Flavio Tosi (Sette – maggio 2012)

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Flavio Tosi, 42 anni, è il nuovo messia del celodurismo padano. Con il Carroccio sbertucciato da mesi sulle prime pagine dei giornali per le inchieste sull’uso sconsiderato dei soldi pubblici e per le zuffe interne tra fazioni avverse, è riuscito a farsi rieleggere a Verona con un plebiscito bulgaro. Si è presentato con una sua lista civica e ha vinto. Contro il parere di Umberto Bossi che lo ha praticamente minacciato di espulsione. E contro l’opinione di Gian Paolo Gobbo, ultrabig della Liga Veneta.
“Barbaro sognante” e pilastro della brigata maroniana, Tosi è un animale politico a sangue freddo. Gli mostro un’analisi del voto delle amministrative 2012 fatta da Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore: c’è scritto che Tosi, da solo, a Verona ha preso più voti di tutta la Lega nei 14 comuni capoluogo in cui si è presentata. La reazione è candida: «Questo calcolo non lo avevo fatto». Un accenno di sorriso e via. Tosi è capace di polemiche feroci, ma non si scompone mai. Neanche quando gli rovesci addosso il repertorio di critiche che lo accompagnano da anni: la proposta (modello apartheid?), di ingressi separati sugli autobus per gli extracomunitari, i volantini razzisti che gli sono costati una condanna, l’alleanza con un ex skinhead in consiglio comunale. Come dire: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Al massimo, a chi insiste troppo sul razzismo racconta della sua militanza come ala sinistra nel Rio Valli, una squadra di calcio zeppa di extracomunitari sudamericani e africani: «Regolari».
La leggenda vuole che dopo l’ultima promozione dell’Hellas Verona, il sindaco-sceriffo-borgomastro si sia buttato in una fontana con la casacca giallo-blu per festeggiare e poi si sia autodenunciato ai vigili: «Ho pagato la multa». Lo provoco: «Non ci credo neanche se mi fa vedere la ricevuta». Replica: «Mica divento povero se pago 50 euro di contravvenzione».
A giugno si terrà il Congresso federale che ridisegnerà la geografia politica della Lega debossizzata. Cominciamo proprio da Bossi, allora.
Il Senatur è indagato per truffa ai danni dello Stato. Lei si è detto certo della sua buona fede.
«Lo dico perché lo conosco. Perché conosco il suo stile di vita. E so che se avesse voluto arricchirsi avrebbe potuto farlo tante volte: a partire da quando Berlusconi gli offrì la Luna per evitare il ribaltone nel 1994/95».
La Lega affoga nello scandalo. Ai tempi di Mani Pulite si sarebbe detto: «Bossi non poteva non sapere».
«Chi gli stava intorno ha approfittato della sua debolezza durante la malattia».
Non imputa a Bossi nemmeno la responsabilità politica di aver nominato Francesco Belsito tesoriere della Lega?
«La responsabilità è di chi ha portato quell’uomo nel Carroccio».
Chi è stato? Quelli del celebre “cerchio magico”?
«Io non frequento via Bellerio. Non saprei».
Si dice che Manuela Marrone, la moglie del Capo, abbia avallato quella nomina.
«Non lo so, davvero».
Ha letto che secondo i magistrati Renzo “Trota” Bossi e suo fratello Riccardo avrebbero percepito dalle casse del partito una paghetta di cinquemila euro al mese? Parliamo di soldi pubblici!
«È un fatto che va accertato. Ma se fosse vero… fa venire il voltastomaco».
Il finanziamento ai partiti…
«Va cambiato radicalmente: i rimborsi devono essere congrui e trasparenti. Ma anche la legge elettorale va cambiata. L’attuale clima di anti-politica è colpa dei partiti. E non possono essere i partiti a scegliere chi deve essere eletto».
Dica la verità: le indagini sui Bossi le hanno strappato almeno un ghigno di soddisfazione.
«Sarebbe facile, ora, sparare sulla Croce Rossa… ma non sono uno che cova rancori».
Bossi l’ha definita «uno stronzo che ha portato molti fascisti nella Lega».
«È una frase che gli ha suggerito qualcuno di quelli che gli stavano intorno. Gli mettevano in testa cose sbagliate».
Non è che lei e gli altri maroniani difendete ancora Bossi perché sapete che tra le folle padane lui è ancora un padre-padrone amatissimo?
«Non sono un tipo da difesa d’ufficio o di comodo».
Temete che Bossi vi lasci senza simbolo?
