Claudio Martelli (Sette – ottobre 2013)

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(intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 18 ottobre 2013)

Claudio Martelli, 70 anni e quattro figli, ex delfino rampante di Bettino Craxi, ex numero due del Psi spazzato via da Tangentopoli ed ex ministro della Giustizia legatissimo a Giovanni Falcone, non è un paladino della Prima Repubblica. Lo incontro nella sua villa in una zona residenziale di Roma. Quando gli faccio notare che la classe dirigente di cui ha fatto parte ha contribuito ad affossare i conti dell’Italia, con tono pacato dice: «Non c’è dubbio». Dopodiché ritiene che l’esperienza politica del suo Psi sia stata mal rappresentata. E anche per questo ha dato alle stampe un volumone di 600 pagine intitolato Ricordati di vivere (Bompiani). Martelli, che oggi si occupa della webtv Lookout realizzata da giovani immigrati e della onlus Opera che dà assistenza legale a chi sbarca in Italia, ha cominciato a scrivere il libro in India nel 1994. È un diario gonfio di aneddoti: i rapporti familiari, le inchieste e le condanne, la costruzione della relazione sui “meriti e i bisogni” durante la conferenza programmatica dei socialisti nel 1982, a Rimini, e la fondazione della procura nazionale antimafia. Il costante tentativo di realizzare un asse tra tutti i laici e i socialisti e, ovviamente, il difficile rapporto con Craxi. Scrive: «I partiti della Prima Repubblica sono spariti, ma la corruzione è aumentata». Nota: «Il potere ormai non è dei partiti, ma di una oligarchia».
Martelli, la politica oggi in Italia…
«C’è molta vaghezza. E moltissima inconsistenza».
Da parte di chi, scusi?
«Di tutti. I politici in Italia non sanno che pesci prendere. Vedo dei robot che vanno in tv avendo poco da dire. Sono allenati a rintuzzare gli avversari nei talkshow, ma niente di più. Finite le ideologie si è passati alle opinioni, volatili. Non c’è traccia di idee. Di più: il sistema italiano è instabile, inefficiente e abusivo».
Abusivo?
«In nessuna parte del mondo i parlamentari sono nominati così dai segretari di partito».
Mi pare di capire che non ama il porcellum.
«Non voto dal 2006 e non voterò fino a quando ci sarà questa legge».
Dia un suggerimento a chi ci governa.
«Bisognerebbe dire agli italiani che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. E cominciare con il limare seriamente le pensioni e i salari di tutta l’area pubblica».
Lei quanto prende di pensione?
«In totale circa 7.000 euro al mese, compresa la pensione integrativa che mi sono pagato da solo. È quel che resta di 50 anni di lavoro in politica e nella scuola».
Il suo Psi e i partiti della Prima Repubblica hanno avuto un ruolo da protagonisti nella creazione della voragine nei conti dello Stato.
«Sì. Ma negli anni Ottanta abbiamo bloccato l’inflazione e si sono create le condizioni per triplicare il numero delle imprese. L’errore è stato fermare l’azione riformatrice. A un certo punto Craxi e Visentini pensarono di aggredire il debito con una patrimoniale molto pesante. Ma la Dc si oppose».
Nel 1991, durante il congresso del Psi, a Bari, lei parlò di un “ideale Partito democratico”. Ora il Pd c’è. Sarebbe la sua casa politica?
«È un po’ tanto diverso dal progetto cui avevo pensato. Io facevo perno sul socialismo per rinnovarlo in senso liberale. Il Pd tuttavia una speranza la dà».
E cioè?
«Che qualcuno faccia suo il coraggio della verità. È l’occasione per chiudere definitivamente con un aspetto inquietante del comunismo italiano, ereditato dalla classe dirigente Pci-Pds-Ds».
Quale aspetto?
«La menzogna sistematica che si trasforma in vox populi e che viene interiorizzata, diventando parte dell’identità».
Mi può fare un esempio?
«L’ultimo è il caso Mps. Ci vogliono far credere che si è trattato di un episodio periferico. Ma tutti sanno che nessuna decisione sul Monte dei Paschi di Siena poteva essere presa all’insaputa della segreteria nazionale del Pd».
A contendersi la leadership reale del centrosinistra ci sono Renzi e Letta.
«Due giovani dioscuri della tradizione democristiana. Grazie a loro forse potremmo assistere allo scioglimento dell’ultimo grumo storico dei comunisti italiani. O alla rinascita di una Dc un po’ più di sinistra».
In Ricordati di vivere lei scrive di aver sempre cercato di realizzare l’unione delle sinistre. Anche con quegli ex comunisti. C’è stato un momento in cui ci siete andati vicini?
