Zdenek Zeman (Sette – settembre 2012)

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Roma. Trigoria. Casa madre dei giallorossi. Intervista di profilo. Zdenek Zeman, 65 anni, è seduto accanto a me, ma guarda di fronte a sé. Quando una domanda lo interessa in modo particolare, resta in silenzio qualche secondo, si gira lentamente, muove qualche muscolo del volto per formare una specie di sorriso e spara la risposta. Lapidaria. Solo in due occasioni abbandona questo “schema sfinge”: quando affrontiamo l’esonero del figlio Karel dalla panchina del Fano («C’è molta invidia in giro. E troppi dirigenti impreparati») e quando Catia Augelli, portavoce dell’As Roma, fa capolino per comunicargli che riceve dozzine di richieste da persone che vogliono giocare a golf con lui: «Sono un avversario pericolosissimo».
Zeman lo Jedi del calcio. Zeman il fustigatore del malcostume. Zeman l’incubo delle difese. Zeman categoria dello spirito. Il coro: «Zona Zeman perché no!?!». Antonello Venditti gli ha dedicato una canzone: La coscienza di Zeman. Il Wall Street Journal un lungo reportage: He’s both bohemian and Bohemian. All’inizio del più austero dei campionati, a trazione bianconera, è bastato che la sua Roma strapazzasse l’Inter alla seconda giornata per farlo riapparire sulle prime pagine dei quotidiani a caratteri cubitali. Dopo anni di esilio dalla serie A, dopo che le sue denunce sul doping, sulla Gea di Luciano Moggi e sull’invasione della finanza gli avevano inimicato il “sistema calcio”, Zeman è tornato. Con tutto l’armamentario di dichiarazioni ustionanti. Già, perché da Zeman ci si aspettano verticalizzazioni fulminee in campo e bastonate dialettiche davanti ai microfoni. Anche con Sette non delude le aspettative. Chiedo: «A cena col nemico?». Replica: «Perché dovrei cenare con un nemico?». Insisto: «Andrebbe a cena con Giancarlo Abete, presidente di Federcalcio?». E lui, dopo aver inserito la modalità sfinge: «Perché no? Abete non è nemico mio. È nemico del calcio, non mio». Bang.
I tifosi dell’Inter l’hanno accolto a San Siro con lo striscione: “Onore a Zeman, icona del calcio pulito”. Glielo ricordo mentre lo vedo sfogliare le prime pagine del Manuale del calcio (edizioni Fandango), scritto da Agostino Di Bartolomei (leggendario capitano della Roma anni Ottanta, morto suicida nel 1994) che sta per uscire in libreria e che è dedicato proprio alla pulizia nel calcio giovanile. Nel libro c’è anche un decalogo. L’ultimo punto è decisamente zemaniano: “Il calcio è semplicità”. Partiamo da qui.
Il calcio è semplicità?
«Dovrebbe essere semplicità».
Non lo è?
«Molti giocatori si complicano la vita. Si vogliono mettere in mostra e far vedere che sanno fare qualche cosa in più».
Succede anche tra i suoi ?
«Chi sa di più dovrebbe aiutare chi sa di meno».
Invece?
«Il calcio è sempre di più uno sport individuale. I giocatori pensano: faccio più gol, divento più famoso, guadagno più soldi. Ci sono giocatori che hanno bonus legati alla quantità di rigori che ottengono durante la stagione».
Anche Totti & Co.?
«Non credo. Contratti simili spingono a simulare cadute in area, no?».
“Ago” Di Bartolomei diceva: «Talento e serietà valgono allo stesso modo».
«Ho visto giocatori con talento perdersi e “non giocatori” diventare giocatori dopo anni di allenamento».
La sua priorità qual è? La serietà o il talento?
«Serietà e impegno».
Lei ha fama di essere molto duro con i suoi giocatori se non si comportano in maniera corretta.
«Ci sono giocatori di cui si dice che hanno “carattere” perché non si contengono nelle proteste. Il carattere in realtà non c’entra. Devono imparare a dominarsi e a rispettare l’avversario e gli arbitri».
Avrebbe strigliato Totti quando diede un calcione gratuito da dietro a Balotelli?
«Certo. Un allenatore deve cercare di eliminare questi atteggiamenti negativi».
Atteggiamenti negativi. Si è mai pentito di averli denunciati? Lei è stato il primo a parlare di doping, dello strapotere della Gea…
«Se un giornalista mi fa una domanda io rispondo quello che penso. Mi dispiace che certe volte le mie dichiarazioni vengano strumentalizzate».
Quando sarebbe successo?
«Con Antonio Conte, per esempio».
Be’, lei quest’estate ha detto che se un allenatore è squalificato per tanti mesi, non dovrebbe allenare.
«Parlavo in generale».
Passare dal generale al particolare non era complicatissimo.
«Ci siete passati voi giornalisti. Non io».
Stampa e giornalisti hanno influenzato la sua carriera?
«Soprattutto tra il 1998 e il 2006. In modo negativo».
Tra il 1998 e il 2006 lei è stato un po’ isolato.
«Un po’ tanto».
In quel periodo ha allenato molte squadre cosiddette minori. È finito pure in Turchia, al Fenerbahçe. Ora è tornato. Osannato. Gianni Petrucci, presidente del Coni, ha dichiarato: «Zeman dice spesso cose che la gente pensa ma non ha il coraggio di dire».
«Sono contento che Petrucci si accorga che la gente la pensa in maniera diversa da quello che sostengono i vertici».
I tifosi credono che sia meglio vincere che giocare bene. Lei ha sempre detto il contrario.
