Maurizio Landini (Sette – luglio 2012)

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Maurizio Landini, 51 anni, segretario generale della Fiom, è l’ultimo paladino metal dei lavoratori. Inamovibile dalla trincea dell’articolo 18 e inossidabile nelle proteste contro i tagli alle pensioni. Lo avete visto spesso sui divanetti dei talk show televisivi con la sua parlata emiliana, i capelli grigi in disordine e la maglietta bianca sotto la camicia. Avversario agguerrito dei politici di centrodestra e di quelli di centrosinistra pro Monti, non ama e non usa gli attacchi personali: così quando gli chiedo se ha condiviso l’iniziativa dell’Italia dei Valori di provare a sfiduciare il ministro del Welfare Elsa Fornero, scuote la testa: «Il problema non è cambiare il ministro, ma cancellare i suoi provvedimenti».
Lo incontro di mattina presto in un bar del quartiere Trieste a Roma, vicino alla sede del sindacato. Sergio Marchionne ha appena annunciato che uno degli stabilimenti Fiat in Italia è di troppo. Prima di cominciare l’intervista parte la telefonata a Giorgio Airaudo, responsabile Fiom del settore auto. Conversazione serrata. Quasi rassegnata: «Tempi duri».
Il leitmotiv landiniano è: il lavoro deve tornare ad avere una rappresentanza politica forte. In giugno la Fiom ha pure organizzato un convegno a cui hanno partecipato Bersani, Vendola e Di Pietro. Qualcuno ha ipotizzato che quello fosse il primo passo per la creazione di un nuovo partito a guida sindacale. Landini smentisce. Alle Politiche farete liste Fiom? «No». Imporrete alcuni candidati nelle liste dei partiti di sinistra? «Non è questo il problema». Nel tono delle sue smentite, però, sembra esserci quasi un rammarico. Partiamo da qui.
Landini, oggi chi rappresenta gli interessi degli operai in Parlamento?
«Purtroppo la rappresentanza del mondo del lavoro è davvero scarsa».
Il Pd…
«Bersani è venuto all’incontro con la Fiom e ci ha detto che il famigerato articolo 8 voluto dall’ex ministro Sacconi, che permette alle aziende di licenziare in deroga al contratto nazionale, va cancellato. Ha dichiarato che l’intervento di Monti sulle pensioni non funziona. E ha pure criticato Marchionne».
Buon per voi. Ma il Pd di Bersani appoggia fortemente il governo Monti…
«Ecco, bisognerebbe cominciare a fare le cose che si dicono. Noi non diamo più deleghe in bianco a nessuno. E gli elettori non sono scemi».
Tra i banchi di Montecitorio siede Maurizio Zipponi, uomo Fiom dell’Idv…
«Ammetto che nell’Idv c’è una coerenza maggiore tra quel che viene detto e quel che viene fatto».
Di Pietro sembra aver archiviato la famosa foto di Vasto (quella che lo ritraeva con Bersani e Vendola) e da qualche settimana fustiga con vigore il filomontismo del Pd. La frattura tra questi partiti è sanabile in vista delle elezioni?
«Sul piano dei contenuti c’è un problema serio. Noi stiamo valutando gli strumenti, referendum e leggi di iniziativa popolare, per modificare quanto fatto da questo governo e dal precedente sulla pelle dei lavoratori: articolo 18, esodati… Il Pd che cosa farà?».
Chiederà a Bersani di votare un referendum per abrogare delle leggi che ha approvato faticosamente “per senso di responsabilità”?
«Sì».
Governi. Dal suo punto di vista… meglio Berlusconi o Monti?
«Preferisco non scegliere».
Deve.
«No. Siamo passati da Berlusconi, un populista che ci ha portato nel clima di emergenza in cui ci troviamo, a Monti, una persona rispettabile, che ci ha ridato credibilità in Europa… ma che taglia lo Stato sociale, più e peggio di quanto abbiano fatto i precedenti governi di centro-destra. Con l’arrivo di Monti siamo arrivati alla bancarotta della politica».
