Laura Olivetti (Sette – ottobre 2013)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 25 ottobre 2013)

Nell’Italia dei giovani precari, dei manager che delocalizzano le aziende, degli evasori fiscali seriali e delle donne costrette a scegliere tra lavoro e maternità, la storia di Adriano Olivetti, oltre che da un’epoca lontana, sembra venire da un altro pianeta. Olivetti diceva che nessun dirigente doveva guadagnare più di dieci volte quel che entrava nelle tasche di un dipendente col salario minimo. Costruiva asili per i figli dei suoi operai e metteva a disposizione dei lavoratori case, ambulatori medici, biblioteche, cinema e sale da concerto. Le neo-mamme avevano diritto a nove mesi di maternità a stipendio pieno. Le pareti delle sue fabbriche erano di vetro, per far entrare il paesaggio nel luogo di lavoro. Era un’utopia industriale che partiva da un’idea solida di comunità e dal principio per cui lavorare in condizioni ottimali aumenta anche la produttività. I risultati: macchine da scrivere leggendarie (una su tutte: la Lettera22) e il primo calcolatore elettronico con stampante del pianeta (la P101, detta Perottina). Quell’utopia diventò realtà nel secondo dopoguerra, a Ivrea, e appassì nel febbraio del 1960, quando Olivetti morì su un treno diretto a Losanna. Ora la Rai manda in onda la fiction Adriano Olivetti. La forza di un sogno e rispunta in libreria Adriano Olivetti. La biografia (Edizioni di Comunità).
Incontro Laura Olivetti nella sede della Fondazione da lei presieduta che porta il nome del padre, Adriano. Prima di cominciare mette sul tavolo alcuni volumetti. Sono le raccolte dei discorsi paterni: Ai lavoratori, Democrazia senza partiti, Il cammino della Comunità. Le chiedo come sia possibile che Adriano Olivetti sia un modello così amato e allo stesso tempo così poco seguito. Replica: «Prima c’è stata la rimozione e ora c’è un tentativo, spesso scomposto, di imitare quel modello».
C’è chi si atteggia a olivettiano e non lo è?
«C’è chi fa marketing, ed è legittimo, mostrando le proprie donazioni o facendo beneficenza. Ben vengano. Ma la responsabilità d’impresa, per come la intendeva Adriano Olivetti, era altra cosa. Nasceva dall’inquadramento degli operai, dalla qualità della loro vita. Quell’impostazione per molti anni è stata rimossa».
Da chi e perché?
«Da tutti. Persino dalla città di Ivrea, che solo pochissimi anni fa gli ha dedicato un ponte. Venne osteggiato da Confindustria, qualcuno arrivò a proporre il boicottaggio dei prodotti Olivetti. Le banche quando morì non ci aiutarono. Anche i partiti non lo amavano».
Suo padre aveva creato un suo non-partito, il Movimento Comunità.
«Credeva che attraverso la politica sarebbe riuscito a realizzare a livello nazionale la sua idea di comunità/impresa. Adriano Olivetti era scomodo. Aveva idee troppo innovative e per questo aveva molti nemici».
Perché lo chiama Adriano Olivetti e non “mio padre”?
«Ho fatto molta fatica a distinguere il personaggio pubblico dal padre. Se ne è andato quando io avevo 9 anni. Ammetto che ho provato anche un po’ di rabbia nei suoi confronti, perché mi ha lasciata che ero piccolissima. Ho fatto pace con lui quando ho avuto il mio primo figlio, a metà degli Anni Settanta».
Vita a Ivrea della figlia del padrone.
«Non mi sono mai sentita la figlia del padrone. Ho frequentato come tutti i bambini la scuola olivettiana. Non dico che facessimo una vita francescana, ma di sicuro non c’erano lussi. Il profitto veniva reinvestito nell’impresa. E i dividendi scontentavano tutti gli azionisti. Questo nella fiction su mio padre si vede bene».
Lei ha partecipato in qualche modo alla realizzazione della fiction?
«L’ultima sceneggiatura l’ho firmata pure io».
Suo padre è interpretato da Luca Zingaretti.
«Zingaretti è bravissimo. Forse però rende mio padre una persona troppo esuberante. Era pieno di idee. Ma anche schivo e timido».
