse il sistema italico delle raccomandazioni e venni scavalcato».
Quindi è entrato in politica mosso da furia contro la casta accademica?
«No, la vendetta non è un sentimento che mi appartiene».
È stato in Regione quattro anni. E nel 2004 è stato eletto sindaco.
«La direzione dei Ds di Reggio Emilia in realtà non mi voleva. Votarono contro di me in 145 su 146».
C’era da capirli: un medico cattolico, ministro dell’Eucarestia che portava la comunione negli ospedali, piazzato alla guida della città più rossa d’Italia!
«Un intruso. Ma passò la linea dei vertici nazionali: era un’operazione che investiva sul futuro».
Il suo orgoglio da sindaco si è visto durante lo scontro/show delle consultazioni con Grillo. Il leader del M5S accusava Renzi di non essere credibile. E lei ha sbottato: «Hai davanti tre sindaci, dai».
«Grillo parla di raccolta differenziata. Per me non è uno slogan. Ho fatto per molti anni il porta a porta per convincere gli anziani di Reggio Emilia che erano contrari. Fare il sindaco vuol dire vivere la politica del confronto reale».
Quando lei ha cominciato a fare politica, nel 1999, ha smesso di fare figli.
«Avevo 40 anni e ne avevo nove. Odio un po’ la politica proprio perché mi ha sottratto ai miei figli».
Il primo lo ha avuto a venti anni. Allora era studente di medicina. Come si manteneva?
«Giocando a calcio. Sono arrivato in Eccellenza. Essendo anarchico ero anche proprietario del mio cartellino».
Una volta ha detto: «Lo sport è un’infrastruttura culturale del Paese».
«Chi può negarlo?».
La leggenda vuole che fece dei provini per andare all’Inter e al Milan.
«Da ragazzino ero molto bravo».
Ruolo?
«Libero coi piedi buoni. Ho giocato nella rappresentativa regionale».
È vero che la chiamavano “il metronomo di Montecavolo”?
«Eheh. Fino ai miei quarantatré anni ho giocato tre volte a settimana. Poi mi sono scoppiate due ernie al disco».
Si dice che Renzi non sia un fenomeno sul campo da calcio.
«Ma pensa di essere molto capace».
Lei per quale squadra tifa?
«Inter».
In famiglia siete 11 come una squadra di calcio. Sa recitare la formazione dei suoi figli?
«Emanuele, Elisabetta, Luca… Sara, Michele, Benedetta… Maria Chiara, Teresa, Giovanni. Le date di nascita le so, ma non me le chieda, perché potrei confondermi».
Coi quattro maschi potreste fare una squadra di calcio a cinque.
«Li ho allenati tutti in cortile, ma non abbiamo mai giocato insieme contro degli avversari. Giovanni, il più piccolo, promette bene».
E’ vero che uno di loro fa l’arbitro?
«Michele. Un po’ negato nel gioco, ma ha grande personalità. Ed è un militante renziano della primissima ora».
Gli altri?
«Mi sostengono tutti. Ma una delle ragazze mi ha detto che le sta simpatico Casini. E il più grande guarda alla sinistra del Pd».
In famiglia si parla molto di politica?
«Sì. Purtroppo sto poco in casa, ma quando ci sono cerco di ascoltare bene che cosa pensano. Sono loro che mi hanno fatto capire che sulla lotta ai costi della politica dovevo mediare meno e seguire il modello quantistico di Renzi. Dieci persone sono un buon panel con cui confrontarsi».
Vita in undici sotto lo stesso tetto.
«Ora non siamo più undici. Una delle figlie si è appena sposata, Emanuele si è trasferito a Milano, ha frequentato l’Istituto Europeo di Design e ora fa il fotografo… Comunque il segreto per una convivenza affollata e vivibile è… mia moglie».
Un sergente di ferro, ordine&disciplina?
«Fa sentire tutti importanti. Un gruppo di individui responsabili. La vita comunitaria ovviamente è fatta anche di doveri verso gli altri. Le mie figlie sanno tutte stirare. Hanno turni settimanali perché ci sono montagne di biancheria. Si alternano anche in cucina. E tutti badano all’ordine e alla pulizia delle loro camere. I maschi sono più indisciplinati».
Hanno compiti particolari?
«Michele provvede a prendere l’acqua dalla fontana pubblica».
Una scena che sembra uscire dal telefilm La casa nella prateria.
«Le fontane di acqua pubblica le abbiamo realizzate in collaborazione col sindaco di Piacenza. È un luogo d’incontro e si risparmiano molte bottiglie di plastica. Ho una cultura ambientale un po’ maniacale».
Quanto costa mantenere una famiglia di undici persone?
«Tanto. Ogni spesa al supermercato riempie almeno due carrelli. Regali morigerati, pochissime cene fuori e gran riciclo di vestiti con qualche aiuto da parte del vicinato. Soprattutto da giovani abbiamo fatto una vita un po’ tirata».
Riti familiari.
«La lettura serale. L’attività più frequente degli ultimi trent’anni della mia vita è stata leggere le fiabe di Italo Calvino ai miei figli. Ogni sera una diversa».
Le è capitato di leggere favole a tutti e nove contemporaneamente? Tra il primo e l’ultimo ci sono 14 anni di differenza.
«Ho avuto gruppi di clienti differenziati nel tempo. I più grandi a un certo punto mi hanno invitato a “non rompere i maroni”. Diciamo che erano quattro/cinque alla volta».
Lei ha nove figli. Alcune coppie non riescono ad averne. Da medico cattolico, è favorevole o contrario alla fecondazione eterologa?
«Non me la sento di rispondere con una battuta a questa domanda».
È favorevole a introdurre in Italia un testamento biologico degno di questo nome?
«Anche per questo argomento servirebbe un’intervista ad hoc».
La faremo. Intanto alcuni italiani emigrano in Spagna per far nascere i loro bambini. In Svizzera per far morire i loro anziani… È il turismo dei diritti.
«Non so se è un diritto per una donna avere un bambino a sessant’anni. Di sicuro su questi argomenti si dovrebbe aprire un dibattito serio, approfondito e non ideologico».
Lei è favorevole ai matrimoni gay?
«Sono contrario a usare la parola matrimonio, ma sono favorevole alle unioni civili».
Pensa che con una maggioranza che comprende Alfano e Casini riuscirete ad approvarle?
«Credo di sì. Istituire le unioni civili alla tedesca sarebbe un segno di grande civiltà».
Lei è sposato da trentuno anni. Sua moglie ha partorito nove figli…
«E diventa sempre più bella».

Vittorio Zincone
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