Nicola Rossi (Sette – Settembre 2013)

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(intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 30 agosto 2013)

Nicola Rossi, 61 anni, economista, ex parlamentare del Pd, da qualche mese guida Italia Futura. Quando gli faccio notare la strana capriola che lo ha portato a essere prima il guru liblib di D’Alema e poi il presidente del think tank montezemoliano, se la cava con una battuta: «Non vorrà mica arrivare al paragone tra la barca del primo e i treni del secondo?». Lo incontro nella nuova sede romana di If. Maniche di camicia e lievissima cadenza pugliese. Il sito web della fondazione si apre con due contatori, detti gli “orologi della vergogna”: segnalano il tempo trascorso dalla presentazione dei disegni di legge sull’abolizione delle province e sul finanziamento ai partiti. Lo provoco: per caso sta portando il boss della Ferrari verso posizioni pop-grilline? Risponde: «Un po’ di indignazione non fa male». Insisto: rinunciare alle province e chiudere i rubinetti alle segreterie politiche fa risparmiare allo Stato poca roba. Replica con un aneddoto: «Non così poca, evidentemente. Qualche anno fa, in commissione Bilancio proposi che il consiglio delle Province fosse composto dai sindaci dei comuni. Era un risparmio e si evitava l’abolizione. Si alzò un esponente dell’Udc e disse: “Tu vuoi abbattere la democrazia”. Capito? Purtroppo in Italia molti confondono la democrazia con l’occupazione della cosa pubblica».
L’Udc oggi fa parte di Scelta civica, come Italia futura.
«No. Italia futura non è una corrente di Scelta civica. E non ha parlamentari».
Ma Andrea Romano, Carlo Calenda e molti altri di Scelta civica vengono proprio da Italia futura.
«Ora non la rappresentano più».
Se le elezioni fossero andate meglio per il partito montiano lei non prenderebbe così le distanze.
«Si sbaglia. Il problema è che il Centro in questo Paese sopravvive solo se ha un’iniziativa politica forte e posizioni ben definite. Questo non è avvenuto e non avviene. Scelta civica purtroppo non ha un’identità».
Al momento l’identità consiste nell’appoggiare il governo Letta.
«Ho sempre pensato che questo governo dovesse vivere per fare due o tre cose: la legge elettorale, l’abolizione delle province… Invece si rimandano le decisioni e basta. In Europa le grandi coalizioni servono a far cadere i veti dei partiti, in Italia i veti si sommano. E i politici sembrano ignorare che sono pagati per risolvere i problemi non per dirci che quei problemi sono difficili da risolvere. Dirò di più. I nostri parlamentari ignorano i problemi veri».
Di che cosa sta parlando?
«Invece di pensare al fatto che siamo gli unici nel Continente a non aver avviato la ripresa, in Parlamento ci si occupa d’altro».
Delle condanne di Berlusconi.
«È legittimo, eh. Fossi in Berlusconi però farei un passo indietro e mi attrezzerei per costruire il futuro del centrodestra. A proposito: non so se ha notato che siamo l’unico Paese al mondo in cui la destra è stata dominata dai socialisti».
Come, scusi?
«Brunetta, Tremonti, Cicchitto, Sacconi. Tutti ex socialisti. Aggiungiamo Berlusconi, che è un monumento all’oligopolio, e si capisce come mai non si è mai verificata la rivoluzione liberale promessa da Forza Italia nel 1994».
Lei provò a portare l’ex comunista D’Alema su posizioni liberali.
«Nel 1996 Vincenzo Visco mi chiamò al Cespe, l’istituto di studi economici vicino al Pds. Il segretario D’Alema veniva da noi e ascoltava».
A metà degli Anni Novanta lei veniva rappresentato dai quotidiani come il consigliere che suggeriva al líder Massimo come smontare lo Stato sociale.
«Suggerivo provvedimenti per riformare il sistema pensionistico e il mercato del lavoro. Quindici anni dopo la crisi ci ha costretti comunque ad adottare quei provvedimenti».
Allora erano considerate riforme di destra.
