Giuseppe De Rita – 2 (Sette – dicembre 2012)

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Lo chiamano il “monaco delle cose”. Perché è devoto all’osservazione e allo studio di quel che accade in Italia. Giuseppe De Rita, presidente e fondatore del Censis, ottant’anni e otto figli, da più di mezzo secolo scruta e annusa il Paese. E ogni dicembre sforna il Rapporto annuale. Un bollettino inesorabile. Una fotografia, a volte spietata, di che cosa siamo diventati. L’Italia a coriandoli. L’Italia mucillagine. L’Italia poltiglia. L’Italia che si salva dalle ansie post Torri Gemelle col “modello Bevagna”, quello della vita protetta di provincia nei borghi medievali.
L’ultima volta che l’ho intervistato, quattro anni fa, De Rita ha definito i nostri leader nazionali dei “narcisi” e i partiti “contenitori affetti da sondaggite” e senza più un termometro per misurare la temperatura degli italiani. Il giudizio, oggi, non si è ammorbidito. Su Berlusconi è spietato: «È la parodia di se stesso». Sull’Italia è ottimista: ci risolleveremo dalla crisi, ma non per merito della classe politica.
Il 2013 è l’anno del ritorno dei partiti. Si passerà da un governo tecnico a un governo eletto.
«Permarrà comunque un problema».
Quale?
«L’effetto cappa del camino».
Come, scusi?
«Le forze, il fuoco, andranno tutte e comunque verso l’alto. Verso l’Europa. Non si occuperanno della brace, cioè del Paese. Se vincono i montiani avranno un atteggiamento sempre più attento ai diktat europei. Se vince Bersani avrà subito il problema di accreditarsi a Bruxelles e a Francoforte».
È sicuro?
«Appena vinte le primarie il segretario del Pd è andato in Libia. Secondo lei perché? Si sta già concentrando sui rapporti internazionali».
Grillo, però, ha grande attenzione per la brace, per il Paese: batte il territorio e riempie le piazze, reali e virtuali.
«Già, ma per intrattenerle, non per governarle».
I consensi di Grillo e del Movimento 5 Stelle lievitano grazie all’inaffidabilità e alle ruberie dei partiti. I sondaggi dicono che l’affluenza al voto potrebbe raggiungere a malapena il 50% degli aventi diritto.
«Gli scandali e la campagna stampa scatenata per denunciarli danno anche questi frutti. Nell’ultimo rapporto del Censis, il malcostume della politica è in cima all’elenco delle cose che danno più fastidio agli italiani».
Il malcostume della politica fa brillare il governo tecnico.
«Un governo di tecnici purtroppo senza tecnicalità amministrativa».
E cioè?
«I tecnici hanno un disegno teorico, ma poi l’amministrazione pubblica è un’altra cosa. Anche io in passato sarei potuto diventare un tecnico al governo. Ma come loro non avrei saputo dove mettere le mani una volta entrato in un ministero».
Mi fa un esempio di tecnicismo senza tecnicalità?
«L’agenda digitale. Una prospettiva di grande tensione innovativa, molto enfatizzata dal punto di vista tecnico-politico. Ma il passaggio alla implementazione operativa non è stato neppure immaginato: la mobilitazione dei funzionari pubblici, la creazione di software, la revisione delle scelte delle macchine… Rischiamo che tutto resti al palo. Al massimo faremo gare per acquistare progetti faraonici e faraonici insiemi di hardware».
Lei una volta ha detto che i governi, invece di annunciare e mettere in atto riforme spesso dannose, dovrebbero dedicarsi alla buona amministrazione della complessità del Paese.
«Lo dico incessantemente da dieci anni. La politica, però, ormai preferisce lo spettacolo alla comprensione del Paese. L’annuncio in tv e il modello esotico invece dello studio del territorio. Una volta ho sentito Pannella che diceva: “Sono blairiano e zapaterista”. Simboli, citati per simpatia».
Il suo scetticismo nei confronti dei partiti è disarmante.
«La politica è diventata uno show. E coinvolge i cittadini su questo piano. Gli italiani hanno ritenuto di far politica facendo il tifo per Renzi o entusiasmandosi per i costumi di Berlusconi. Invece sono spettatori. E questo anche perché i partiti non lavorano per dare un’offerta politica vera».
Che tipo di offerta dovrebbero dare?
«Una meta. Un obiettivo di sistema: “Vi porteremo lì”. Gli ultimi a farlo sono stati De Gasperi e i democristiani del dopoguerra. Sempre la Dc, poi, negli anni Settanta ha portato a termine il processo di cetomedizzazione: ha reso la maggior parte degli italiani ceto medio. Da quel momento i partiti non hanno più saputo interpretare il Paese».
Ora il ceto medio è in crisi.
«Ha letto l’ultimo rapporto del Censis?».
Si parla di restanza.
«La restanza è un termine coniato dal filosofo Jacques Derrida. Indica ciò che del proprio passato permette di resistere».
In che cosa consiste la restanza degli italiani?
«Nella pazienza e nella sobrietà che provengono dallo spirito contadino. È un deposito a cui attingere. Abbiamo sopportato pazientemente i cambiamenti. Dobbiamo valutare se è un bene o un male. Di sicuro ci stiamo attrezzando contro la crisi anche in un modo classificabile con altre due parole: la differenza e il riposizionamento».
Che cosa sarebbero?
