Jean-Paul Fitoussi (Sette – aprile 2012)

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Quando parli con Jean-Paul Fitoussi di crisi, di spread e di recessione europea, hai un po’ la sensazione di avere di fronte un genitore che ti dice: «Te l’avevo detto io». Guru dell’economia, studioso pluripremiato, professore itinerante e consigliere nei board di varie multinazionali, Fitoussi denuncia la sgangheratezza dell’assetto politico-economico del Vecchio Continente da più di dieci anni. Rivendica questo primato appena gli cito l’accorato j’accuse contro il suicidio economico dell’Europa che il premio Nobel Paul Krugman ha pubblicato sul New York Times.
Fitoussi è un alfiere dell’anti-dottrinalismo e non ama essere etichettato. Quando lo definisco “keynesiano”, mi stoppa e precisa: «Keynesiano non è la parola giusta. Io provo a capire il mondo». Parte una lezioncina ironica: «In economia ci sono due teorie: una, prevalente, dice che non ci sono problemi, che la disoccupazione è una scelta della gente, che chi guadagna meno è perché ha deciso di lavorare meno e che la concorrenza sistemerà tutto». E l’altra? «È quella a cui aderisco anche io: si basa sull’osservazione della realtà. Un’osservazione da cui risulta che se non ci fosse l’intervento dello Stato… sarebbe un incubo».
Franco-tunisino, sguardo sveglio e parlata suadente, mi accoglie nella sua stanzetta della Luiss, l’Università capitolina dove insegna quando si sgancia dall’Istituto di studi politici di Parigi e dall’Osservatorio francese per la Congiuntura economica, che ha guidato per 21 anni e di cui adesso è direttore di ricerca. La sua scrivania è sommersa da saggi, dizionari e cartelline. Parliamo per un’ora della recessione. Fitoussi pensa che l’Europa si sia infilata in un buco nero da cui uscirà con grande difficoltà. Lo spread che tanto ci angoscia, per lui è il succo amaro di un frutto avvelenato. E quel frutto è l’assetto costituzionale europeo decisamente scalcagnato. Da questa analisi (spietata?), ovviamente, non si salva nemmeno Mario Monti.
Che cosa avrebbe dovuto fare (e non ha fatto) il nostro premier Monti?
«In realtà il problema è che Monti non ha il potere di fare molto. È un deficit comune…».
Comune a chi?
«Ai governi degli Stati europei che hanno la legittimità politica, ma non hanno gli strumenti. L’Unione Europea, invece, non ha la legittimità politica, ma ha gli strumenti. Solo che non può usarli perché ci sono trattati che pongono un sacco di vincoli. C’è un problema generale di sovranità».
Dia lei un consiglio a Monti.
«Dovrebbe essere più fermo nei confronti dell’Europa: non si può avere una visione sacrificale dei cittadini. Così non si va avanti».
Monti più fermo nei confronti dell’Europa? L’attuale governo campa con la missione di mettere in pratica la celebre lettera della Bce.
«Quale lettera?».
Quella che la Bce ha recapitato a Palazzo Chigi nell’agosto scorso. C’era ancora Berlusconi.
«Lei l’ha mai vista?».
Ho letto i punti principali sui quotidiani: accrescere il potenziale di crescita, modificare il mercato del lavoro… Ricorda?
«Un’istituzione europea che invia ordini a un governo eletto democraticamente? È scioccante».
Professore, non faccia il finto tonto.
«Anche il governo Monti è legittimato dal voto del Parlamento, ma in realtà l’Italia è sotto la tutela dell’Europa e dei mercati. Se non si seguono certe direttive, lo spread schizza. E lo spread costa».
I sacrifici servono per convincere i mercati.
«Be’, i mercati e l’Europa per molto tempo non si sono fidati…».
Di che cosa?
«Della capacità italiana di crescere seguendo i tre pilastri dell’economia europea: stabilità dei prezzi, libera concorrenza e patto di stabilità. Follie dottrinali. Bah».
Lei non è un sostenitore di questi pilastri?
«Sono stupidi, perché dimenticano un obiettivo essenziale: la piena occupazione! E poi non funzionano. Anche perché c’è un peccato originale».
Quale?