«Per me è meglio vincere dimostrandosi superiori sul campo e non fuori dal campo».
Sta parlando di intrighi di palazzo e farmacie?
«Sì, di tutto questo».
Gli scandali contribuiscono a fare pulizia? Doping, calcioscommesse…
«C’è qualche miglioramento. Ma temo che sia più per paura di essere scoperti che per convinzione. Servono più esempi positivi».
Bisogna partire educando i giovani dalle scuole calcio?
«Ho sempre spiegato ai miei giocatori il concetto del collaborare, del recuperare un risultato uniti. La mia “zona” è questo: il contrario di un calcio in cui i giocatori pensano solo al proprio spazietto».
La “sua” Roma è questo?
«Ci sto lavorando».
C’è chi dice: «Zeman è cambiato. Non è più quello ultra-offensivista della zemanlandia foggiana e del ferreo 4-3-3».
«Il mio pensiero sul calcio non è cambiato. Possono essere cambiati gli interpreti».
E il suo modo di percepire i derby è cambiato? Disse: «Per me è una partita come un’altra». E i tifosi giallorossi non le perdonarono i quattro derby di fila persi con la Lazio alla fine degli anni Novanta.
«Distinguiamo tra tifosi e accecati. La Lazio era una grande squadra che aveva comprato tanti campioni».
Lei ha sempre ottenuto risultati migliori alla Lazio (un secondo e un terzo posto) che alla Roma.
«La Lazio era penalizzata, ma meno della Roma».
In che senso?
«Nel mio secondo anno alla Roma (’98/99) la squadra perse 20 punti. Non sul campo».
Ha detto più volte che eravate sfavoriti dal cosiddetto “sistema”. Il “sistema” non esiste più?
«È quello che mi auguro».
Ora ha l’occasione di rifarsi. È per questo che sembra così felice di essere tornato a Roma?
«Sono felice perché sono tifoso della Roma. Quando allenavo il Licata a inizio Anni 80 e già facevo giocare un bel 4-3-3, un amico romanista mi ossessionava con le imprese dei giallorossi. Non capivo perché. Quando sono arrivato qui è stato tutto chiaro. La squadra è nei cuori di molti romani».
Dopo solo due giornate, anche i suoi detrattori più accaniti sembrano rinsaviti.
«Un’esagerazione. Ma non mi stupisce. A Roma è facile esaltarsi. Ma anche deprimersi. Serve equilibrio. E io ce l’ho».
Massimo Moratti ha detto che negli ultimi anni lei è stato vicino a un accordo con l’Inter.
«Molte parole. Ma poi bisogna vedere se ci sono le condizioni per lavorare bene. E non parlo di giocatori da acquistare».
È più facile che un giocatore nasca zemaniano o che lo diventi?
«Sono più quelli che lo sono diventati».
Baiano, Rambaudi, Vucinic, Immobile, Insigne…
«Ne aggiunga un’altra ventina».
Beppe Signori… Ora indagato per il calcio-scommesse.
«L’ho sentito più di una volta. E mi dispiace per quel che è successo. Lui era un esempio positivo. Si è sempre comportato bene. A fine carriera, parecchi giocatori che hanno guadagnato molto, finiscono in mezzo a gente che li vuole sfruttare».
Sfruttamenti sportivi. Il giorno dopo la vittoria della Roma sull’Inter il titolo giallorosso è schizzato in Borsa del 5% e passa.
«Penso che le società di calcio non dovrebbero essere quotate in borsa. I risultati mi danno ragione. Il calcio deve stare fuori dalla finanza e dalla politica».
Le hanno mai proposto di fare politica?
«Sì, certo. Ho avuto tante offerte».
Da destra o da sinistra?
«Io non ho mai dichiarato le mie preferenze, ma le proposte sono arrivate da tutti gli schieramenti. È normale: siamo in Italia».
Lei ha un gruppo ristretto di amici?
«Molto ristretto».
Un nome?
«Gastone, pescivendolo laziale, da cui non ho mai comprato neanche una sardina».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Decidere di fare l’allenatore di calcio».
Ricorda il momento della decisione?
«Nel 1974. Ero già stato allenatore di pallavolo, nuoto, ginnastica… Quell’anno sono entrato nel settore giovanile del Palermo. Guidavo quattro squadre. Non ho più smesso».
Chi è venuto fuori da quel settore giovanile?
«Tanti nazionali».
L’errore più grande che ha fatto?
«…Non ho fatto grandi errori!».
È vero che lei non urla mai con i suoi giocatori?
«Non c’è bisogno di urlare. Se urli non si capisce. Basta spiegare, anche a voce bassa».
Che cosa guarda in tv?
«Lo sport. E quando non c’è niente che mi interessa, qualche film, di cui il giorno dopo non ricordo nulla».
Il film preferito?
«Qualcuno volò sul nido del cuculo con Jack Nicholson».
La canzone?
«La donna cannone di Francesco De Gregori».
Il libro?
«Ora leggo poco. Mi piace Alexandre Dumas».
Lo scrittore della vendetta. Chi ha scritto: “La prima minuscola ingiustizia commessa nell’interesse della giustizia… significa inequivocabilmente l’inizio della fine”?
«Non lo so».
Vaclav Havel, il leggendario presidente cecoslavacco. Condivide?
«No. La vita ti insegna che non è così».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Dipende. Circa un euro».
Conosce l’articolo 21 della Costituzione?
«Non lo conosco».
È quello sulla libertà di espressione e di stampa.
«Ma la stampa non è libera: è prigioniera della politica e della finanza».

Vittorio Zincone

Categorie : interviste
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