Manolis Glezos (Sette – maggio 2012)

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Ogni volta che il popolo greco insorge, lui c’è. In piazza Syntagma, ad Atene, in prima fila. Manolis Glezos, 89 anni, ex partigiano, militante incallito, icona di un popolo in rivolta, è stato in prigione per anni. L’hanno torturato, esiliato e condannato a morte. Ha divorato il Ventesimo secolo seduto su una barricata. E ora affronta il Ventunesimo con la sfrontatezza di un ragazzino ribelle: una sua foto di qualche mese fa, che lo ritrae in giacca e camicia mentre affronta un poliziotto in assetto da guerriglia, è diventata un simbolo: l’immagine plastica e baffuta di un Paese schiacciato dalla crisi e impoverito, che rifiuta il commissariamento europeo e i diktat della Bce, dell’Ue e del Fondo monetario internazionale (la cosiddetta Troika).
Glezos parla con voce decisa. Conosce qualche parola di italiano e di inglese, ma preferisce conversare in greco. L’interprete Benedetta Pitouli si commuove mentre lo sente raccontare le sue fiere peripezie resistenziali. Fu Glezos nella primavera del 1941 a strappare via la bandiera uncinata che i nazisti avevano issato sull’Acropoli. Ed è lui che, dopo essersi esibito in una feroce invettiva anti-merkeliana, ha accompagnato sul palco per l’ultimo comizio elettorale Alexis Tsipras, il giovane leader della sinistra radicale (Syriza), che ha sbancato le urne imponendosi come secondo partito nazionale. Glezos, appena rieletto in Parlamento, gioisce: «I greci riprendono in mano il loro destino». E poco importa se nel resto del Continente i risultati caotici del voto ellenico siano visti come una nube sui Mercati.
In Grecia e in Francia gli exploit elettorali sono stati quelli dei partiti critici con l’austerity voluta dalla Bce…
«…e dalla Germania. I popoli europei vogliono decidere il presente e il futuro senza condizionamenti. Il popolo greco sta organizzando la sua resistenza».
Lei ha paragonato la resistenza dei greci contro la Troika a quella contro i nazisti. Un’esagerazione.
«No. Le condizioni storiche non sono le stesse, è ovvio. Ma la sostanza sì: vogliono dominarci. Il popolo greco resisterà al tentativo di sottometterci».
Se la Grecia non avesse truccato i propri conti pubblici, la cosiddetta Troika non avrebbe imposto alcun sacrificio.
«E se non ci fosse l’evasione fiscale sarebbe tutto più facile. Lo sa che in molte isole, le case e le ville, anche di proprietà di stranieri, vengono affittate in nero?».
In Grecia l’impatto della corruzione sull’economia è imponente.
«C’è una corruzione etica che investe anche il Parlamento e si riversa sull’economia. Ma la crisi non l’ha causata il popolo greco. La crisi nasce nelle stanze delle banche. E allora perché il governo deve tagliare pensioni e stipendi?».
L’Europa vuole solo vedere i conti della Grecia in ordine.
«Non è così. La Troika ci vuole dominare controllando i nostri capitali. Ce lo ha insegnato Menandro venticinque secoli fa: i prestiti trasformano le persone in schiavi. Ecco, noi non vogliamo salvatori. Ci salviamo da soli. Prendano i loro soldi e vadano al diavolo. Se fossi premier, lavorerei sin dal primo giorno per liberare la Grecia dalla dipendenza dagli stranieri».
Il popolo greco è in piazza da mesi.
«Ci hanno raccontato troppe bugie».
Quali bugie?
«Ci hanno detto che senza i soldi dell’Europa non si sarebbe andati avanti. È falso. Abbiamo visto i ricchi greci trasferire indisturbati i soldi all’estero. E i politici corrotti restare impuniti».
Tra gli scontenti molti hanno votato Alba d’oro, il partito di ispirazione neofascista.
«Hanno preso il 7%. I popoli che vivono una forte crisi economica possono subire il fascino delle idee neofasciste».
I neofascisti sono anti-Troika, come lei.
«Anche Hitler era contro il capitale e contro le grandi potenze. Basta lasciarli parlare per capire la loro natura. I greci non si faranno imbrogliare».
Lei e i neofascisti anti-Troika. I socialisti del Pasok e i centristi di Nuova Democrazia che votano governi tecnocratici. È saltata la vecchia contrapposizione tra destra e sinistra?
«La vera distinzione è tra chi vuole la piena indipendenza della Grecia e chi accetta che le banche e gli Stati Uniti impongano la loro opinione al nostro Paese».
Lei vorrebbe abbandonare l’euro e tornare alla dracma?
«No. E comunque non è importante la moneta usata, quanto non essere schiavo di chi controlla quella moneta».
Vorrebbe vedere la Grecia fuori dall’Europa?
«Scherza? Noi siamo europei. L’Europa è nostra e non la regaliamo. Europa è una parola greca, lo sa, vero? Noi vogliamo vivere con gli altri popoli europei, ma io vorrei rovesciare l’attuale politica Ue, con tutta la Commissione».
È favorevole a un default della Grecia?
«Sì. Sono contro gli accordi sui prestiti europei. Non credo che il popolo greco sia in debito con nessuno. Anzi. Frau Merkel ci deve molti soldi».
