Stuart Milk (Sette – marzo 2013)

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Stuart Milk, 52 anni, è un globetrotter della difesa dei diritti gay, paladino del ricordo di suo zio: Harvey Milk, il leggendario militante del movimento di liberazione omosessuale, noto ai più con le fattezze cinematografiche di Sean Penn.
Ho incontrato Milk la prima volta in ottobre, nel bar di un albergo milanese. Aveva appena finito di parlare al convegno “All Cross Atlantic Global Summit – inclusione della diversità e prosperità economica” organizzato insieme con Rosaria Iardino di Equality Italia. Con lui c’era un ministro di una chiesa protestante. Anche lui omosessuale.
Stuart è un lobbysta scatenato e un divulgatore incallito. Durante le ultime presidenziali Usa è stato ambasciatore dei diritti civili per conto di Obama. Dopo averlo conosciuto l’ex ministra delle Pari Opportunità Mara Carfagna disse: «È un leader capace di cambiare il mio modo di pensare». Milk srotola slogan con tono solenne: «Chi discrimina una minoranza, le discrimina tutte», «i Paesi con più diritti sono i più prosperosi», «la diversità è la vera ricchezza del mondo».
Quando gli racconto come procede il dibattito in Italia, tra atei devoti e cattolici adulti, diritti promessi e mai concessi, vescovi interventisti e preti che invocano un terzo Concilio Vaticano che riavvicini la Santa Sede ai fedeli e ai cittadini, mi fa notare che la comunità gay-lesbo-bisexual-trans (GLBT) fa i conti con il ruolo repressivo delle Chiese in tutto il mondo, ogni giorno. Milk va dritto: «Nei Paesi cattolici servirebbe un gesto forte».
Da parte di chi?
«Da parte di un leader tradizionalmente vicino alla Chiesa, che a un certo punto decide di rompere una barriera. Le faccio qualche esempio?».
Certo.
«Cristina Kirchner, la presidentessa argentina, nel 2010 ha introdotto i matrimoni e le adozioni gay».
Kirchner è considerata una progressista.
«Guida un Paese dove i cattolici raggiungono il 90% della popolazione. Ha scontentato molti suoi elettori. E lo stesso ha fatto Jerry Sanders, il sindaco di San Diego, in California: repubblicano e cattolico, ha introdotto i matrimoni gay nella sua città. Le persone di sinistra con cui parlo spesso ci restano male, ma ormai è una regola: quando parliamo di diritti, i grandi cambiamenti si verificano soprattutto se l’input arriva da destra».
Negli Usa i matrimoni gay sono molto diffusi.
«Negli Usa i matrimoni gay valgono poco. Se ti sei sposato a New York e vai nello Stato confinante del New Jersey scopri che lì il tuo matrimonio è carta straccia. Purtroppo, nei pochi Stati che li consentono, i matrimoni non servono a molto».
Perché?
«Perché c’è il Defence of Marriage Act. Un atto del governo per cui vengono riconosciuti solo i matrimoni tra uomo e donna. Sopra c’è la firma del Presidente Bill Clinton. Lei può immaginare quanto mi stia simpatico. In pratica grazie a questa legge nessuno Stato può ottenere che un matrimonio tra persone dello stesso sesso sia riconosciuto da una agenzia del governo federale».
Tradotto?
«Le vostre unioni civili potrebbero dare maggiori vantaggi dei nostri matrimoni. Il mondo ha un’idea sbagliata degli Stati Uniti: siamo un Paese in cui si può licenziare una persona solo perché è gay».
Le adozioni da parte di coppie gay però sono legali.
«Sì. Perché non c’è una legge specifica che le proibisce. In Florida hanno provato a renderle illegali, ma la Corte Suprema si è pronunciata chiaramente in favore. In ogni caso, norme e sentenze contano…».
…però…
«Però non cambiano profondamente il senso comune, le società. La Turchia è stato uno dei primi Paesi al mondo ad aver depenalizzato l’omosessualità, ma le persecuzioni sono ancora presentissime».
Come si cambia il senso comune?