Monti è stato chiamato per salvare i conti.
«Le soluzioni adottate finora non mi pare che funzionino molto. E la politica è al collasso. Non credo sia un caso che alle ultime Amministrative sia andato a votare solo il 50% degli elettori. E non credo che sia casuale il successo del Movimento 5 Stelle. Altro che antipolitica…».
Grillo non è antipolitica?
«No. È la richiesta di un cambiamento della politica. C’è una domanda di partecipazione che va colta. C’è anche un po’ di populismo, ma con Grillo mi piacerebbe confrontarmi: non ho idea di che cosa pensi sul tema del lavoro».
Sul tema del lavoro lei sembra spesso in disaccordo anche con Susanna Camusso, il segretario generale della Cgil. Che cosa le rimprovera?
«Penso che anche la Cgil stia sottovalutando quello che sta succedendo. Con un governo Monti che non tratta, ma decide e ti informa, il sindacato che cosa deve fare?».
Me lo dica lei.
«Non può certo ridursi a un centro servizi per lavoratori e limitarsi a fare il tifo per i partiti perché votino bene in Parlamento. Non aver fatto uno sciopero generale contro i provvedimenti di questo governo sul mercato del lavoro è stato un errore. La risposta del sindacato è stata ed è debole. Pensiamo alla Fiat. È in corso un processo di frammentazione: i contratti che erano un vincolo sociale al mercato vengono messi in discussione. In questo modo cambia il ruolo del sindacato. Dobbiamo reagire».
Ha paura che il sindacato perda la sua rendita di posizione?
«No. Penso che non ci si possa ridurre a limitare i danni della globalizzazione e il diffondersi della precarietà».
Limitare i danni. È il riformismo.
«Il riformismo per me è immaginare un altro modello sociale. È lottare per l’estensione dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, anche in Cina. E non continuare a falciarli in Italia. È evidente che il modello sociale emerso negli ultimi anni non funziona. Si rischia l’esplosione sociale. Così il Paese scoppia».
Fornero ha detto che «il posto di lavoro non è qualcosa che si ottiene per diritto». Su Facebook è comparso uno slogan di risposta: «Allora pagare le tasse non è un dovere».
«Non sono d’accordo. Senza tasse spariscono i servizi sociali. E oggi più che mai servono soldi pubblici anche per rilanciare la ripresa. Magari, eviterei di far pagare sempre gli stessi».
Lei dove prenderebbe i soldi?
«Dalle transazioni finanziarie, con una Tobin tax. Dai capitali scudati. Istituendo una vera patrimoniale, colpendo evasione e corruzione. I soldi vanno presi dove ci sono».
Lei ha proposto di investire i fondi pensione dei lavoratori in attività produttive italiane.
«Verso contributi da più di trent’anni, mi piacerebbe sapere che maturano creando posti di lavoro».
Lei lavora da quando aveva 15 anni. Mi racconta la sua infanzia?
«Sono il quarto di cinque figli. Mio padre aggiustava le strade. Mia madre era casalinga».
Lei che studi ha fatto?
«Ho interrotto il triennio da geometra per cominciare a lavorare».
Il primo impiego?
«Saldatore in una piccola impresa artigiana. Facevamo macchine per l’edilizia. Poi venni assunto in una cooperativa metalmeccanica di Reggio Emilia che fabbricava impianti termo-idraulici».
In quella cooperativa rossa si svolse una scena che lei ha raccontato un paio di anni fa: voi operai al freddo, stanchi, chiedete una riduzione dell’orario. Arriva un dirigente del Pci e vi chiede di non fare storie. E lei sbotta: «Abbiamo in tasca la stessa tessera, ma io ho freddo lo stesso».
«Lì capii che un sindacato non deve guardare in faccia nessuno e che il Partito non era una garanzia dei diritti di chi lavora».
La sua esperienza nel Pci.
«Militavo nella Fgci, la federazione dei giovani comunisti».