Angela Merkel deve dei soldi alla Grecia?
«Siamo l’unico Paese europeo a non essere stato risarcito dalla Germania per i danni della guerra: parliamo di centinaia di miliardi di euro».
Lei non sopporta i tedeschi…
«Non è vero. Io non sopporto il governo tedesco. Credo che il sentimento sia comune a molti greci».
Si trova di fronte ad Angela Merkel, che cosa le dice?
«Le chiederei di smetterla di accanirsi contro la Grecia, anche perché se la Germania è una democrazia lo deve anche alla nostra resistenza».
Lei è intervenuto più di una volta per richiedere ai tedeschi le opere d’arte trafugate durante la Seconda Guerra Mondiale.
«Certo. Ci hanno rubato tesori archeologici inestimabili. C’è un catalogo dettagliato. Il problema non riguarda solo la Germania, ma anche l’Inghilterra…».
Una faccia, una razza. Conosce qualche politico italiano?
«In Italia, qualche anno fa, mi stavano per candidare alle Europee con la sinistra».
Sa chi sono Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola?
«Non li conosco personalmente. Ma ho conosciuto Palmiro Togliatti. Alla fine degli anni Cinquanta. Abbiamo passato molte ore insieme a Mosca, dove c’era una riunione dei partiti comunisti d’Europa».
In tutta la sua vita a quanti cortei in piazza Syntagma ha partecipato?
«È un calcolo difficile. Diciamo che quando c’è una manifestazione io cerco di esserci. Sempre».
Ha quasi novant’anni. Alla sua età è pericolosa anche una marcia per la pace, figuriamoci una manifestazione con le cariche della polizia.
«Quando si va in battaglia si mette in conto il pericolo».
Cerca una morte eroica?
«Ahah, no. Ma so che combattendo si può morire».
Lei è stato condannato a morte…
«…tre volte. Per salvarmi si sono mobilitate molte persone».
È vero che una volta per bloccare la sua esecuzione intervenne il presidente francese Charles de Gaulle?
«Sì. Quando sono stato in Francia, sono andato in visita a Colombey-les-deux-Églises».
La sua prima azione di resistenza?
«Contro gli italiani nel Dodecaneso».
Poi, la notte del 30 maggio 1941…
«Non mi piace vantarmi».
Quella notte lei strappò via la bandiera nazista dall’Acropoli.
«Le dirò solo perché lo facemmo: si era appena conclusa la battaglia di Creta e Hitler aveva dichiarato che nell’Europa continentale lui non aveva più nemici. Strappare quella bandiera era un modo per fargli capire che di nemici ne aveva molti e che da quel momento sarebbe cominciata la nostra resistenza».
Il 24 marzo 1942 lei venne catturato e torturato dai nazisti. Alla fine della guerra venne arrestato in quanto comunista. La vennero a prendere anche il 21 aprile 1967, il giorno del colpo di Stato dei Colonnelli. Ha trascorso gli anni Cinquanta e Sessanta tra gattabuie e barricate. Ora, appena può scende in piazza. Ma un po’ di quiete, mai?
«No. Perché ho fatto una promessa».
Quale promessa?
«Prima di ogni azione, con i miei compagni ci dicevamo: “Se cado e tu sopravvivi, non mi dimenticare e non dimenticare i miei sogni”. Ecco, io lotto ancora per realizzare quei sogni».
È riuscito a realizzarne almeno uno?
«Sì. Un’esperienza di democrazia diretta».
Dove e quando?
«Ad Apiranthos, una cittadina sull’isola di Naxos. Io sono nato lì. Nel 1987 (ero deputato nazionale e parlamentare europeo), abbandonai gli incarichi e mi trasferii sull’isola per realizzare un esperimento di democrazia diretta e di autogoverno».
Autogoverno?
«Abbiamo creato scuole, musei… Le scuole sono state chiuse, ma i musei ci sono ancora. In linea di massima, credo che non si possano delegare al potere centrale le decisioni che riguardano i piccoli paesi periferici. E penso che le decisioni locali vadano sottoposte con più frequenza al voto dei cittadini».
Il momento più brutto della sua lunga militanza?
«Quando in prigione mi hanno annunciato la morte di un amico».
Ha mai ucciso un nemico?
«Durante una battaglia un mio colpo può aver colpito qualcuno. Ma non ho mai premuto il grilletto a freddo».
A cena col nemico?
«Se le dico Gesù Cristo, che cosa mi dice?».
Le chiedo: perché?
«Perché era un grande rivoluzionario. Ne ho parlato spesso con preti e sacerdoti. Non credo che mi abbiano capito. Io sono stato scomunicato due volte dalla Chiesa cattolica. Ma poi mi sono ritrovato al fianco di molti cattolici greci nella lotta contro il regime dei Colonnelli».
Lei ha un clan di amici?
«Ne ho tanti. E ne ho persi tanti».
Il film preferito?
«Viridiana, del 1961, si svolge in Spagna, nel periodo della dittatura di Franco».
Il libro?
«Molti. Ma più di tutti l’Odissea di Omero».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Non accettare mai le ingiustizie».
L’errore più grande che ha fatto?
«Ne ho fatti tanti. Del più grande parlerò nelle mie memorie. Che scriverò quando sarò vecchio. Le toccherà aspettare ancora un po’, eheh».

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