Gianpaolo Trevisi (Sette – aprile 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 4 aprile 2014)
Fa il poliziotto da vent’anni a Verona, comune ad altissimo tasso leghista, e ha scritto un libro che è un monumento all’integrazione. Gianpaolo Trevisi, quarantaquattro anni, direttore della Scuola di Polizia di Peschiera del Garda, non ama parlare di politica, ma pensa che sarebbe meglio se alcuni dei nostri legislatori, prima di aprire bocca per dare fiato a qualche urlaccio xenofobo, ascoltassero le storie degli immigrati che arrivano in Italia. Lui ne ha raccolte una ventina nel libro Fogli di via (Emi) e a tutte ha regalato un finale onirico: c’è il ragazzino che non può giocare a pallone perché il padre non ha il permesso di soggiorno, c’è il delinquente clandestino in attesa di trapianto che senza documenti non ha scampo e c’è l’extracomunitario che si uccide perché la Questura non ha concesso alla sua famiglia di raggiungerlo in Italia, a causa di un appartamento a cui mancano cinque metri quadri per ottenere l’idoneità.
Trevisi si è occupato per sette anni di immigrazione. Non ama lo snobismo dei passanti nei confronti degli ambulanti e da tecnico considera il reato di clandestinità introdotto dalla Bossi-Fini un moltiplicatore di carte da Tribunale.
Siamo coetanei e ci diamo del tu. Lui parla con lieve cadenza romanesca e sfotte il burocratese poliziottesco fatto di espressioni come “rendere edotto” e “per doverosa conoscenza”.
Il suo racconto-simbolo si chiama L’Africa nel cassonetto: storia di un senegalese che, beccato dalla Polizia con una busta di merce contraffatta, si getta in un cassonetto. L’agente che lo insegue scopre che quel cassonetto porta in Africa. E viene risucchiato anche lui nel Continente Nero. Lì si ritrova nel villaggio poverissimo del senegalese, conosce sua moglie e i figli che ha lasciato per cercare fortuna in Italia. Trevisi chiosa: «Tutti dovrebbero fare qualche viaggio nel cassonetto prima di dare giudizi. Quando presento il libro nelle scuole lo dico anche ai ragazzi».
I giovani italiani e l’immigrazione…
«Mi è capitato più di una volta che mi chiedessero: perché non mettete le mitragliatrici sulle spiagge di Lampedusa?».
E che cosa hai risposto?
«Gli ho raccontato le storie dei molti immigrati che lasciano i loro cari e viaggiano per settimane per raggiungere l’Italia».
Quando muoiono durante il viaggio sulle zattere stracolme di disperati, la vulgata razzista suona così: «Se la sono cercata».
«La vulgata civile dovrebbe chiedersi: e perché se la sono cercata? Spesso le persone che accedono ai barconi sono dei prescelti. Uomini a cui le famiglie affidano un piccolo patrimonio per cercare fortuna in Europa».
In Europa queste persone trovano spesso sfruttamento e lavori sottopagati.
«So di storie che assomigliano a quella del film premio Oscar 12 anni schiavo. Ma ci sono anche esempi felici. Il mio amico Hagid, cingalese, ha cominciato a Verona come cameriere, poi si è messo a far traslochi e ora è tornato in Sri Lanka e ha aperto un bar».
È stato fortunato. Hai visto le immagini della disinfestazione degli immigrati, nudi e al freddo, nel Centro di prima accoglienza di Lampedusa?
«Una scena indegna, che non ti aspetti, in Italia e nel 2014».
Ti è mai capitato di assistere a maltrattamenti di immigrati clandestini da parte di tuoi colleghi?
«Non atteggiamenti eccessivamente violenti».
Stai facendo la parte del poliziotto buono che ogni tanto chiude un occhio di fronte all’ambulante clandestino?
«No. Non ho mai chiuso un occhio in servizio. Ma è vero che durante certi servizi notturni, se incontri dei poveracci sporchi di calcinacci che dormono sfiniti in una baracca, ti comporti in maniera diversa rispetto a quando becchi un immigrato con indosso vestiti griffati che alle 11 di mattina ancora dorme perché ha trascorso la notte rubando».
Stato e violenza. Gli agenti che hanno picchiato a morte Federico Aldrovandi sono tornati in servizio. È giusto o andavano cacciati dalla Polizia di Stato?
