Massimiliano Gioni (Sette – gennaio 2013)

3 commenti

Massimiliano Gioni da Busto Arsizio ha 39 anni ed è il più giovane direttore nella storia della Biennale di Venezia. Globetrotter dell’arte contemporanea, ha guidato esposizioni in tutto il pianeta: Berlino, Gwangju, San Sebastian… È responsabile artistico della Fondazione Trussardi, nonché boss del New Museum a New York. Non solo. Per molti anni “è stato” l’artista Maurizio Cattelan: cioè ha dadaisticamente interpretato Cattelan in pubblico e ha risposto in sua vece alle domande dei giornalisti. Ha scritto per lui e su di lui. Un esempio? Quando si è trattato di curare la prestigiosa biografia di Cattelan, edita da Phaidon, Gioni ha compilato un articolo, a firma dello stesso Cattelan, composto interamente da citazioni demenziali del personaggio dei cartoon Bart Simpson.
L’intervista si svolge via Skype. Gioni è collegato dal suo nuovo appartamento nell’East Village, a New York. Camicia bianca e sguardo sveglio. Occhi quasi sempre su un foglietto su cui scarabocchia pupazzetti.
Quando qualcuno lo definisce giovane in relazione alla sua corsa professionale “brucia tappe”, Gioni sfoggia una citazione di Alberto Arbasino. Quella per cui la carriera degli artisti italiani è definita da tre livelli: «Brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro». Scherza, ma un po’ di preoccupazione per essere arrivato così presto a guidare la Biennale c’è. «La nomina è un riconoscimento al tuo lavoro, un modo per dirti che è condiviso da tutti: “mainstream”. Al punto che è un po’ come se tu avessi detto tutto quello che avevi da dire. Più una conclusione che un inizio. C’è molta pressione».
Che tipo di pressione?
«Anche autoimposta. Sei lì e pensi che possa essere anche un’occasione importante per le persone e gli artisti con cui hai lavorato tutta la vita».
Stai per elencare i partecipanti alla tua Biennale?
«Non posso».
Cattelan ci sarà?
«No».
Hai detto che hai sentito l’esigenza di coinvolgere “artisti trovati fuori dal sistema dell’arte”.
«Intendo non professionisti. Artisti che non hanno mercato né presenze istituzionali: scrittori che si sono dilettati in esperienze visive, outsider. Un tempo si chiamavano naïves».
Perché questa esigenza?
«Perché negli ultimi anni c’è stata una forte identificazione tra mercato, valore e artisticità. Guardare a forme di creatività diversa è un modo per uscire dall’equazione prezzo uguale qualità».
Nel brodo di quell’equazione ci hai nuotato per anni.
«Proprio per questo so bene che il prezzo può sancire una qualità, ma non la deve generare».
Hai annunciato che nella tua Biennale saranno esposti anche semplici oggetti del passato. Un esempio?
«Ci saranno oggetti che appartenevano agli artisti, che vivevano con loro e che contribuivano alla loro ricerca di comprensione del mondo. Per questo la Biennale si intitola Il palazzo enciclopedico. È ispirata all’opera dell’artista autodidatta italo-americano Marino Auriti: una persona che ha trascorso la vita a immaginare un monumento che contenesse tutto lo scibile umano. Metafora e alter ego del curatore».
Vieni accusato spesso di non valorizzare la pittura. Ci sarà pittura alla Biennale?
«Sì, pure troppa».
L’arte contemporanea quando è entrata nella tua vita?
«Abbastanza presto. Ci sono arrivato per curiosità. Dopo aver visto alcuni film sulla guerra in Vietnam, decisi di approfondire. Mi informai sulle contestazioni negli Usa e inciampai in Andy Warhol. Feci la tesina per l’esame di terza media proprio sulla Pop Art».
Poi ti sei trasferito in Canada.
«A quindici anni ho vinto una borsa di studio per frequentare lo United World College di Vancouver. È una scuola immersa in una foresta dove ogni anno entrano 100 studenti provenienti da 85 Paesi. Una vera esperienza internazionale».