«O marziane. A chi oggi parla del costo sociale della crisi chiedo: quanti ragazzi non avranno la pensione per colpa di questo ritardo? D’Alema provò a introdurre alcune riforme liberali, ma si scontrò con la propria cultura, quella di una sinistra che continua a pensare che nella maggioranza dei casi non siamo noi a sapere ciò che è bene per noi stessi. Una sinistra che difende i propri interessi».
Quali interessi?
«Se hai un blocco elettorale nel pubblico impiego tendi a non cambiare la Pubblica amministrazione. E la P.A. oggi in Italia è ciò che i minatori erano nell’Inghilterra degli Anni Settanta».
I minatori furono l’ultimo baluardo alle politiche neo-liberiste di Margaret Thatcher. Lei ce l’ha coi fannulloni della P.A.?
«Non solo. Ce l’ho col fatto che gli uffici pubblici sono organizzati in modo che nessuno si prenda delle responsabilità. Ce l’ho con il Tar. A che serve il Tar? Quanti punti di Pil ci costa il Tar? La sinistra italiana non ha saputo e non ha mai voluto rompere le incrostazioni della burocrazia».
Renzi dice di volerlo fare, anche ispirandosi a Blair.
«Renzi ha molte doti, ma non so quanto voglia cambiare la sostanza della sinistra italiana e non solo la forma».
Sarebbe disposto a schierare la struttura di Italia futura per appoggiare Renzi?
«Renzi è deciso a rompere con Sel e con l’ala più conservatrice del sindacato? Non mi pare che l’abbia ancora detto o scritto. Aspetto che gli altri si pronuncino con la stessa nettezza di Italia futura sul taglio della spesa, sulla riduzione dell’invadenza del Fisco, sull’aumento della concorrenza. Sull’idea che oggi non è importante redistribuire ricchezza, ma crearla, perché è tutto il Paese che sta scivolando verso il basso. Sul principio per cui assumere rischi e fare impresa è un valore».
Lo dice perché lei, oltre che economista, è anche imprenditore?
«Facendo impresa ho visto cose, burocratiche e fiscali, che voi umani non potete immaginare».
Lei che cosa produce?
«Vino, il Nero di Troia. Vengo da una famiglia di agricoltori. Prima di andare a scuola facevo un giro in campagna con mio padre. Finito il liceo fu lui a spingermi ad andare via e a seguire la mia strada».
Da giovane ha mai fatto politica?
«No, no. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Roma, andai in Inghilterra alla London School of Economics e poi trascorsi un periodo in Bankitalia e al Fmi. Solo nel ’96 mi avvicinai al Pds».
A cena col nemico?
«Fabrizio Barca. Lo stimo, ma non condivido praticamente nulla di quel che dice».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Dopo l’esperienza di governo con D’Alema, nel 2000, sarei dovuto tornare all’Università. Invece diventai il consigliere del ministro del Tesoro».
Che cosa guarda in tv?
«News e film».
Il film preferito?
«Apocalypto. Un film frenetico sui popoli dell’America Latina al tempo dei conquistadores».
La canzone?
«Wish you were here dei Pink Floyd. Nel 1989 sono stato al loro concerto di Venezia».
Il libro?
«Anatomia di un istante di Javier Cercas».
Il volume che farebbe leggere oggi a un giovane di sinistra per portarlo su posizioni liberali?
«L’intelligenza del denaro di Alberto Mingardi».
Sa quanto costa una bottiglietta d’acqua?
«Circa un euro».
Fa la spesa?
«Sì. E ho sempre cucinato. Per tutta la famiglia».
Quanti figli ha?
«Una, Alessia. Ha venticinque anni e studia a Londra».
La classe dirigente manda i figli all’estero.
«Mia figlia ha una vita sola e ha il diritto di formarsi al meglio. Poi arriverà anche il momento dell’impegno…».
Sua moglie…
«Heleni. Sono figlio di una greca e marito di una greca».
L’Italia finirà come la Grecia?
«I greci durante gli ultimi due anni hanno sofferto le pene dell’inferno. Ora risalgono la china. Forse più di noi».
La cura da cavallo di Monti non è stata sufficiente per salvare l’Italia?
«Monti avrebbe dovuto invertire l’ordine degli interventi. Doveva cominciare con i tagli alla spesa e con le privatizzazioni. Invece è partito con le tasse».
Conosce i confini dell’Egitto?
«Libia, Israele… Mi piacerebbe che tra i confini ci fosse anche quello di uno Stato palestinese».

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