Martin Schulz (Sette – agosto 2012)

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A un certo punto, mentre stiamo parlando dei suoi esordi, Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, tira fuori il passato da campione giovanile di calcio. Gli chiedo: in che ruolo giocava? E lui, sorridendo: «Terzino sinistro. Difendevo la “sinistra”. Continuo a farlo anche in politica». I suoi “nein”, non sempre ascoltati, rimbombano nei palazzi di Strasburgo: no al fiscal compact come unica medicina, no ai tagli al bilancio europeo, no a un’Europa con debiti in competizione tra loro e no alla dittatura delle agenzie di rating. Chiede: «È una coincidenza che una delle tre grandi agenzie americane degradi l’Italia proprio il giorno prima di una importante vendita di titoli di Stato?».
Tedesco, 56 anni, Schulz è diventato celebre in Italia per una schermaglia istituzionale con Berlusconi, a Strasburgo. La scena è nota. Luglio 2003. Schulz, allora capogruppo dei socialdemocratici europei, rimprovera pubblicamente al premier italiano il conflitto di interessi e lancia un paio di bordate contro il ministro Bossi. Il Cavaliere prende la parola e azzanna: «Ho un amico produttore che sta preparando un film sui campi di concentramento. La proporrò nel ruolo di kapò». Silenzio in aula. Fini, che allora era ministro degli Esteri, resta pietrificato. Prodi, sprofonda nella sua poltrona di presidente della Commissione europea. I maligni sostengono che da quel giorno la carriera di Schulz abbia subito un’impennata.
Mentre l’euro rischia di sprofondare e l’austerity incombe sul Vecchio continente, Schulz rimbalza da un incontro all’altro. L’intervista diventa multimediale, in più tappe. Telefono, chat, email. Il suo leitmotiv è: «L’euro ce la può fare, ma la politica deve tornare protagonista. E con lei, il Parlamento europeo». In effetti, nelle cronache che raccontano i tentativi di salvare l’Europa, il Parlamento Ue è citato poco. Partiamo da qui, allora.
Schulz, la “Camera” di Strasburgo conta sempre meno.
«C’è una deriva molto pericolosa».
Quale?
«Il Parlamento europeo, l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini, viene estromesso dalle decisioni più importanti. È un rischio per la democrazia».
Addirittura?
«Secondo lei perché in tutto il continente emergono partiti euro-scettici?».
Me lo dica lei.
«I cittadini sentono l’Europa lontana. Non possono accettare che le decisioni che bruciano sulla loro pelle siano prese da un gruppo ristretto di persone in una stanzetta oscura di Bruxelles. L’unico argine possibile è un maggior ruolo del Parlamento».
Lo dice perché ne è presidente?
«Lo dico perché è il luogo dove si svolgono dibattiti aperti e trasparenti sul futuro dell’Europa. Il Parlamento è l’avanguardia intellettuale dell’Unione».
Non esageri.
«È così. Il problema dell’Europa sono gli Stati membri, che per egoismo nazionale e per miopia, pensando più alle proprie elezioni che al futuro del continente, bloccano progetti parlamentari ambiziosi, ma necessari. Salvo poi presentarli, con due anni di ritardo, come la loro brillante trovata per uscire dalla crisi».
Sta parlando della “sua” Germania?
«La Germania è una nazione solidale. Ogni tanto però ricordo agli stessi tedeschi che questo non può essere considerato un atteggiamento caritatevole. È piuttosto ragionevolezza: la stabilità europea è in cima agli interessi della Germania, anche perché la Germania è cresciuta con le esportazioni in Europa».
Anche Merkel ultimamente ha parlato della necessità di avere “più Europa”. Secondo lei è sincera?
«Penso di sì. Anche se Angela Merkel si è mossa spesso in ritardo, perché deve rompere le resistenze che ha nel suo Paese».
Le resistenze: molti tedeschi sono contrari agli Eurobond.
«Io sono favorevole. È l’unico meccanismo che, con condizioni adeguate, possa garantire stabilità a lungo termine per tutta la zona euro. I miei connazionali capiranno che essere dogmatici su questo punto rischia di portare alla fine dell’euro. I Paesi europei o marciano uniti o sono destinati a diventare irrilevanti. Dobbiamo affrontare sfide planetarie: i cambiamenti climatici, i flussi migratori, gli scambi commerciali… Nemmeno la Germania, il più grande dei Paesi Ue, su questi temi può trattare da sola con la Cina o con l’India».
I progetti approvati dal Parlamento e bocciati dagli Stati membri…
«Abbiamo cominciato a discutere prima che cominciassero le speculazioni sui titoli europei. Sono stati votati: l’introduzione degli Eurobond, l’istituzione di un fondo di rimborso del debito, l’aumento del capitale della Bei (la Banca europea per gli investimenti) per accrescere la capacità di erogare prestiti, la riassegnazione dei fondi inutilizzati per favorire la crescita, la chiusura dei paradisi fiscali… Ancora: la mutualizzazione del debito, un ruolo più forte per gli organismi di revisione finanziaria… E ovviamente la tassa sulle transazioni finanziarie».
La leggendaria Tobin Tax.
«È uno dei miei cavalli di battaglia. Non è giusto che le conseguenze della crisi vengano scaricate solo sulle spalle dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani. Paghino anche quelli che hanno generato la crisi».
Perché la cosiddetta “Europa delle banche” e della troika dovrebbe mettersi a tassare le transazioni finanziarie?
«L’Europa non è delle banche. Ed è ora che la politica si riprenda il primato sui mercati».
