Sergio Fabbrini (Sette – marzo 2014)

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(Intervista pubblicata il 14 marzo 2014 su Sette – Corriere della Sera).
A un certo punto, mentre stiamo parlando di come si dovrebbe comportare un leader, dice: «Vorrei che gli studenti uscissero dalle mie lezioni con  un modo di pensare alla Olof Palme». Il premier svedese socialdemocratico? «Dava appuntamento ai suoi collaboratori sulla pista ciclabile. Cominciava le riunioni pedalando. Faceva una vita normale. E, soprattutto, considerava la politica un servizio». Sergio Fabbrini, politologo, ha insegnato a Berkeley e ad Harvard ed è il direttore della School of Gorvernment della Luiss: «Insegniamo a centinaia di studenti come si governano le istituzioni e le politiche». Ha 65 anni, è velista e maratoneta. L’intervista si svolge nel suo studio, in una palazzina di Roma Nord. Parla svelto e nelle frasi infila spesso parole inglesi: responsability, accountability, shortlist… Spiega: «In Italia non si riesce a fare una distinzione netta tra policy e politics. Anzi, in Italia ci si occupa solo di politics: le contrapposizioni elettorali. E mai di policy: i provvedimenti su cui spesso sarebbe bene trovare un accordo tra avversari».
Fabbrini è favorevole all’abolizione del valore legale della laurea: «Perché se tutti i pezzi di carta valgono allo stesso modo è impossibile valutare chi è bravo davvero». E considera dannose le mediazioni estenuanti della nostra politica: «Solo in Italia un leader cade per non aver preso delle decisioni. È successo a Letta. Probabilmente avrebbe fatto meglio a proporre delle riforme necessarie e impopolari. La mediazione non può essere il fine. Bisogna anche rischiare». Quando nomino il nuovo premier, Matteo Renzi, il professore sorride: «Lo dico da analista: è diverso da tutti i precedenti leader di centrosinistra, lo stanno sottovalutando».
Da analista. In che modo è diverso?
«È giovane, non ha debiti da pagare, ha una buona scorta di cinismo post ideologico ed è esterno all’establishment».
L’establishment gli remerà contro?
«Renzi troverà delle resistenze. E dovrà costruirsi un suo anti establishment. Come ha fatto Obama che ha scelto le persone migliori di cui circondarsi, per esempio agganciando i Kennedy, che prima sostenevano Hillary Clinton…».
C’è chi parla di Renzusconi, sottolineando le similitudini tra Renzi e Berlusconi.
«Lo fanno i maligni per dire che sono pessimi allo stesso modo. In realtà sia il primo Berlusconi sia Renzi utilizzano un discorso retorico molto simile. In una società destrutturata, spesso disorientata, si rivolgono ai singoli cittadini».
Per il centrosinistra è una novità.
«Decisamente. È la base della comunicazione di Obama: lui racconta di sé, delle sue conversazioni con la moglie Michelle… Costruisce un rapporto personale tra leader e cittadino. In Italia queste tecniche vengono fraintese. Renzi è considerato superficiale: colpa del vecchio élitismo partigiano».
Partigiano?
«Il bene e il male valutati a seconda delle appartenenze. Renzi ora verrà messo alla prova».
Nei prossimi mesi verranno nominati molti manager di grandi aziende partecipate dallo Stato: Eni, Enel…
«Il premier dovrebbe procedere come si fa per trovare un professore nelle università americane: una call, una chiamata, internazionale, una valutazione trasparente dei curricula in corsa e una spiegazione pubblica della scelta fatta».
Sta ipotizzando un manager straniero alla guida dell’Eni?
«E perché no? La Banca d’Inghilterra è stata governata da un canadese. La cosa importante è il metodo. Lo stesso che si dovrebbe usare per tutte le nomine pubbliche».
Renzi ha detto che vuole de-burocratizzare il Paese.
