Roberto Cecchi (Sette – febbraio 2012)

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Roberto Cecchi, 62 anni, al momento è più famoso per il suo vecchio incarico di commissario straordinario dell’area di Roma che per quello, freschissimo, di sottosegretario ai Beni Culturali del governo Monti. Da commissario, Cecchi nel 2010 si è occupato della sponsorizzazione del restauro del Colosseo da parte di Diego Della Valle. E, da settimane, su quella sponsorizzazione di 25 milioni di euro si stanno attorcigliando la Procura di Roma, l’Antitrust, il Tar, i sindacati e il Codacons: “L’accordo ha favorito una parte… L’accordo regala il Colosseo a un noto marchio di scarpe… L’accordo è stato fatto al ribasso”. Alla domanda: qual è l’errore più grande della sua vita? Cecchi risponde: «Essermi occupato dell’Anfiteatro Flavio». Il Colosseo, appunto.
L’affaire ha riacceso anche antichi dibattiti: è legittimo che i privati investano soldi per intervenire sul patrimonio di Stato? E se lo fanno, che cosa possono ottenere in cambio? Sono rispuntati i paralleli, spesso impropri, con gli Stati Uniti, le urla emergenziali, le grida di allarme per una presunta svendita di fette consistenti dei nostri monumenti.
Cecchi mi accoglie nel suo grande studio di via del Collegio Romano. Look ministeriale vecchio stampo: vestito grigio e scarpe nere. Parla lentamente. Soltanto quando accelera la cadenza cede qualcosa alle origini toscane. Gli faccio notare che a qualche decina di metri dalla sua porta due commessi stanno battendo il record planetario di solitario sul computer. Replica: «Lo dico da anni. Gli sprechi non avvengono sul territorio, dove il personale scarseggia, ma in altre sedi».
Uomo di lunghissima navigazione ministeriale, il sottosegretario tiene sotto braccio tre chili di carte. Accompagna le sue risposte scartabellando faldoni, documenti e fotocopie di lettere: «Vede? Il progetto di cartellonistica di Ryan Air avvolgeva completamente il Colosseo… Guardi: questa, invece, è la lettera di Della Valle».
Cecchi, se lei avesse fatto tutto per bene, forse non ci sarebbero state tutte queste polemiche sul Colosseo.
«Le assicuro che abbiamo fatto più di quel che dovevamo».
Il Codacons e la Uil dei Beni Culturali sostengono che l’assegnazione della sponsorizzazione non è stata limpida. Avete dato solo 48 ore ai contendenti di Della Valle per presentare la loro offerta.
«Non è vero. Per la prima volta nella storia d’Italia, c’è stato un bando per l’assegnazione di una sponsorizzazione. Chi voleva ha avuto 90 giorni per intervenire. Poi siamo passati a una fase di trattativa privata. E anche lì abbiamo dato 30 giorni per presentare le offerte».
A un certo punto però il ministero ha detto: «Entro 48 ore dobbiamo chiudere». Pare che l’input sia venuto da Della Valle.
«L’ufficio legale, formato da magistrati, ha ritenuto opportuno chiudere. Della Valle ci aveva fatto sapere che doveva presentare il piano ai soci e non aveva più tempo».
Ma allora è vero. È stato Della Valle a dettare i tempi.
«Assolutamente no. E al momento dell’accordo nessuno ha avuto nulla da obiettare: né le due imprese che avevano partecipato alla trattativa né nessun altro».
Questo non vuol dire che le regole siano state rispettate.
«Insisto: le regole sono state rispettate. Si tratta di un contratto. Abbiamo sistematizzato le fasi. Prima non ce ne erano. L’11 gennaio 2011, poi, c’è stata una gigantesca conferenza stampa per la presentazione del progetto. Nessuno ha aperto bocca per fare obiezioni».
Non credo che per i Beni Culturali valga la formula: «Chi ha qualcosa in contrario, parli ora, o taccia per sempre». L’Antitrust…
«Il parere dell’Antitrust è una raccomandazione per il futuro e contiene delle imprecisioni».
Precisiamo. Si è parlato di un’esclusiva per lo sfruttamento dell’immagine del Colosseo da parte di Della Valle per 15 anni.
«Il tempo è quello che avevamo previsto per la fine dei lavori. Ma non c’è nessuno sfruttamento dell’immagine del Colosseo. Perché non esiste un marchio Colosseo».