Era adolescente negli anni Settanta. Anni duri.
«Non ho mai partecipato a scontri. Ricordo le domeniche a “diffondere” l’Unità. E le interminabili discussioni in sezione. La politica era partecipazione disinteressata».
E ora?
«Questa dimensione si è persa».
La sua prima volta da delegato sindacale?
«A diciannove anni. A 25 ho abbandonato la fabbrica e sono entrato definitivamente nella Fiom. Una scelta totalizzante: fare il sindacalista non è solo un mestiere».
A Bologna è stato al fianco di Sabattini, ex leader leggendario della Fiom. L’insegnamento di Sabattini?
«L’indipendenza del sindacato. Anche dalla politica».
Sindacato e politica. Nel 1998 Bertinotti, allora segretario di Rifondazione ed ex leader cigiellino, fece cadere il primo governo Prodi…
«Io non ero d’accordo. E in ogni caso, caduto Prodi, si doveva andare a elezioni».
Invece è nato il governo D’Alema.
«E così si è riaperto un processo che ha portato al ritorno di Berlusconi».
Quando si andrà a votare?
«Credo in aprile 2013».
Monti bis o Prodi ter?
«Preferirei un cambiamento vero».
Lei dove vota?
«A San Polo d’Enza, il comune della mia infanzia. Mia moglie lavora lì. Ci torno tutti i weekend».
Quanto guadagna il leader dei metalmeccanici?
«Duemilatrecento euro al mese. Ed è lo stipendio più alto di tutta la Fiom».
Quanti iscritti ha il suo sindacato?
«Circa trecentosettantamila».
A cena col nemico?
«Giorgio Squinzi, il nuovo presidente di Confindustria».
Pensavo mi dicesse Marchionne. Che fine faranno i 145 operai Fiom di Pomigliano? Il tribunale di Roma ha ordinato il reintegro, ma Marchionne ha fatto ricorso.
«Il fatto che un imprenditore non rispetti una sentenza di questo genere dovrebbe far mobilitare il Paese».
Il ricorso è un diritto.
«Vorrei che fosse riconosciuto a quei 145… anzi aggiungiamoci anche i tre di Melfi, quindi a quei 148, il diritto di lavorare».
Ha un clan di amici?
«Ne dico uno: Centurio. Figlio di un partigiano, come me».
Il film preferito?
«Balla coi lupi con Kevin Costner».
Il libro?
«Mi piacciono molto i gialli di Manuel Vázquez Montalbán».
È vero che non ha mai letto Marx?
«Verissimo».
È mai stato nei Paesi dell’ex Unione Sovietica?
«Sono stato una volta a Berlino Est per un gemellaggio. Avevo tredici anni. Sfidammo i tedeschi a calcio e li battemmo».
Mi tolga una curiosità: perché porta sempre una maglietta bianca sotto la camicia?
«Ho un fisico del cavolo e sono freddoloso».
Sembra un vezzo vetero-operaista. La retorica della canotta.
«Senza la maglietta sto male. La porto da quando ero bambino e non ho mai smesso».

Vittorio Zincone
© riproduzione riservata

Categorie : interviste
Commenti
rossella 26 dicembre 2012

Bella intervista alla personalità più autorevole, come sostanza e come forma, in tema di rivalutazione del valore “lavoro”

rodolfo 11 settembre 2013

e’ un grande sindacalista, ottima parlantina buon comunicatore dialogo chiaro e comprensibile a tutti. le maca un titolo di studio? ma per faore desidererei avere tanti politici ignoranti come lui , non mi dite che questi politici sono inteligenti e colti!

carbognani edda 21 dicembre 2013

ne basterebbero 100 come lui e faremmo senza di quella spacie di associazione che abbiamo in parlamento

Benito Azzoni 9 gennaio 2014

Mi piacerebbe parlare almeno una volta con Landini. Avrei delle cose da raccontargli che non può sapere. Quando lo vedo in televisione mi rièporta agli anni ’50-60, quando ho lasciato il mio paese, San Benedetto Po, nel 1961 ed il mio trattore “Landini” per venire a lavorare a Milano.

vz 10 gennaio 2014

Può chiamare la sede della Fiom di Roma.

bruno 30 ottobre 2014

è un piacere leggere questa intervista

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