«Le posso raccontare l’ultimo tentativo molto concreto. Risale al 1992. Dopo il crollo del Muro io cominciai a insistere con Craxi. Gli ripetevo che il comunismo era fallito, ma che i comunisti erano lì e andavano guidati. Lui non ne era convinto. Nel 1992 il quadripartito era allo stremo, ma a causa del tracollo elettorale del Pds non c’era più una maggioranza possibile laica e socialista. Gli proposi di coinvolgere il Pds e di varare una maggioranza di larghe intese. Esplorando una sua candidatura al Quirinale. Craxi mi autorizzò a parlarne con Occhetto».
Come andò?
«Bene. Occhetto sembrò disponibile, ma preoccupato da quel che avrebbe detto D’Alema. Mi chiese di parlargli. Cosa che feci pranzando all’Antica Pesa, un ristorante trasteverino. Sebbene scettico D’Alema mi disse che non avrebbe messo i bastoni tra le ruote.  L’intesa era questa: nello stesso giorno sarebbero state convocate le direzioni di Psi e Pds e si sarebbe varato un comunicato in cui compariva la stessa formula sulla futura intesa tra “tutte le forze di progresso”».
Ma quel comunicato non c’è mai stato.
«Mentre lo aspettavamo arrivò una dichiarazione di D’Alema di segno opposto. Con toni ultimativi respingeva qualunque ipotesi di accordo con i leader compromessi con la vecchia politica. In pratica era un veto a Craxi. Bettino se la prese con me e rifluì nell’alleanza con i democristiani di Forlani e Gava».
La sua amicizia con Craxi si è incrinata in quel momento?
«Un paio di mesi dopo. Per colpa di Scalfaro. Ero andato a trovarlo in Quirinale insieme con il ministro degli Interni democristiano Vincenzo Scotti per parlare del decreto antimafia. Scalfaro invece ci parlò dell’incarico per formare il nuovo governo. Angosciato di non poterlo dare a Craxi. Ci chiese: “Chi hanno i socialisti dopo Craxi?”. E fece lui stesso i nomi di Amato, De Michelis e Martelli. Lusingato non fiutai la trappola. Pochi minuti dopo scoprii che lo stesso Scalfaro aveva messo in giro la voce che io mi ero autocandidato. Smentii subito ma non ci fu nulla da fare».
Craxi credette più a Scalfaro che a lei?
«Sì. L’immagine del Delfino si trasformò in quella del rivale. E Craxi cominciò una aggressione in piena regola nei miei confronti. Finché a settembre reagii pubblicamente cercando di salvare il salvabile».
Alfano ha rotto con Berlusconi nel momento di massima difficoltà del Pdl. Lei ha litigato con Craxi mentre il Psi affondava sotto le inchieste. Sia lei sia Alfano siete stati definiti traditori.
«Io non ho mai tradito Bettino nemmeno nella discordia. In politica esistono anche i processi di decadimento dei leader che prima o poi provocano reazioni. Bruto non era un traditore: difendeva le ragioni del Senato dalle ambizioni di Cesare».
Durante le inchieste di Tangentopoli lei disse che voleva «restituire dignità al partito». Venne percepita come una pugnalata.
«Io volevo fermare la china rovinosa in cui stavamo precipitando. Il partito era alla deriva. Nell’estate del 1992 mandai a Bettino un messaggio chiaro: “Ci vuole una catarsi almeno simbolica”. C’erano arresti tutti i giorni, imperavano delegittimazione e discredito dei partiti».
Lui che cosa rispose?
«Nulla. Pensò che volessi prendere il suo posto. In realtà io intendevo dire: “Dimettiamoci tutti, ci vuole un segnale di discontinuità”».
Lei è stato condannato per la maxitangente Enimont.
«Avrei dovuto dichiarare alla Camera il finanziamento da parte di Carlo Sama, ma non lo feci perché c’era un clima da caccia alle streghe. Fui vile. Poi però confessai spontaneamente deponendo in tribunale. Mi presi otto mesi con la condizionale».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Fare politica invece della carriera universitaria: a inizio anni Settanta il mio professore di Filosofia morale voleva che restassi con lui».
L’errore più grande che ha fatto?
«Avventurarmi nel rapporto con Licio Gelli, sottovalutandolo. Mi sentivo protetto da Craxi».
Che cosa guarda in tv?
«News, partite, film. E i talkshow. Anche se ogni volta mi arrabbio».
Il film preferito?
«Tra i più recenti Viva la libertà di Roberto Andò».
La canzone?
«The final cut dei Pink Floyd».
Il libro?
«Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar».
Quanto costa un pacco di uova?
«Quasi tre euro. Faccio la spesa tre volte a settimana».
Lei usa twitter?
“Non ho né la voglia né la necessita di condensare quel che penso in 140 battute”.