Che cosa avrà allora Della Valle in cambio della sponsorizzazione?
«Una copertura con cartelloni pubblicitari alta al massimo due metri e quaranta da terra: è l’altezza della recinzione del cantiere. E la possibilità di segnalare che lui ha fatto quei lavori di restauro al Colosseo».
Non è che potrà organizzare lì la presentazione di un prodotto o una cena di gala?
«No, non è possibile utilizzare il monumento per meri fini commerciali e per attività non istituzionali. Comunque spetta alla Sovrintendenza la concessione di diritti, come è successo per il concerto di luglio scorso di Biagio Antonacci».
È vero che nel progetto di restauro è previsto l’uso di muratori semplici invece che di restauratori?
«No».
Alcuni restauratori si sono incatenati al Colosseo per protestare.
«Polemiche strumentali. Il Consiglio di Stato ha messo una pietra tombale su quella vicenda. Il bando prevede i restauratori, ma essendoci da fare anche ponteggi e impianti elettrici, non ci saranno solo restauratori».
Se tutto è stato fatto in regola come dice lei, perché è in corso questa polemica?
«Perché molti in Italia pensano che non sia immaginabile un intervento dei privati. Chi dice che il nostro patrimonio non ha bisogno di sponsor è affetto da vetero-statalismo».
Pierluigi Regoli, responsabile cultura del Pd romano, ha scritto sull’Unità che il Colosseo con i suoi 33 milioni di incassi l’anno non ha bisogno di sponsor. E che al massimo si potrebbe aumentare il prezzo del biglietto di qualche centesimo.
«Non avevo letto. Discorsi come questo sono di uno statalismo di stampo bulgaro. Sullo stesso giornale ho letto pareri più corretti».
Non esageriamo.
«Il nostro patrimonio culturale non esiste a prescindere dalle cure. Se non lo curi crolla».
Il Colosseo perde pezzi.
«Sul Colosseo ci sono state delle esagerazioni. Ma ci sono zone archeologiche che stanno molto peggio. E ormai è evidente che se lo Stato investe solo lo 0,21% del proprio bilancio rischiamo di far crollare tutto».
E quindi?
«Bisogna coinvolgere anche i privati».
Come?
«Con delle sinergie».
La formula è un po’ vaga.
«Le posso citare qualche dato?».
Certo.
«Il nostro patrimonio museale ha un gradimento del 70% tra i visitatori. Il 30% che manca riguarda i servizi. Non solo: in Italia ci sono 37 milioni di visitatori l’anno nei 424 siti archeologici, storici e artistici statali. Ma il 50% di questi visitatori è concentrato su sei attrazioni: gli Uffizi, il Colosseo… Se unisce il dato sul gradimento a quello sull’affluenza risulta evidente che cosa intendo per sinergia: il privato deve agire nei servizi e nella valorizzazione dei siti meno frequentati. Il ministero non può organizzare i pulmini per raggiungere ogni piccolo museo sul territorio».
Salvatore Settis ha parlato dell’Italia come di un museo diffuso da tutelare.
«Prima di Settis, nel 1980 André Chastel ha fatto una riflessione sulle collezioni che sono nei musei e sui musei che sono nelle città. Proprio per dire che in Italia il valore culturale va oltre le singole opere. È nel tessuto cittadino, anche di alcuni piccolissimi comuni».
Il ministero non riesce a coordinarsi con il Comune di Napoli nemmeno per far raggiungere ai turisti il museo di Capodimonte.
«Appunto. Bisogna dare più spazio ai privati. Più spazio anche alla loro capacità inventiva».
Un esempio dello spazio da assegnare ai privati?
«La possibilità di concordare con le amministrazioni locali gli orari di apertura dei musei. La sinergia coi privati potrebbe creare posti di lavoro per tutti quei ragazzi che hanno studiato storia dell’arte, che sono preparatissimi, ma che finiscono per fare i baristi perché lo Stato, senza fondi, non sa come impiegarli nella valorizzazione del Patrimonio».
Qual è il museo più bello d’Italia?
«Tra quelli di Stato? Il Museo archeologico di Napoli. Straordinario».
E il sito più sgarrupato?
«Per molti anni è stato Santa Maria foris portas a Castelseprio, in provincia di Varese. Ora è un luogo magico».