«Il simbolo della Lega appartiene al partito».
Una proposta di qualche settimana fa: via il nome di Bossi dalla scheda elettorale.
«Dopo il congresso, con un nuovo segretario federale, sarà normale discuterne».
Il nuovo segretario federale sarà Roberto Maroni. Per Bossi si è parlato di una presidenza onoraria.
«Credo sia bene che abbia un ruolo di rappresentanza».
C’è chi accusa i maroniani di usare due pesi e due misure: Rosi Mauro è stata cacciata come una strega con tanto di cori da stadio dei militanti imbufaliti, mentre il “vostro” Gianluca Pini, indagato per reati tributari, è ancora al suo posto.
«Quella di Pini è una vicenda vecchissima, personale, che non ha nulla a che fare con i soldi pubblici. E che viene fuori casualmente proprio quando lui diventa autore dell’emendamento sulla responsabilità dei magistrati in caso di errori gravi. Questo mi fa venire qualche dubbio».
Sta dicendo che l’indagine sarebbe una ritorsione dei magistrati contro Pini?
«Non lo escluderei. La cosa puzza».
Lei sarà il nuovo segretario della Liga Veneta?
«Lo deciderà il congresso».
Lei ha trionfato mentre la Lega annaspava. Quanto ci metterà il Carroccio a riconquistare gli elettori persi per colpa di Belsito e del Trota?
«Maroni si è mosso subito per accelerare il ricambio. Terminate le operazioni di pulizia interna, abbiamo il tempo di rilanciare l’azione sul territorio in vista delle politiche. Torneremo la Lega di una volta».
È vero che ipotizzate di snobbare il Parlamento nazionale, per caratterizzarvi ancora di più come movimento territoriale?
«Dipende dalla legge elettorale».
In che senso?
«Se dobbiamo andare a Roma con una legge elettorale come quella attuale, che ti vincola a una maggioranza con un patto di sangue e ti costringe a mettere in scena una rappresentanza parlamentare che è sostanzialmente una sceneggiata… non vale la pena. Credo che i nostri elettori siano ancora in imbarazzo per il pantano romano dell’ultimo anno del governo Berlusconi».
Il pantano?
«Si parlava solo delle vicende personali di Berlusconi, di intercettazioni… il federalismo fiscale accantonato. In quelle condizioni sei costretto a fare solo testimonianza e si rischiano figure da pirla. L’unico che ha ottenuto risultati importanti è stato Maroni, con la lotta alla mafia».
Legge elettorale…
«A me non dispiacerebbe un sistema elettorale di tipo tedesco».
Lei ha detto che per raggiungere il federalismo non esclude un’alleanza con la sinistra.
«Non è esatto. Ho detto che col giusto sistema elettorale si potrebbe andare in Parlamento e trattare ogni provvedimento con chi è più disponibile».
La Lega da vent’anni è l’alleato naturale del centro-destra.
«Il futuro dipende da che cosa propone il centro-destra. Se continuano a seguire Monti…».
Monti…
«Ha fatto cose che non servono a un fico secco».
Parla della reintroduzione dell’Imu?
«Quella è l’ultima scempiaggine. Da un tecnico mi sarei aspettato la sburocratizzazione dello Stato, l’abbattimento della spesa pubblica e degli sprechi dell’amministrazione centrale, invece hanno toccato le pensioni, aumentato le tasse e messo le famiglie ancora di più nei guai. Più che tecnici, sono un gruppo di burocrati».
La Bce e la Merkel hanno imposto a Monti paletti molto precisi…
«E no! Chi governa si assume le responsabilità delle proprie scelte. Angela Merkel ha fatto bene gli interessi della Germania. Monti deve pensare anche a quelli degli italiani».
Il leghista Maurizio Fugatti ha chiesto a Monti di cominciare a elaborare una exit strategy dalla moneta unica. Lei è per il ritorno alla Lira?
«Io nell’Euro non ci sarei mai entrato. Ora uscirne ci costerebbe troppo caro. Salviamo il salvabile».
Le ultime amministrative sono state dominate dall’exploit del Movimento Cinque Stelle. Anche loro sono contro il governo Monti e c’è chi sostiene che siano la nuova Lega: entusiasmo e territorio.
«La Lega ha un programma di governo. Il Movimento di Grillo…».
…pure, lo trova on line.
«…non credo che se andassero al governo saprebbero metterlo in pratica. Comunque una cosa è vera: credo che molti di quelli che hanno votato il Movimento Cinque Stelle fossero nostri elettori».