«L’Europa ha una moneta federale. Ma il debito è confederale. C’è una sola moneta, l’euro, ma ogni Stato ha un suo debito. E questo permette le speculazioni sui valori dei titoli pubblici. Ora, in piena crisi, lo shock comune ha creato effetti asimmetrici. Ci sono stati ben sette vertici europei per gestire l’emergenza. Sette. Verrebbe da ridere, se non fosse una tragedia. E alla fine che cosa si è deciso? Austerità generalizzata in tutti i Paesi: tasse, tagli… Ottanta anni dopo la Grande Depressione del ’29, viene riproposta la Treasury View, la teoria della “non spesa” pubblica, che determinò la crisi degli anni Trenta».
Austerity e recessione: un mix letale?
«Il dato letale è che l’austerity è imposta a tutto il mercato europeo. L’austerity può funzionare se messa in atto da un unico Paese stimolato dalla “domanda” esterna degli altri Stati. Ma se tutte le economie fanno austerity… Ci metta pure che le banche non hanno liquidità per fare credito e che siamo in pieno credit crunch…».
La cura rischia di uccidere il paziente?
«Certo. La situazione rischia di diventare insostenibile. Ci potrebbero essere rivolte sociali. In Spagna la disoccupazione giovanile è al 50%. In Italia è al 31%. Per quanto tempo i cittadini accetteranno questa situazione?».
Lei però ha detto che Monti non poteva fare più di tanto.
«I governi ormai non hanno potere. Non possono attuare né una politica monetaria, né una politica di bilancio, né una politica del cambio. Che cosa gli rimane?».
Me lo dica lei.
«Le riforme strutturali. Quelle a costo zero sono quelle che liberano i mercati, e che, accompagnate da tagli, abbassano anche i livelli di protezione sociale».
Lei ha detto che Monti dovrebbe essere duro con l’Europa. Ma l’Europa che cosa potrebbe fare per uscire dalla crisi?
«Dobbiamo creare debito. In Giappone lo hanno fatto. Le agenzie di rating hanno declassato i nipponici a livello del Botswana, ma il tasso dei titoli di Stato giapponesi è a zero. Sa perché?».
Perché?
«Perché c’è la protezione di una banca centrale che impedisce le speculazioni. In Europa la vera bomba atomica sarebbe quella di dire: creiamo un debito unico, fatto di Eurobond».
Come mai non si fa?
«Basta il veto di un mini Stato per impedirlo. In questo caso la Germania si è sempre opposta perché non voleva far pesare sui contribuenti tedeschi i debiti degli altri».
C’è una soluzione meno “atomica”?
«Accettare che la Bce acquisti i titoli dei Paesi in difficoltà. Ma anche qui la Germania non ha voluto perché temeva un effetto inflazione».
Tedeschi egoisti?
«Le politiche nazionali non sono mai altruiste».
C’è anche chi pensa, come Serge Latouche, che non si debba fare più spesa pubblica, ma più semplicemente si debba consumare meno.
«Bisogna avere i piedi per terra. Chiedere a un ricco di ridurre i propri consumi del 5% è facile. Ma come si fa a chiederlo a una famiglia con 750 euro di reddito? Consumare meno, per certe famiglie vuol dire morire di fame. Attualmente non si può ridurre la produzione sventolando la bandiera ecologista. Non è giusto. Io ho fatto un calcolo a livello mondiale».
Quale calcolo?
«Se sul pianeta Terra tutti guadagnassero lo stesso stipendio sa a quanto ammonterebbe questo stipendio?».
A quanto?
«A 450 euro al mese, calcolati sul potere d’acquisto europeo. In Africa sarebbero molti meno, ovviamente. Saremmo tutti poveri».
In Francia sono in corso le elezioni presidenziali. Il candidato socialista Hollande ha promesso supertasse per gli ultra ricchi. È una mossa tra il demagogico e il simbolico?
«Sì e no. Se queste supertasse fossero transitorie, potrebbero rappresentare un passo verso una riforma fiscale più equa. Ma a regime sarebbero un’esagerazione».
Il centro-sinistra italiano…
«È un mistero… A parte che solo in Italia si chiama “centro-sinistra”, ma certe cose non le ho mai capite».
Che cosa non ha capito?
«Prodi, che è un uomo per bene, ha mai fatto una politica di sinistra?».
Si dia una risposta.
«Non mi pare».
Forse dipende da che cosa intende lei per “politiche di sinistra”.
«Redistribuzione del reddito, priorità all’occupazione e all’istruzione. A proposito…».
Mi dica.
«Sono abbastanza stufo di ascoltare politici che promettono investimenti nella ricerca e nell’istruzione. Tutti dicono che è l’unico futuro possibile. Ma poi si buttano i soldi altrove. È un discorso schizofrenico».