 

Categorie : interviste
Commenti
Pinuccio 12 novembre 2013

La verità che emerge dalla lettura del libro di Martelli è una conferma. Sul finire della sua esperienza politica è stata scritta una pagina buia ed oscura della storia d’Italia. Purtroppo, non è stata scritta dai protagonisti, ma da coloro che, forzatamente, volontariamente, sono diventati protagonisti: i magistrati di mani pulite, di tangentopoli. Non una certa Magistratura, ma quella Magistratura. La storia di quegli anni è stata scritta dai carnefici della storia, impersonati dai comunisti, sia pure diventati PDS, DS, ma pur sempre comunisti, pronti a distruggere, con ogni mezzo l’avversario. Attraverso i magistrati, attraverso i loro sodali estremisti. I comunisti hanno ammazzato Mussolini, hanno consentito la morte fisica di Moro e quella morale di Bettino Craxi. ora, stanno tentando di eliminare Berlusconi, servendosi sempre dei loro rudimentali mezzi di aggressione e di violenza. Dopo tutto questo, vorrei che Martelli si convincesse, rileggendo uno degli ultimi messaggi di Craxi, affidati al figlio Bobo: “Una cosa vorrei che dopo la mia morte a riabilitarmi non fossero coloro che mi hanno ammazzato”. Chiaro riferimento ai comunisti di ieri, di oggi, di sempre, con i quali non volle mai collaborare, non volle mai governare e mai vorrebbe che si dovesse, riferito ai socialisti, governare.

lorenzini monica 1 aprile 2014

Il libro l’ho letto d’un fiato. Mi ha coinvolto, anche perchè da figlia di un politico di primo piano dell’Umbria, socialista, negli anni 80, nonostante i miei 16/17 anni seguivo la politica e gli umori del partito socialista. Devo dire che Martelli ha una differenza grande rispetto ai politici di un tempo ( non tutti) e di ora: un grande bagaglio culturale che ha tessuto la sua vita trasformando in azione il pensiero formatosi sullo studio e sulla elaborazione dei grandi di ogni tempo. Le sue citazioni dotte fanno capire che la visione del mondo di Martelli non si fonda sull’utilitarismo dei tempi ma fonda il presente coniugandolo con la esperienza ed il pensiero del mondo occidentale laico e autorevole. Certo resta l’amaro in bocca, peccato che uomini intelligenti come Martelli siano andati a comporsi in un “otium cum dignitate” per lasciare il posto ad una maggioranza di privilegiati senza morale, senza intelligenza critica, senza regole. Il dubbio che mi viene è questo: a quel tempo, insieme a capacità indubbie, c’era anche un clima di supponenza e di arroganza. E’ mancata l’umiltà, è mancato il mettersi in discussione sempre ed in ogni momento, è mancata l’attenzione alla base del partito. Craxi ha avuto indubbiamente meriti e lungimiranze degne di un grande uomo di stato ma ha anche inaugurato il periodo dei ” nani e delle ballerine” che poi ha ampliato ed esasperato Berlusconi. Martelli è un uomo diverso, si presente col tratto dell’intellettuale ma anche lui forse dovrebbe chiedersi oggi quanto quella cifra di supponenza e distacco ha lacerato l’elettorato, il partito, l’opinione pubblica. Comunque se si potesse, voterei per 100, 1000, Martelli. Oggi la precondizione per governare è l’ignoranza culturale e politica. Grazie

RENATA NAPOLI 1 aprile 2014

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