Adriano Olivetti è stato accusato di essere un paternalista, un utopista paracomunista…
«Per capirlo bisogna conoscere le sue origini. Mio nonno paterno era un ebreo socialista. Mia nonna era figlia di un pastore valdese. Mio padre è cresciuto in un clima per cui il lavoro era un dovere e quello che si aveva bisognava condividerlo. C’è una lettera a mia madre in cui spiega: “Io non devo fare elemosina. Io devo redimere il mondo dalla miseria”. Bella, no? Avrebbe voluto trasformare la Olivetti in una Fondazione, partecipata dall’Università, dal Comune, dagli azionisti e dai dipendenti. Riteneva che la fabbrica fosse un mezzo per sviluppare il territorio».
Fece progettare e realizzò macchine per scrivere leggendarie e i primi computer.
«Già, ma, anche lì, non fu molto capito. Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, che dopo la morte di mio padre era diventata azionista di Olivetti, a metà degli Anni Sessanta disse che la divisione elettronica era “un neo da estirpare”. Il reparto venne ceduto alla General Electric, ma molti ingegneri elettronici rimasero alla Olivetti. E il maggiore dei miei fratelli, Roberto, cercò di far ripartire l’azienda proprio dall’informatica».
Lei quando ha cominciato a occuparsi degli “affari di famiglia”?
«Tardi. Prima ho fatto la ricercatrice. Ho studiato l’impatto psicologico dell’arrivo in Italia per gli immigrati. E in seguito i disturbi psicologici legati all’alimentazione. Quando è morto Roberto, mi sono riavvicinata alla storia della mia famiglia. E nel 1997 sono diventata presidente della Fondazione».
Che cosa è rimasto dell’azienda Olivetti?
«Nel 2003, dopo la fusione con Telecom, il nome è uscito dall’elenco dei titoli in borsa. L’ho vissuto come un affronto per tutti coloro che hanno creduto e lavorato nella Olivetti. La Fondazione non è mai stata legata alla Società Olivetti e dunque oggi non è legata alla Telecom. Abbiamo con loro in comune l’Archivio Storico Olivetti, e i rapporti, confesso, non sono sempre facili».
Lei ha mai fatto politica?
«No. Ma nel 2001 i Ds mi chiesero di entrare alla Camera come indipendente. Avrei preferito il Senato, perché mi sembrava un luogo più super partes. Non se ne fece nulla».
Qualche mese fa lei ha pubblicato sul sito di Beppe Grillo un video intitolato Democrazia senza partiti, cioè come uno degli scritti di suo padre. Olivetti è stato un grillino ante litteram?
«No. Democrazia senza partiti non è un manifesto di antipolitica. È piuttosto un invito a ritrovare una vera identità tra politica, tecnica e valori spirituali restituendo così, alla politica, una dimensione collettiva e umana».
A cena col nemico?
«Con Marchionne, un modello industriale un po’ diverso da quello di mio padre».
Ha un clan di amici?
«Ho molti amici di lunghissima data. Un nome su tutti: Mauro, medico».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non essermi trasferita negli Stati Uniti dopo la maturità. E non aver imparato bene l’inglese».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Decidere di diventare madre».
Quanti figli ha?
«Tre. Nicola, Giacomo e Beniamino. Il terzo ora si occupa delle Edizioni di Comunità».
Lei che cosa guarda in tv?
«Molte fiction. Grey’s Anatomy…».
Il film preferito?
«Dico cose molto poco intellettuali. Via col vento».
La canzone?
«Luci a San Siro di Roberto Vecchioni. Mi ricorda la giovinezza».
Il libro?
«Anna Karenina di Lev Tolstoj. L’ho riletto quest’estate».
I confini della Libia?
«Egitto, Algeria, Tunisia…».
Usa Twitter?
«No. I social network non li capisco».
Conosce l’articolo 9 della Costituzione?
«No».
È quello sulla tutela del patrimonio culturale.
«Ah. La Fondazione sta lavorando alla candidatura a Sito Unesco delle architetture olivettiane, volute da mio padre per fabbrica e comunità. Quelle architetture sono l’aspetto tangibile di uno straordinario modello d’impresa».

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