L’università però l’hai fatta in Italia?
«A Bologna. Dove c’è la più antica cattedra di Storia dell’arte. Studiavo e mi mantenevo lavorando nell’editoria».
Traducevi romanzi Harmony.
«Ne traducevo anche due/tre al mese. Ho smesso quando è cominciato il filone sentimental-religioso».
Tesi di laurea a 23 anni sull’artista Gastone Novelli e “il superamento dell’informale”.
«Novelli è legato anche a un gesto clamoroso: nel ’68, durante la Biennale, girò i suoi quadri e scrisse sul retro: “La Biennale è fascista”».
Arte militante.
«Sì, ma lui, come me, preferiva l’ermeticità di Beckett all’impegno troppo esplicito di Brecht».
Hai scritto: «L’arte è qualcosa che non deve lasciarti tranquillo».
«Deve spostare ciò che conosci».
L’arte deve essere politica e avere un ruolo sociale?
«Non ci può essere una visione del mondo che aspira a trasformare il mondo che non sia politica. Non amo l’arte didascalicamente politica, con messaggi diretti, anche perché ho ben presente quanto sia stata faticosa la conquista dell’indipendenza dell’arte dalla politica in Italia nel secondo dopoguerra. Detto ciò l’arte deve scuotere».
Scuotere. Tu hai lavorato per anni con Maurizio Cattelan. Insieme avete scioccato Milano, impiccando tre bambolotti a un albero, a Porta Ticinese.
«Cattelan mi ha insegnato molto. Con lui ho imparato a comunicare a una velocità diversa».
Facevi le interviste al posto suo. Centinaia di giornalisti hanno parlato con te e pensavano di parlare con Cattelan.
«Rilasciavo anche cinque interviste al giorno. Giornali, radio, tv. E convegni pubblici. Un gioco dadaista e dissacratore».
Avete mai pensato che stavate esagerando?
«Sì. Durante un’intervista con una tv svedese, alla Biennale di Venezia del 2001. Interpretavo Cattelan e contemporaneamente fingevo di essere l’autore della scultura accanto alla quale si svolgeva l’intervista».
In realtà di chi era la scultura?
«Di Richard Serra. Mentre parlavo mi si avvicinò proprio Serra e mi disse: “Che cosa credi di fare?”. Mi dileguai».
Essere Cattelan.
«Era un lavoro. Contemporaneamente scrivevo per Flash Art e curavo esposizioni».
Quanto ti pagava Cattelan?
«Trecento dollari al mese».
Pochino.
«Maurizio è l’artista migliore della sua generazione. Mi piaceva l’idea di partecipare da dentro a un universo creativo. E poi c’era un senso utopico e ultrademocratico in quell’operazione: tutti possono essere tutti».
Quando hai smesso di “essere” Cattelan?
«Nel 2006, quando curammo insieme la Biennale di Berlino. Eravamo io, Maurizio e Ali Subotnick. In quell’occasione arrivai a interpretare Cattelan indossando un naso finto, perché subito dopo i giornalisti volevano intervistare anche Gioni. Troppo».
Hai curato tutto il curabile nel mondo dell’arte contemporanea. Dopo la Biennale di Venezia…
«Si può sempre sperare in Documenta, a Kassel in Germania. Solo Harald Szeemann nella storia dell’arte contemporanea è riuscito a dirigere sia Venezia sia Kassel».
Qual è la mostra più bella che hai visto recentemente?
«Ars multiplicata, presso la Fondazione Prada. Una mostra sulla tradizione dei multipli dalle Avanguardie storiche a oggi. Tante cose identiche messe insieme non facevano perdere forza ai singoli oggetti».
Dirigi la Fondazione Trussardi e citi quella di Prada. Recentemente sul Messaggero è uscito un tuo elogio dell’impegno dei privati per l’arte.
«Volevo sottolineare il contributo delle Fondazioni nel mondo dell’arte contemporanea. Ma vorrei precisare…».
Che cosa?
«Una Fondazione legata a una casa di moda fa cultura e la fa bene. Ma ha esigenze di comunicazione precise, spesso aggressive. Bisogna stare attenti. Può essere l’eccezione, non la regola. Magari si potrebbe guardare al modello americano, dove esistono le Fondazioni, ma i privati, attraverso dei consorzi, si mettono al servizio dei musei e li finanziano».