«La differenza è l’attitudine a cambiare se stessi. Le faccio un esempio: per trent’anni in Italia hanno regnato gli studi generalisti, sono fioriti i corsi in comunicazione di massa e le lauree meno specifiche. Ora la tendenza è cambiata: il saper fare prevale sul sapere generico».
E il riposizionamento?
«È la traduzione strategica della differenza. Le piccole imprese non fanno più solo made in Italy, ma scelgono mercati esteri in cui possono essere competitive: anche il farmaceutico e il siderurgico. Le tre parole citate nel rapporto costituiscono i nostri mezzi di sopravvivenza».
Sopravvivere non è una bella prospettiva.
«Edgar Morin diceva che la civilizzazione è stata creata grazie alla capacità di adattamento. Nella prima versione del Rapporto Censis avevo proposto una citazione di Derrida che diceva: “Credete sempre nella vita, lottate per la sopravvivenza e io vi sorriderò dovunque io sia”. Me l’hanno bocciata».
Perché?
«Proprio perché la parola sopravvivenza ha un’accezione negativa. In realtà in quel termine c’è un senso della vita».
“Sopravviviamo” non è uno slogan politico efficace.
«No. Ma i partiti prima di creare i loro slogan dovrebbero almeno conoscere qual è la situazione dei loro cittadini/elettori. Noi del Censis raccontiamo il Paese, ma non possiamo elaborare anche le ricette politiche. A questo dovrebbero pensare i politici che invece sono concentrati sulle mezze ore conquistate in tv».
Parla di Berlusconi che lega il suo prossimo risultato elettorale al tempo che gli verrà concesso dalle emittenti nazionali?
«Parlo di tutti. E non credo che cambi molto se a vincere sarà il centrodestra, il centro o il centrosinistra. Qualche giorno fa ho sentito Bertinotti che dichiarava: “Sopra ci sono l’Europa e i mercati, sotto c’è il territorio, amministrato da chi ci vive. In mezzo c’è un livello in cui più di tanto non si può contare”. Sono abbastanza d’accordo».
Un governo eletto potrebbe ridare agli italiani la sovranità che molti cittadini hanno la sensazione di aver perso per colpa dei tecnici ispirati dalla cosiddetta Troika europea.
«La sovranità fine a se stessa serve a poco. E se rivendicata solo come slogan elettorale ha un sapore nazional-fascistello. I partiti prima di tutto dovrebbero tornare tra i cittadini e capire i problemi del Paese».
Mi fa un esempio di un problema comprensibile solo ri-radicandosi sul territorio?
«L’Imu sulla seconda casa».
È cara. È cosa nota.
«Quel che è meno noto è che questa tassa, così alta, mette in difficoltà migliaia di piccolissimi comuni. I proprietari di casali e di antiche abitazioni nei borghetti di provincia saranno spinti a lasciare quei posti e quelle campagne. E questo avrà una ripercussione sull’agricoltura, sulla produzione dei vini, sul turismo… Per affrontare questi problemi, bisogna conoscerli. Essere presenti».
I partiti non lo sono più?
«Alla presenza si preferisce il surrogato spettacolare da campagna elettorale: il pullman di Prodi, la nave di Berlusconi, il camper di Renzi…».
A cena col nemico?
«Con Marco Pannella. Lo conosco da sessant’anni e lo stimo».
Che cosa la allontana di più da Pannella?
«La vede quella foto?».
C’è lei ripreso di spalle mentre guarda il Giudizio universale di Michelangelo. Mi vuol dire che siete lontani dal punto di vista religioso?
«Be’, pensi all’eutanasia: Pannella è favorevole, io sono contrario. Sono cattolico e considero me stesso una creatura di Dio. Ma so che gli italiani sono con il radicale».
Ne è certo?
«L’italiano medio ha questo sottile pensiero: “Ho vissuto senza fatica. Perché devo fatica’ pe’ mori’?”. Comunque, ora che ci penso, una volta con Pannella ho pranzato in una trattoria romana».
Come è andata?
«Gli ho ricordato che grazie a lui non ho mai fatto politica».
Grazie a Pannella?
«La prima volta che mi presentai all’Università nel 1950, un amico mi invitò a seguire un’assemblea di studenti. Sul palco c’era Pannella. Presiedeva. Srotolava mozioni, contro-mozioni, dichiarazioni di voto. Pensai: “Se questa è la politica, io non la farò mai”».
In realtà lei è andato spesso vicino ad avere incarichi politici.
«Mi hanno offerto tre volte di fare il sindaco di Roma. L’ultimo a propormi di fare il ministro, invece, è stato Giuliano Amato».
Quando?
«Nel ’92. Disse che avrebbe istituito apposta per me un “ministero Saraceno”, e cioè la fusione di quello del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno. Rifiutai».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Dare vita al Censis, nel 1964. Pasquale Saraceno, con cui avevo lavorato fino a quel momento allo Svimez, l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, pensava che non saremmo durati molto».
Invece lei è ancora qui a fotografare il Paese. Sa che cos’è Twitter?
«Sì, ma non lo frequento».
Ma come, ora anche il Papa cinguetta.
«Non mi interessa proprio».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«No. E considero un po’ demagogico pretendere che lo si sappia».
Il film preferito?
«Un uomo tranquillo, di John Ford».
La canzone?
«Teresa di Sergio Endrigo».
Il libro?
«Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen».
Quattro anni fa ha citato gli stessi titoli.
«Dovrei cambiare gusti a ottant’anni?».

Vittorio Zincone
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Categorie : interviste
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