Secondo lei si arriverà mai a eleggere direttamente un governo europeo?
«Nelle prossime elezioni europee del 2014 ci dovrebbero essere delle novità: popolari, socialisti e liberali sono d’accordo sulla proposta di indicare un proprio candidato per la presidenza della Commissione europea. Questo dovrebbe europeizzare la campagna elettorale».
Mi fa il nome di un possibile candidato socialista?
«Mi pare un po’ prematuro».
Chi è il leader più europeista in circolazione?
«Martin Schulz. Eheh».
Vanesio.
«Scherzo, eh. Spero che chi ha responsabilità oggi in Europa capisca che non c’è più tempo per far giochetti politici. In agenda c’è il futuro dell’Europa».
Quale sarà il futuro dell’Europa?
«L’Europa è la più grande rivoluzione a cui il mondo abbia assistito dopo la Seconda guerra mondiale. Si deve lavorare ancora sull’unione bancaria, politica e fiscale. Ma prima dobbiamo affrontare l’emergenza. Ci sono due urgenze».
La prima?
«È una vergogna che in alcuni Paesi dell’Ue un giovane su due non abbia lavoro. La Spagna ci ha mostrato che la minaccia di una esplosione sociale è reale».
La seconda urgenza?
«Rompere la spirale dell’aumento dei debiti pubblici. Lo sa che la Grecia avrebbe un bilancio quasi in equilibrio, se non fosse per gli interessi che deve pagare sul debito?».
La dittatura dello spread.
«Più alti sono gli interessi sui titoli di Stato, più aumentano i debiti. E così si rischia di vanificare anche i sacrifici dei cittadini».
L’austerity rischia di essere vanificata dalle speculazioni. Ignazio Visco, il governatore di Bankitalia, ha detto che solo 200 punti di spread sono colpa dei guai interni del Paese, il resto è attribuibile a problemi comuni della zona euro.
«Sono il primo a dire che in Europa devono cambiare molte cose. Che non ci si può focalizzare solo sull’austerity e che si deve tornare a pensare alla crescita. Ma l’Italia non sta facendo sforzi e sacrifici per far piacere all’Europa. L’Italia ha un livello di indebitamento insostenibile».
L’Italia si è comportata troppo da cicala?
«Chi ha creato i duemila miliardi di debito che incombono sulla testa degli italiani? L’Europa o i governi di Roma? Consolidare i propri bilanci è anche una questione di giustizia tra generazioni: non è giusto godersi la festa e lasciare il conto da pagare ai nostri figli».
Che cosa ha fatto la Germania negli ultimi anni che l’Italia non ha fatto?
«Il governo Schroeder negli anni Duemila ha realizzato importanti riforme strutturali: dal mercato del lavoro alle liberalizzazioni. La Spd ha pagato caro alle elezioni quelle riforme. E l’austera signora Merkel all’epoca votò contro tutti i provvedimenti del governo di sinistra…».
Il Pd di Bersani fa bene quindi ad appoggiare il governo Monti?
«Non vorrei entrare nelle vicende italiane, ma è giusto sostenere un governo che porta stabilità».
Mi racconta la sua infanzia?
«Sono nato a Würselen, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Mio padre, socialista, veniva da una famiglia di minatori della Saarland. Ha combattutto la Seconda guerra mondiale, è stato poliziotto e musicista. In casa mia c’è ancora un violino che lui si costruì mentre era prigioniero degli inglesi».
Sua madre…
«Era di estrazione borghese. È stata una delle fondatrici della Cdu (il partito cristiano democratico, ndr) della nostra zona».
Lei quindi ha sempre vissuto in casa lo scontro tra le due grandi famiglie politiche europee.
«In realtà non c’erano scontri. Tutti e due lottavano per la giustizia sociale».
Ha mai pensato di aderire alla Cdu, il partito di sua madre?
«Ahah, no no. Nel 1974, a diciannove anni, mi sono iscritto al Partito socialista. Ispirato anche dai discorsi di Willy Brandt».
Il suo primo lavoro?
«Per molti anni ho lavorato in libreria. Un luogo di continuo incontro e scambio di idee».
Ricorda il suo primo comizio?
«Fu un’invettiva contro Pinochet. La feci di fronte alla platea dei giovani socialisti di Würselen, la mia città, di cui sono stato sindaco nel 1987. Ho mantenuto quell’incarico per 11 anni».
Berlusconi ha annunciato di volersi ricandidare alla premiership dell’Italia. Quand’è l’ultima volta che ci ha parlato?
«Il 2 luglio del 2003».
Non l’ha più incontrato dopo l’incidente del “kapò”.
«No».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Maggio 1985. Andare nel luogo dove incontrai quella che sarebbe diventata mia moglie».
L’errore più grande che ha fatto?
«Fare questa intervista?».
Non vale.
«Diventare tifoso del Colonia. Una sofferenza. E ogni domenica reitero l’errore».
Che cosa guarda in tv?
«News da tutto il mondo. In Italia… Lilli Gruber».
Il libro preferito?
«La valle dell’Eden di John Steinbeck».
Il film?
«L’armée des ombres, con Simone Signoret. Una storia meravigliosa durante l’occupazione tedesca della Francia».
La canzone?
«Chanson pour l’Auvergnat di Georges Brassens».
Lei è franco-maniaco.
«Ma no. Cambio la canzone… Avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossa…».
Che fa, canta?
«Eheh… Bandiera rossa la trionferà…».

Vittorio Zincone
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Categorie : interviste
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