«Come uomo, padre e poliziotto sono molto vicino al dolore della signora Aldrovandi. Credo nella Giustizia e i nostri provvedimenti disciplinari devono basarsi sulle condanne passate in giudicato, sul nostro regolamento di disciplina e sui tristi precedenti».
Che cosa pensi quando leggi su un muro la scritta ACAB, All Cops Are Bastards?
«Quella sigla fa male. Dobbiamo evitare che i nostri comportamenti facciano incrementare il numero delle persone che ci odiano a priori. E dobbiamo lavorare su noi stessi per abbattere questi pregiudizi».
Nei tg capita di vedere immagini di poliziotti e carabinieri che manganellano anche persone inermi.
«Sono cose che non dovrebbero accadere. Mai».
Per evitarlo basterebbe poter individuare i responsabili, magari piazzando un numero sul loro casco, e punirli.
«Non giustifico nulla. Ma bisogna anche mettersi nei panni di chi svolge certi servizi. Ci si ritrova con un gruppo di ultrà da una parte, uno dall’altra… O con manifestanti molto ostili. Gli agenti non vanno in piazza per menare. E spesso non vedono l’ora di tornare a casa, in famiglia. Io con i ragazzi della Scuola sono molto chiaro».
Cioè?
«Gli dico che la differenza tra un manifestante e noi sta proprio nel non dare mai una manganellata di troppo. Se un agente colpisce una persona inerme, smette di essere e di rappresentare lo Stato».
Hai mai rischiato la vita?
«No. Ma un paio di colleghi di cui ero molto amico sono morti in servizio. Ci sarei potuto essere io».
Hai sempre desiderato fare il poliziotto?
«Mio padre era militare, mia madre insegnante. Dopo il liceo mi sono iscritto all’Accademia di Polizia. Ma se non avessi passato subito il test d’ingresso avrei studiato lettere».
I primi incarichi?
«All’inizio ho fatto moltissimo ordine pubblico negli stadi».
Ora sei poliziotto e scrittore.
«Qualche anno fa inviai un mio racconto alla rivista Polizia Moderna. Lo pubblicarono e allora decisi di scriverne altri. Passo le notti davanti al pc».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Vengo accusato di essere buonista. Ogni tanto esagero nel voler accontentare tutti».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Entrare in Accademia. E incontrare mia moglie Tea. È una vice dirigente della Digos».
Hai un clan di amici?
«Uno su tutti: Pietro Martinelli, lavora per la Fandango».
A cena col nemico?
«Farei una bella tavolata con i telespettatori del Grande Fratello. Per capire come fanno a guardare quella roba».
Tu che cosa guardi in tv?
«Registro i film su MySky e me li guardo dopo aver messo a letto mia figlia Dalia».
Nelle serie tv italiane i poliziotti e i carabinieri sono sempre dei simpaticoni. Negli Stati Uniti la Tv ha il coraggio di rappresentare anche la corruzione e la violenza delle forze dell’ordine.
«Non credo che ci sia dietro una scelta politica. Ma visto che nei talk show come Porta a porta si mostrano tutti gli orrori possibili con tanto di plastici, forse non è un male che le fiction siano più rassicuranti».
Il film preferito?
«L’attimo fuggente con Robin Williams. Grande poesia».
Il libro?
«Ho letto almeno otto volte Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci. E poi ho una collezione di volumi del Piccolo Principe. Ne ho anche in romanesco. E un’edizione minuscola che tengo in macchina per i tempi morti».
La canzone?
«Francesco De Gregori è la mia passione. Cito spesso Il bandito e il campione: “Cercavi giustizia e trovasti la legge”. Le due cose spesso non coincidono».
De Gregori, citando Bertolt Brecht, ha cantato pure “Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti, rubando?”.
«Io sto sempre dalla parte degli onesti. Ma se proprio dovessi scegliere non avrei dubbi: starei dalla parte di chi ruba nei supermercati».
Quanto costano sei uova?
«Faccio la spesa, ma non conosco tutti i prezzi».
Conosci i confini della Libia?
«L’Algeria, la Tunisia…».
L’articolo 12 della Costituzione?
«Non lo ricordo».
È quello che descrive il Tricolore…
«Lo vedo alzarsi ogni mattina, mentre cantiamo l’Inno con gli studenti di Peschiera del Garda. Forse si dovrebbe cominciare a parlare di più del Tricolore, dell’Inno e del senso dello Stato sin dalle scuole medie».

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