Andrea Carandini (Sette – maggio 2012)

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Davanti allo schermo del computer su cui è proiettata una dettagliatissima mappa zeppa di templi, sfoggia un entusiasmo da studentello. Andrea Carandini, 74 anni, è archeologo e presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali. Lo incontro nella sede della Facoltà di Scienze Umanistiche, a Roma. È un giorno importante: il gruppo di lavoro da lui guidato (e ora coordinato dal professor Paolo Carafa) ha appena concluso l’Atlante di Roma Antica. «È la ricostruzione completa e dettagliata di tutta la città, dalle origini al VI secolo dopo Cristo. Un’impresa titanica», dice Carandini. «La presenteremo al pubblico il 10 maggio». Mentre parla mostra i dettagli. Dà indicazioni a un ragazzo che smanetta sulla tastiera del pc: «Ecco il Pantheon… Quello è il Circo Massimo… Allarga, allarga… fai vedere il totale». Poi, indicando lo studente: «Questo è un genio informatico». Lo provoco: «Lei lo sa usare il computer?». Replica orgogliosa: «Ho trascorso l’ultimo anno collegato via Skype con i ricercatori». Quando ipotizzo le contestazioni che subirà un’opera così ambiziosa, sorride: «Le critiche sono ben accette. E se ci persuadono siamo disposti a effettuare modifiche e aggiornamenti».
Nipote di Luigi Albertini, leggendario direttore del Corriere della Sera di inizio Novecento, Carandini ha una cadenza aristo-pop. Ogni tanto pesca dal francese: quando deve spiegare che il progetto Grande Brera finalmente può partire dice che “peut démarrer”. Ma poi è capace di condire con dettagli succosi le sue descrizioni dell’archeologia capitolina: qualche anno fa più di cinquemila persone accorsero all’Auditorium per ascoltare una sua lezione. Gongola: «Sto preparando un nuovo incontro pubblico. Su San Pietro. Il ceto medio è assetato di cultura. Il governo dei professori, invece, sembra snobbarla abbastanza».
Le piacerebbe ascoltare da Monti un elogio degli investimenti per i Beni culturali?
«Mi basterebbe sapere che per lui è una priorità. Ma per ora non si è sentita una parola. L’asse Tremonti-Lega era addirittura anti-cultura. Il governo Prodi sottrasse al ministero della Cultura i proventi dei biglietti dei musei. Non mi stupisco più di niente. Ma ho una domanda per il premier che deve affrontare la crisi economica».
Quale domanda?
«Siamo sicuri che in un’epoca post industriale non si dovrebbe puntare subito sui servizi culturali che in Italia hanno una possibilità di espansione praticamente illimitata?».
Lei si è risposto da solo scrivendo il libro Il nuovo dell’Italia è nel passato, intervista a cura di Paolo Conti (Laterza). Lì, oltre a denunciare la morte della borghesia italiana, dice che la cultura non può restare la nostra ciliegina. Ma deve diventare la torta.
«Possibile che né destra né sinistra abbiano mai affrontato la cultura come un problema sistemico? Alla cultura dovrebbero essere collegati l’istruzione, il turismo, i trasporti, l’industria, l’agricoltura…».
Se lei fosse premier che cosa farebbe, oggi?
«Mi sparerei. La nostra è una società tribale-clanico-familistica troppo difficile da gestire».
Una legge… Un provvedimento…
«Abbasserei l’Iva per tutti i lavori sui Beni culturali e darei un’accelerata alla defiscalizzazione delle sponsorizzazioni».
La sponsorizzazione di Diego Della Valle per i restauri del Colosseo ha innescato molte polemiche.
«Abbiamo recepito i consigli dell’Antitrust. Non credo che ci saranno più problemi. Le leggi sono molto precise: ai privati può essere concessa la gestione e la valorizzazione, ma non la tutela. Punto».
Al restauro del Colosseo si oppongono anche i finti centurioni e gli ambulanti dei bar.
«Quei centurioni a metà tra il fumetto e la comparsa di Cinecittà sono davvero squallidi. E i baretti abusivi sono la dimostrazione che i turisti sono considerati polli da spennare e non clienti da coccolare».
La soluzione di Carandini per il Colosseo?
«Credo che ai visitatori non dispiacerebbe sapere come vivevano i romani. Nell’ultimo anello dell’Anfiteatro Flavio si potrebbe allestire un museo. E nelle zone accessibili dell’arena si potrebbero inscenare spettacoli di gladiatori, ma fatti seriamente. Altro che il Parco a tema sulla romanità annunciato dal sindaco Alemanno».
Non le piace quell’idea?
«È una follia: come fare uno zoo nella giungla. Il mio giudizio sulle politiche culturali della città di Roma è decisamente negativo. A me piacerebbe vedere un privato nella gestione di un grande museo su Roma».
Al momento è un miracolo trovare qualche indicazione utile in mezzo ai Fori imperiali.