«Lottando ogni giorno per i propri diritti. Anche i coming out delle rockstar o degli sportivi hanno un peso. In Centro America, Ricky Martin ci ha aiutati molto. E l’apporto del rugbista Ben Cohen è fondamentale per la nostra lotta».
In Italia è praticamente impossibile che un calciatore gay faccia coming out.
«Ci vorrebbe un attivista bellissimo per convincerli, ahah».
Lei quando ha detto ai suoi genitori che era gay?
«Mio zio si aggirava per la città gongolando per il fatto di avere un nipote gay. Quando ne parlai con mia madre, lei si mise a piangere, ma non mi ripudiò. Se tutti noi GLBT potessimo prendere una pillola che ci fa diventare viola, non avremmo più alcun tipo di problema. Invece, conviviamo con qualcosa che sentiamo di dover nascondere. Non è bello. È la nostra lotta quotidiana».
Quando ha cominciato ad attivarsi per i diritti GLBT?
«Ai tempi del college. Quando hanno assassinato Harvey avevo diciassette anni».
Qual è stato il momento più duro in questi anni di militanza?
«Nel 1984 uscì il film The Times of Harvey Milk. Mi chiesero di presentarlo all’università. La sala era gremita, c’erano duemila persone: sindacalisti, studenti ed esponenti della sinistra progressista. La metà del pubblico si alzò disgustata dopo venti minuti di proiezione. L’altra metà se ne andò quando paragonai mio zio a Martin Luther King. In quel momento capii che la battaglia sarebbe stata davvero lunga».
Ora non accadrebbe più. Lei ha anche aiutato Obama a essere rieletto.
«Quando Obama ti parla ti fa sentire come se tu fossi l’unico nella stanza. È speciale. L’ultima volta l’ho incontrato a Natale».
Obama crede veramente nella lotta per i diritti GLBT o ha solo bisogno dei vostri voti?
«Ci crede. E sono certo che se non fosse per alcuni suoi consiglieri si sarebbe già espresso con più forza in favore di una legge federale sui matrimoni gay».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Ce ne sono state tante. Le dirò la più recente».
A quando risale?
«A pochi anni fa. Ero alla Casa Bianca per onorare la memoria di mio zio con la più prestigiosa onorificenza che si possa avere negli Stati Uniti, la Presidential Medal of Freedom. Mi sono trovato improvvisamente in mezzo a un gruppo di leggende».
Chi c’era?
«Il reverendo Joseph Lowery, il matematico Stephen Hawking, il giudice della Corte Suprema Sandra Day O’Connor e l’arcivescovo anti-apartheid Desmond Tutu. Accanto a me c’era anche Kara Kennedy che ritirava la medaglia per il padre Ted. A un certo punto mi si è avvicinato Tutu».
Che cosa le ha detto?
«Mi ha chiesto: “Che cosa stai facendo per onorare tuo zio?”. E io gli ho risposto: “Da molti anni lotto per i diritti degli omosessuali”. E lui: “Non mi sono spiegato. Per onorare tuo zio, che cosa fai? Kara Kennedy collabora con la fondazione Kennedy e con la Biblioteca Kennedy. Promuove il nome/simbolo di JFK nel mondo. Anche tu devi fare di più. Il nome Milk può diventare un simbolo riconoscibile nel mondo. L’arma in più per difendere i diritti GLBT”. Pochi giorni dopo ho lasciato il mio posto fisso e ho dato vita alla Fondazione Harvey Milk».
Il libro preferito?
«Il labirinto della solitudine, del messicano Octavio Paz».
La canzone?
«Quella che cantò Joan Baez la sera in cui morì mio zio: Amazing grace. E poi, ovviamente Song for Harvey Milk».
Sa quanto costa un litro di latte?
«Un gallone, che sono circa quattro litri, costa quattro dollari. Perché mi fa questa domanda?».
Per capire se è un personaggio pubblico che conosce le esigenze dei cittadini.
«Ahah, certo che sì. Faccio la spesa. Non ho nessuno che pensa alle faccende di casa al posto mio».

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Categorie : interviste
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