Luoghi magici. I turisti che si avvicinano al Colosseo vengono accolti da un suk di ambulanti con tanto di finti centurioni abusivi.
«L’amministrazione comunale ha provato spesso a risolvere la questione. Ma poi tutto torna come prima».
Questa mi pare una dichiarazione di resa da parte della pubblica amministrazione.
«Che cosa le devo dire?».
Chi è il miglior ministro della Cultura con cui ha avuto a che fare?
«Giuliano Urbani e Walter Veltroni».
Perché?
«Urbani ha introdotto il codice dei Beni Culturali e paesaggistici: un’operazione di grande spessore».
Il peggiore?
«Non si può dire».
Sindaci di città d’arte: meglio Alemanno o Renzi?
«Non mi è piaciuta la polemica che ha fatto Renzi sulla proprietà del David. Sono d’accordo sul discutere in che modo valorizzare il David, ma non attraverso una diatriba sulla proprietà del capolavoro».
Firenze è la sua città, vero?
«Sì, mio padre lavorava lì per le ferrovie».
Lei aveva 19 anni nel 1968.
«Partecipai all’occupazione della scuola. Poi, dopo la maturità, mi iscrissi ad Architettura e persi interesse per la politica militante».
Lei quando è entrato per la prima volta ai Beni Culturali?
«Feci il concorso nel 1978. Venni assunto nel 1980, mi assegnarono alla Soprintendenza di Milano».
Poi è stato a Varese, in Calabria e nel 1997 è diventato soprintendente dei Musei civici di Venezia.
«In Calabria mi occupavo molto di paesaggio: difenderlo dagli abusi edilizi non è stato facilissimo».
Mi fa il nome di un ecomostro ancora in piedi che andrebbe abbattuto?
«Quello di Alimuri. Sulla costa di Vico Equense».
Nel 2001 è entrato nella sede centrale del ministero in via del Collegio Romano e in dieci anni ha raggiunto la vetta dei ruoli amministrativi. Prima di diventare sottosegretario era segretario generale del ministero. Il Fatto le ha rinfacciato un doppio stipendio.
«Ma magari. Il giorno stesso in cui ho giurato a Palazzo Chigi sono andato in aspettativa. Ho un solo stipendio».
Polemiche e sgambetti. Nel 2009 è stato accusato di aver tolto il vincolo a un mobile del Settecento per favorire un suo amico.
«Il pm ha chiesto l’archiviazione. Non c’era alcun amico».
Nel 2008 ha acquistato per conto del ministero un crocifisso di Michelangelo per 3,2 milioni di euro. C’è chi dice che sia un falso e che ne valga a malapena cinquantamila.
«C’erano dei pareri molto chiari su quell’opera e un vincolo del 2004 firmato da Antonio Paolucci. Ora il crocifisso è all’Opificio delle pietre dure di Firenze».
A cena col nemico?
«Con il presidente di Italia Nostra… com’è che si chiama? Alessandra Mottola Molfino».
Ha un clan di amici?
«Ne cito uno su tutti: Stefano, che come me è un grande motociclista».
Lei non ha esattamente l’aspetto del grande motociclista.
«Ho una 1200 di cilindrata».
Ci viene al ministero?
«No».
Che cosa guarda in tv?
«Mi piace molto Luciana Littizzetto».
I beni culturali non sono esattamente protagonisti dei palinsesti tv.
«Forse perché bisogna anche saperli raccontare: uno dei pochi che ci riesce egregiamente è Philippe Daverio».
Il film preferito?
«Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Parla del male, ma anche della complessità del potere e della macchina statale».
La canzone?
«Sgt. Pepper dei Beatles».
Il libro?
«Il giudice e il suo boia di Dürrenmatt. Mi piace la costruzione letteraria in cui è la casualità a dominare l’esistenza delle per-
sone».
Per caso conosce i confini dell’Iran?
«L’India…».
Ehm, no. L’India non c’è.
«L’Iraq, l’Afghanistan…».
Sa che cos’è Twitter?
«Certo, ma non lo frequento».
Dove si trova la Crocifissione di San Pietro?
«Ehm… è di Caravaggio…».
…si trova a Roma, a Santa Maria del Popolo.
«Certo… non mi veniva il nome della chiesa».

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