Il museo che vorresti dirigere?
«Forse la Tate di Londra».
Qual è il museo italiano dove manderesti subito un turista americano?
«Quello di Villa Reale a Milano. Non tutti sanno che c’è un Cézanne meraviglioso, L’asino e i ladri. Per anni ho desiderato di… possederlo».
Hai molte opere in casa?
«Quasi nulla. Come dice Achille Bonito Oliva: un critico che si appende i quadri alle pareti è come un medico che tappezza casa con schizzi di sangue».
Ci sarà un’opera che vorresti assolutamente avere in casa, o no?
«Lo zoccolo del mondo di Piero Manzoni».
Fammi i nomi di tre giovani italiani che vorresti assolutamente nella Family Business Gallery per esordienti che hai aperto a New York con Cattelan.
«Il tuo non è un modo per chiedermi di nuovo chi verrà alla Biennale, vero?».
No, no.
«Roberto Cuoghi, Paola Pivi e Diego Perrone…».
Questi non sono giovani esordienti.
«Allora il filmmaker Yuri Ancanari, molto interessante».
A cena col nemico?
«Con Jean Clair. Lo stimo e ho letto i suoi libri».
Clair è il critico più feroce del rapporto tra arte e mercato. Mi era sembrato di capire che un po’ lo fossi anche tu…
«Lui esagera. Teorizza un complotto speculativo. E arriva a pensare che chiunque abbia quotazioni vertiginose sia un truffatore».
Hai un clan di amici?
«Il critico Francesco Bonami e Nick Simunovic: è il direttore della galleria Gagosian di Hong Kong e lo conosco da quando frequentavamo insieme il liceo in Canada. E poi mia moglie Cecilia che sopporta i miei dubbi quotidiani».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Partire per il Canada. Decidere di andare a vivere a 8.000 chilometri da casa, dove non conoscevo nessuno e non parlavo la lingua. Ero adolescente. Mi sono cagato un po’ addosso».
Che cosa guardi in tv?
«Ne guardo poca. Scarico le serie o le vedo in dvd. Stasera tocca a The walking dead».
Il film preferito?
«Jules e Jim. Il libro da cui è tratto è di Henri-Pierre Roché che era amico di Marcel Duchamp».
La canzone?
«Una a caso di Lucio Battisti o Desolation Row di Bob Dylan».
È vero che sei stato frontman di un gruppo musicale?
«Ebbene sì: i Floating Jumpers, band post punk di Busto».
Qual è il libro che faresti leggere a un giovane per farlo innamorare dell’arte contemporanea?
«La prima avventura celeste del signor Antipyrine di Tristan Tzara. È quello che mi ha influenzato di più».
Sai quanto costa un pacco di pasta?
«Qui sotto casa… 8 o 9 dollari».
Gulp. Conosci l’articolo 9 della Costituzione?
«No».
È quello sullo sviluppo della cultura. Sai quali sono i confini di Israele?
«Sì. Mi pare che purtroppo quei confini non siano chiari a chi ci vive e ai vicini».

Vittorio Zincone
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Categorie : interviste
Commenti
ANNAMARIA DE BELLIS 1 gennaio 2014

MA. GIONI SARA’ RISUCCHIATO DA QUALCHE PARTE PURE LUI.
A QUESTO PUNTO IO SONO PITTRICE E GIONI NON SI E’ FATTO VEDERE DA ME, PERCHE’? COSA MI TOCCA FARE PER AVERE UNO SGUARDO ATTENTO E SINCERO SULLE MIE OPERE? LO CHIEDO A GIONI. annamaria DE BELLIS 3453379804

Marisa Mezzadra 29 novembre 2014

Condivido l’ idea di Massimiliano Gioni e – pur amando (moderatamente ) il denaro – non ho mai cercato di ‘costruirmi’ un mercato. Da non molto ho accettato l’ invito a entrare nella Galleria Saatchi Online, dopo aver letto un articolo di Charles Saatchi che sosteneva la stessa idea: non deve essere il mercato a generare la qualità.

giorgio 18 gennaio 2015

So volete una vetrina dove esporre gratis le proprie opere scaricate l applicazione gratuita “ubqart”:un applicazione fatta dagli artisti per gli artisti. É veramente interessante. Salviamo l’arte contemporanea

Lascia un commento