«Ci sono funzionari e intellettuali che dicono: “In quel sito non spieghiamo nulla, le rovine parlano da sole”».
Pensavo che fosse sciatteria.
«No. È una scelta: per non intaccare la sacralità dei luoghi. È rimasto l’atteggiamento élitario di quando l’unico visitatore dei Fori era Freud».
Il saggista Edward Luttwak sostiene che si dovrebbe dare Pompei in gestione alla Disney, perché loro saprebbero tutelarla meglio di come fa lo Stato.
«Intanto il Consiglio Superiore ha varato un piano per Pompei da 105 milioni di euro. Il guaio è che Pompei è un paradigma. Tutti i nostri beni culturali, ormai da anni, non vengono mantenuti e non vengono consolidati per il rischio sismico. Ed è inutile andare in giro per il Paese puntando il dito su una parete franata o un tetto caduto. Se i finanziamenti ai Beni culturali continueranno a essere irrisori, tutto non potrà che crollare. A partire dai siti archeologici».
Carandini, i soldi non ci sono.
«Aspettando i privati, si potrebbe prendere la metà dei fondi destinati ai finanziamenti ai partiti!».
Nel frattempo per un museo neonato come il Maxxi di Roma si è parlato di buchi di bilancio e commissariamento del presidente Pio Baldi.
«Io difendo Baldi. Ma poi penso: ha un senso che a poche centinaia di metri il Maxxi e la Galleria d’Arte Moderna abbiano due gestioni separate?».
È vero che a guidare il Maxxi potrebbe arrivare Mario Resca, attuale direttore generale per la valorizzazione del patrimonio del Mibac?
«Non mi risulta».
Resca, l’ex manager di McDonald’s…
«Quando è arrivato ho sperato in un effetto Marchionne: anche l’ad della Fiat all’inizio non sapeva nulla di macchine. Alla fine credo che Resca non abbia capito un dato fondamentale dei Beni culturali».
Quale?
«Non si può usare la cultura per fare semplicemente cassa. Gli effetti economici sono secondari: la cultura fa crescere i cittadini, fa aumentare la qualità della vita…».
Lei è cresciuto a pane e cultura?
«Sì. Ma in famiglia all’inizio erano perplessi per l’indirizzo dei miei studi classici».
Come nasce la sua passione per l’archeologia?
«Per imitare un compagno del liceo mi ero messo a studiare filologia classica. Poi un giorno, seguendo una ragazza, mi sono ritrovato a una lezione di Ranuccio Bianchi Bandinelli. Venni folgorato dalla fotografia di una scultura: il Kouros del Dipylon».
Archeologo per caso?
«In realtà già da bambino avevo fatto dei sogni premonitori: viaggi sotterranei che mi portavano allo scavo di una necropoli. Più tardi ho capito che quei sogni erano dovuti alla carenza di una figura paterna. Mio padre non era molto presente. Soprattutto quando era ambasciatore a Londra».
Mi racconta la sua infanzia?
«Ricordo quando andavamo a casa di nonno Luigi (Albertini ndr). Guardavamo insieme i film di Topolino. Il mio ottavo anno l’ho vissuto nel college inglese di Kingston Hill, in Inghilterra. Severità assoluta».
Ricorda il suo primo scavo?
«A Ventimiglia. Poi Ostia e molto Nord Africa».
Lei ha insegnato a Siena, a Pisa ed è stato ordinario di Archeologia a Roma dal 1994 al 2010.
«Dal punto di vista accademico ora sono in pensione. Finita l’esperienza al Consiglio superiore dei beni culturali vorrei tornare ai miei studi».
Ha mai fatto politica?
«Per un breve periodo sono stato responsabile dei Beni culturali del Pci. Mi chiamò Giorgio Napolitano».
Che rapporti ha, oggi, con il presidente della Repubblica?
«Ottimi. Napolitano è il chiodo a cui è appesa la Repubblica».
È vero che aver accettato l’incarico di Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali nel 2009, mentre al governo c’era Berlusconi, le ha inimicato una parte dei suoi vecchi amici di sinistra?
«Ho ricevuto attacchi molto duri. Diciamo che demolire l’avversario, invece di discutere le sue idee, è un vizio che una parte della sinistra non ha mai abbandonato».
Una parte della sinistra le ha rinfacciato anche un serio conflitto di interessi: lei ha ricevuto finanziamenti per il castello di famiglia a Torre in Pietra e il via libera per il contributo è partito dal Consiglio che lei stesso presiede. Sul Fatto quotidiano sono usciti articoli di fuoco.
«Ho querelato gli autori degli articoli e ho già spiegato tutto. Il ministro Ornaghi mi ha confermato la sua fiducia».
Sul Giornale dell’Arte lei ha scritto che la richiesta di finanziamenti per il castello precede di 5 anni la sua nomina alla presidenza del Consiglio Superiore e che in ogni caso ora le porte del castello sono aperte al pubblico.