«Fossi in lui partirei proprio rinnovando i vertici dei ministeri. Bisogna selezionare manager competenti che stiano lì per un tempo limitato. Si deve rompere il conflitto di interessi dei consiglieri di Stato piazzati nei ministeri il cui operato è giudicato… dal Consiglio di Stato. E poi è necessario approdare a uno dei principi fondamentali della cultura liberale».
Quale sarebbe?
«La responsabilità individuale. Nessuno deve avere la certezza a vita del proprio ruolo».
Sta parlando della licenziabilità dei dirigenti pubblici?
«Sto parlando di accountability: la capacità e la necessità di rendere conto del proprio operato».
Si spieghi meglio.
«Qualche settimana fa il ministro dell’Economia disse che era necessario tagliare 130 euro dallo stipendio degli insegnanti. Poche ore dopo, la proposta è stata ritirata. Bene, il dirigente che ha avuto quell’idea e che ha sfornato quella cifra chi è? È ancora al suo posto? L’inamovibilità premia gli incapaci, non i molti funzionari preparati. Invece di una società meritocratica, ne abbiamo costruita una mediocratica».
Mediocracy.
«Quando nessuno rende conto delle proprie azioni si finisce allo sbaraglio. La sinistra su questo punto ha delle responsabilità».
Perché?
«Perché ha difeso un sistema protezionistico in cui chi fa poco riesce a mantenere i suoi privilegi. È il frutto avvelenato di un egualitarismo ottocentesco».
È contrario all’egualitarismo?
«Sono contrario alle posizioni di rendita, grandi o piccole che siano. Le società liberali sono aperte. Oggi non c’è solo la contrapposizione tra classi sociali, o quella tra ricchi e poveri. C’è anche un conflitto tra insider e outsider. È risolvendo quel conflitto che si sblocca l’ascensore sociale. Glielo dice il figlio di due operai».
Lei come si è formato? Che studi ha fatto?
«Mio padre è stato partigiano. Quando gli dissi che lasciavo Pesaro per andare a Trento mi ricordò che per dare a tutti l’occasione di studiare era morta tanta gente durante la Resistenza».
Lei era a Trento nel 1969.
«Per studiare le moderne scienze sociali».
La facoltà di Sociologia era una fucina di contestazioni.
«Aderii al Movimento Studentesco, ma l’omicidio Calabresi cambiò tutto. In quegli anni si formò una generazione arrabbiata, ma intellettualmente provinciale. Il Paese era chiuso, ma l’antagonismo non contribuì ad aprirlo. La cultura liberale era sconosciuta».
A cena col nemico?
«Con Angela Merkel. Ha una logica, un’integrità e una coerenza apprezzabili, ma non condivido le politiche di austerità. Sono sbagliate anche dal punto di vista tedesco».
Perché?
«La Germania è Paese egemone, ma non ha una cultura dell’egemonia, che prevederebbe di tutelare gli interessi di tutti, non solo i propri».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Avrei voluto confrontarmi meglio con mio padre. Ma avere a che fare con uno stalinista non era facile».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Partire per gli Stati Uniti, nel settembre del 1981. Lì mi accorsi che il mondo era più grande di quel che immaginavo».
Che cosa guarda in tv?
«Nulla. Al massimo qualche film».
Il film preferito?
«L’ultimo dei Mohicani con Daniel Day-Lewis. L’ho visto più di una volta con i miei figli».
La canzone?
«Un pezzo qualsiasi di B.B. King».
Il libro?
«La democrazia in America di Alexis de Tocqueville».
Il libro che ogni studente dovrebbe leggere?
«La scienza come professione di Max Weber: la cattedra non è dei profeti. Weber spiega anche come gli intellettuali debbano saper andare controcorrente».
Sa quanto costano sei uova?
«Le butto nel carrello senza controllare il prezzo».
Conosce i confini dell’Ucraina?
«Russia, Polonia…».
L’articolo 12 della Costituzione?
«Non lo ricordo».
È quello che descrive il Tricolore.
«Per troppo tempo la nostra classe dirigente ha avuto poca consapevolezza del proprio Paese. E senza quella non si può essere buoni europei».

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