L’unico sindaco “grillino” eletto al primo turno è stato quello di Sarego, dove ha sede il Parlamento Padano. Una beffa.
«A Sarego noi affittiamo solo una villa una volta all’anno».
Lei era vicepresidente del Parlamento Padano. È stato fatto fuori da Calderoli.
«Non mi va di polemizzare».
Polemiche. Gian Antonio Stella ha scritto sul Corriere un articolo sull’occupazione tosiana delle poltrone veronesi, sui suoi rapporti con il potere finanziario e su un appalto in odor di malavita.
«Ho già replicato. Quella storia riguarda Rivoli Veronese. Io sono il sindaco di Verona».
È anche lei un sindaco anti-Equitalia? Nel Paese monta la protesta: c’è chi si suicida e chi dà l’assalto alle sedi dell’Agenzia delle Entrate.
«I gesti violenti contro Equitalia da parte di chi è disperato non sono mai giustificabili. Ma il malessere dentro cui maturano va analizzato bene. Per non parlare dei suicidi: io ci vedo un attaccamento incredibile al proprio lavoro, alla propria impresa. La vergogna di perdere tutto. Un gesto estremo di dignità».
Se avesse davanti Monti oggi che cosa gli direbbe?
«Monti l’ho incontrato una sola volta durante una trasmissione televisiva. È una persona stimabile. Ma non ha coraggio. Di sicuro non ne ha avuto abbastanza per ridurre la spesa della macchina statale».
Lei ha ridotto le spese del suo Comune?
«Sono anni che i Comuni tagliano. Il ritardo sui tagli è di Roma».
Ora c’è Enrico Bondi a coordinare la spending review.
«Sono proprio curioso di vedere che cosa riesce a combinare».
Lei chi salva tra i ministri del governo Monti?
«Corrado Passera. Un tecnico vero. Un professionista».
Passera potrebbe essere un vostro alleato politico?
«Questo lo decideranno Maroni e il Consiglio federale».
C’è un leader europeo che la appassiona?
«Helmut Kohl. È stato un grande».
C’è qualcuno della parte avversa che vorrebbe reclutare?
«Sergio Chiamparino».
Non è la prima volta che dice di apprezzare l’ex sindaco di Torino.
«Perché lo stimo davvero».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Accettare la prima candidatura a sindaco di Verona nel 2007».
Da chi arrivò la richiesta di candidarsi?
«Dai militanti della mia città».
L’errore più grande che ha fatto?
«La politica ti sottrae agli affetti familiari».
Lei ha figli?
«Non ancora».
Che cosa guarda in tv?
«Quasi nulla. Arrivo quasi sempre a casa tardi. Se potessi guarderei più film di fantascienza».
Non ha visto nemmeno Quello che (non) ho su La7? C’era Roberto Saviano che polemizzava ancora con la Lega sulla presenza della ’ndrangheta nel Nord.
«Con Maroni agli Interni sono finiti in galera una quantità tale di capi mafia… Maroni è inattaccabile».
Il film preferito?
«Pulp Fiction: un cult».
Il libro?
«Tutto Fëdor Dostoevskij, dall’Idiota a Delitto e castigo».
Sa quanto costa un litro di benzina?
«Un paio di euro circa».
Lei usa i social network?
«No, per un fatto di prudenza. Non voglio essere responsabile delle cazzate che scrive il primo sconosciuto sul mio profilo personale».
Conosce l’articolo 12 della Costituzione?
«Non a memoria».
È quello che descrive il Tricolore.
«Ah, ecco».
Agli Europei di calcio per chi tiferà?
«Per l’Italia».
Ci sono militanti leghisti fieri di sventolare la bandiera con il Leone di San Marco, ma non il Tricolore.
«Io sono un sindaco. E come tutti i sindaci ho giurato sulla Costituzione».
Dicono che lei sia un leghista un po’ democristiano…
«A me non dispiace la definizione di democristiano. Nel senso nobile della parola. La Dc del secondo dopoguerra ha fatto grandi cose».
Bossi chiamava i diccì “democristianoni” per rendere l’idea del magna-magna.
«Si riferiva a quelli della fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta. Ma prima ci sono stati grandi leader nella Democrazia Cristiana».
I suoi diccì preferiti?
«Sturzo, De Gasperi, Moro… Einaudi».
Einaudi era liberale, non democristiano.
«È vero, ma anche lui ha contribuito a costruire l’Italia repubblicana».

Vittorio Zincone
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