Un’altra schizofrenia è quella fiscale. Paesi con la stessa moneta hanno sistemi fiscali diversi.
«E questo crea una diseguaglianza assurda. Con tanto di Stati che si inventano politiche fiscali fatte apposta per attirare risparmiatori. E Stati che con imposizioni troppo alte non attraggono nessuno e, paradossalmente, restano senza mezzi per finanziare i beni pubblici».
L’Italia, con le sue tassazioni stellari, non sembra tenerci molto ad attirare le aziende e gli investimenti degli altri.
«In Italia le tasse sono alte anche perché in molti non le pagano».
Lei quando ha deciso di studiare economia?
«Arrivato a Parigi, a diciotto anni, avevo un’urgenza: distinguermi da mio fratello che studiava medicina e da mia sorella che studiava diritto. Scelsi economia. A mia madre, che era preoccupata, dissi che facevo “diritto con dentro la matematica”».
Mi racconta la sua infanzia?
«Vengo da una famiglia non benestante di La Goulette, in Tunisia. I primi diciotto anni della mia vita li ho vissuti in Nord Africa».
Ha mantenuto un buon rapporto con la Patria d’origine?
«L’ho recuperato recentemente. La mia era una famiglia ebrea. Nel 1961 siamo scappati in Francia. Per molti anni mi sono sentito un reietto».
Parla arabo?
«Giusto qualche parola».
Lei ha vissuto il Sessantotto tra gli universitari…
«Ero a Strasburgo, dove è nato il movimento. La contestazione… Le libertà… Un’esperienza affascinante. Ma anche pericolosa per un tunisino».
Perché?
«All’epoca, se ti prendevano, ti rispedivano a Tunisi. La cosa più bella di quel periodo forse è che i diplomati come me potevano permettersi di andare al lavoro e dopo due giorni dire: “Non mi piace, cambio”. Non è più così. Allora in Francia c’erano 200.000 disoccupati, oggi sono 3 milioni».
Il suo primo libro?
«La mia tesi su inflazione e disoccupazione. Ricevetti un premio dell’Accademia delle scienze morali e politiche».
Nel 1973 era già professore.
«A trentun’anni, sì».
La sua prima volta in Italia?
«In vacanza da giovane. Poi, dal 1979 al 1984, sono stato docente all’Università Europea di Firenze. L’Italia ha la qualità della vita più alta d’Europa».
Spaghetti e mandolino…?
«No, la gente è aperta e attentissima ai particolari: conosce un italiano che accetterebbe un cattivo caffè in un bar?».
A cena col nemico?
«A me piace parlare soprattutto con chi non ama il mio punto di vista. Mi piace imparare dagli altri».
Servirebbe un nome.
«Robert Barro».
L’economista anti-eurista?
«Sarebbe un bel confronto, no?».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Trasferirmi da Parigi a Strasburgo, nel 1964, per seguire mia moglie. Strasburgo era una città dove poteva vivere felicemente anche uno studente povero come me. E poi… aver scelto una filiera matematico-filosofica».
Il film preferito?
«Quarto potere. L’ho visto almeno dieci volte».
La canzone?
«Les feuilles mortes, cantata da Yves Montand».
Il libro?
«La disubbidienza di Alberto Moravia».
Un libro per i suoi studenti?
«Per capire l’economia possono essere molto utili anche i romanzi: Furore di John Steinbeck negli Anni 30 spiegava la crisi meglio di molti economisti».
Che cosa guarda in tv?
«Tutto. I talk show italiani sono molto buffi».
Perché?
«La critica nei confronti dei partiti è feroce. La prima volta che li ho visti sono rimasto esterrefatto. In Francia c’è più rispetto per i politici».
Mi sa dire i confini dell’Afghanistan?
«No».
Ha un senso che le truppe occidentali siano ancora in Afghanistan?
«No. O meglio: ha un senso senza avere un senso. Siamo andati lì quando c’era senso. Ma poi si è perso».
Sa quanto costa una baguette?
«Novanta centesimi».
Lei fa la spesa?
«Be’, la baguette la compro io».
Sa che cos’è Twitter?
«Certo. Però mi tengo lontano dai social network. Non mi piace mettere in giro informazioni su di me che rimangono on line per tutta la vita».
Che cosa c’è di male?
«È una limitazione della propria libertà. E io non voglio cedere nemmeno un millimetro della mia indipendenza».

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Categorie : interviste
Commenti
Maria pia de Carolis 8 marzo 2014

Mi è molto piaciuta questa intervista. Il prof ha testa

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