«Che cos’altro devo aggiungere? Sono stato aggredito».
Chi l’ha aggredita?
«Probabilmente qualcuno ha pensato che con il centrodestra al governo gli intellettuali di sinistra avrebbero dovuto fare un passo indietro, anche dagli incarichi tecnici. Ma io ho un ruolo istituzionale e credo di aver dimostrato di essere super partes».
Lei ha mai conosciuto Berlusconi?
«Mai».
Berlusconi ha scherzosamente paragonato il Parnaso di Andrea Appiani ai cosiddetti Bunga bunga.
«Mettiamola così: tutti i grandi aristocratici, dai romani Caligola e Nerone agli inglesi, avevano grandi perversioni. Contemporaneamente costruivano grandi imperi. Berlusconi non ha costruito un impero italiano e ha vizi piccolo borghesi, non particolarmente attraenti».
Attrazioni. Qual è il museo più bello che lei abbia mai visitato?
«Il Museo della storia della Germania, a Berlino. In poche ore si capisce che cosa è stato e che cosa è quel Paese. Sarebbe stupendo se ci fosse qualcosa di simile in Italia: per raccontare ai cinesi, agli indiani e ai brasiliani che vengono da noi, come e perché, per molti secoli, siamo stati l’ombelico del mondo».
Il miglior museo italiano visitato recentemente?
«Il Museo della Cripta di Balbo, in via delle Botteghe Oscure. A Roma».
Il museo che la fa vergognare di essere italiano?
«Parlare di vergogna è eccessivo, ma il Museo Nazionale di Napoli ha una capacità di raccontare storie… drammaticamente scarsa. Ci sono stato recentemente con i ministri Ornaghi e Cancellieri. Li ho portati pure a Sing Sing».
Dove, scusi?
«A Sing Sing. È il nomignolo con cui vengono chiamati i sottotetti del museo, dove sono ammonticchiati tutti i tesori di Pompei».
La reazione dei ministri di fronte a quell’ammonticchiamento?
«Erano strabiliati. Ogni museo d’Italia ha la sua Sing Sing. Abbiamo parlato di che cosa si potrebbe fare con quel tesoro».
Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, sostiene che quei depositi sono il luogo dove le opere d’arte riposano.
«A me piacerebbe alternare il riposo con la veglia. Anche perché non solo non abbiamo un museo della storia della Penisola a Roma, a Torino, o a Firenze… ma non lo abbiamo nemmeno a Shanghai. Le idee non mancano. Manca la volontà politica di realizzarle».
A cena col nemico?
«Se Salvatore Settis mi considera un avversario, andrei volentieri a cena con lui».
Settis è stato il suo predecessore al Consiglio Superiore per i Beni Culturali.
«Non l’ho più incontrato da quando ci siamo alternati».
Pensa che Settis voglia riprendersi quell’incarico?
«Se lo vuole glielo cedo subito».
Lei ha un clan di amici?
«Ne cito uno su tutti: Alvise Passigli, gestisce un enorme archivio di immagini».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«L’incontro con Mara. Mia moglie».
Lei ha un famiglione. È pure cugino dell’attore Christopher Lee.
«Quando Christopher passa a Roma ci vediamo. Mi ha raccontato che Alberto Sordi durante le riprese dell’Avaro cercava di farlo impappinare. È simpatico. Ma per i miei gusti è un po’ troppo legato alla nobiltà della famiglia».
Lei che cosa guarda in tv?
«Il Tg di Mentana e Lilli Gruber. I talkshow di approfondimento ho smesso di seguirli: li considero macchine per generare ansia».
Il film preferito?
«Tra gli ultimi visti: The Lady e The artist».
L’ultimo colossal sulla Roma antica è stato Il Gladiatore.
«Meraviglioso. La ricostruzione della città è completamente sballata. Ma il cinema è cinema».
La canzone?
«I Lieder di Franz Schubert. Insuperabili. Nessuno è mai più arrivato a quel livello».
Il libro?
«Les Illusions perdues di Honoré de Balzac. Sto finendo di leggere tutti i suoi romanzi. Balzac per me è un maestro archeologo. I suoi romanzi sono uno scavo nella società francese tra la Rivoluzione e la Restaurazione».
Le domande finali. Dov’è la Conversione di San Paolo?
«Sulla via di Damasco…».
Intendevo la tela di Caravaggio…
«Quella è nella chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma».
Conosce i confini della Tunisia?
«Certo. Ci sono stato più volte per studiare i mosaici di Piazza Armerina che sono nord africani. A Cartagine dormivo felice in un garage. Quindi… Libia e Algeria…».
Sa quanto costa un litro di benzina?
«Ho fatto il pieno tre ore fa, ma non le rispondo. L’atteggiamento saccente con cui fa queste ultime domande mi sta sulle palle».

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