Antonio Ereditato (Sette – marzo 2012)

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Già si parlava di Nobel. Della scoperta che avrebbe messo in soffitta Einstein e rottamato la teoria della relatività. Nel settembre scorso Antonio Ereditato ha messo nero su bianco le misurazioni del progetto Opera, da lui coordinato: indicavano che i neutrini sono più veloci della luce. La galassia dei fisici è esplosa in un Big Bang di stupore (scetticismo?) e di entusiasmo. I commenti: «È uno studio che demolisce la sedia su cui siamo seduti», «Il mondo non è più come lo conoscevamo». Una rivoluzione, insomma. L’entusiasmo era tale che l’ex ministro Mariastella Gelmini, con una gaffe atomica, si spinse fino a rivendicare il contributo italiano alla costruzione di un fantomatico tunnel che univa il Cern di Ginevra ai laboratori del Gran Sasso. Neutrini come Tir.
Poi, in febbraio, la smentita. Annunciata dallo stesso Ereditato: «Ci sono due anomalie». Un po’ come se Robespierre si fosse tagliato la testa da solo, due mesi dopo averla fatta mozzare a Maria Antonietta. «La scienza è così: severa con se stessa». Fine della rivoluzione. Inizio delle polemiche: «Che figuraccia», «Sono stati frettolosi ad annunciare il miracolo», «Hanno fatto scienza spettacolo».
L’intervista si svolge via Skype. Ereditato si trova nel suo studio presso l’Università di Berna. Alle sue spalle, ci sono due quadri con sei figurine: «Sono le illustrazioni di un libro di fisica del Settecento», spiega. Giacca grigia e camicia a righe, cadenza napoletana e una scelta dei termini quasi maniacale. Ogni volta che parlo di “scoperta”, mi corregge: «Si è trattato di una misurazione». Quando poi gli cito il cavetto in fibra ottica che sarebbe la causa dell’errore di calcolo sulla velocità dei neutrini, mi guarda tra il divertito e l’inorridito. Come dire: «Profano».
Ereditato, lei ha gridato “eureka” troppo presto.
«Né io, né nessuno del mio gruppo, ha mai usato il termine “scoperta”. Siamo sempre stati più che cauti».
I giornali l’hanno incoronata.
«La misurazione aveva una rilevanza tale da essere comprensibile a tutti. Di qui lo scalpore. L’attenzione mediatica e i toni trionfalistici. Non da parte mia, però».
Si è parlato di scienza spettacolo.
«Non sono mai andato ospite di un 
talkshow».
Siete stati poco cauti. Lo ammetta.
«Al contrario. Noi nel marzo 2011 abbiamo cominciato a osservare dati non chiari sul comportamento dei neutrini. Per quattro mesi abbiamo effettuato controlli. E non abbiamo trovato il proiettile capace di uccidere l’esperimento».
Poi l’annuncio in pompa magna.
«No. Poi abbiamo scritto un pre-print, una pubblicazione provvisoria. L’etica scientifica impone di comunicare i risultati. Anche se sono scomodi e creano complicazioni».
Perché rilevare che i neutrini sono più veloci della luce crea complicazioni?
«Perché in assenza di un impianto teorico che spieghi come e perché sia possibile, si crea un guaio. Nei mesi successivi alla misurazione la comunità scientifica si è mobilitata per dare una spiegazione».
Prima ancora della spiegazione è arrivata la smentita alla misurazione. L’avete data voi stessi di Opera.
«Noi scienziati siamo come bambini sulla spiaggia. Costruiamo grandi castelli e poi ci saltiamo sopra, distruggendoli».
Tafazzismo?
«La scienza è così. Ora con la stessa cautela con cui abbiamo trattato i risultati della misurazione anomala, trattiamo l’individuazione delle cause di quella anomalia».
Si è parlato di un cavetto staccato?
«Non si trattava di un cavo staccato, ma di un accoppiamento imperfetto di fibre ottiche. E di uno sfasamento tra orologi atomici».
Che cos’è un orologio atomico?
«È un orologio molto preciso».
Ha fatto fare brutta figura all’Italia.
«All’Italia? Ma questa è una collaborazione internazionale. E io lavoro in Svizzera, a Berna. Il nostro comportamento è stato apprezzato da tutta la comunità scientifica».
Esperimento archiviato?
«No. Tra aprile e maggio faremo altre misurazioni».
Il premio Nobel Carlo Rubbia ha già fatto nuove misurazioni, con il progetto Icarus.
«Un lavoro molto utile. Lo ringraziamo. Saremo ancora più cauti nell’annunciare i risultati dei prossimi esperimenti».
Rubbia non è stato affatto cauto. Ha detto che per lui il caso è chiuso.
«…».
Perché sorride?
«No comment».
Sente che le nuove misurazioni confermeranno che i neutrini sono più veloci della luce?
«Non sono un indovino e non faccio il tifo. Lo so, rischio di essere noioso».
Mi dica almeno che ci spera.
«Speriamo di fare un buon lavoro».
Perché usa il plurale?
«Al progetto Opera lavora una “Collaborazione” di cui fanno parte circa 160 addetti ai lavori».
Li può chiamare scienziati.
«Non amo autodefinirmi scienziato».
Sette di questi 160 addetti ai lavori quando lei gli sottopose il pre-print in cui si annunciava la velocità anomala dei neutrini decisero di non firmare. Uno disse: «Prima di rottamare Einstein bisogna pensarci due volte».
«Nessuno di loro sapeva dire dove fosse l’errore».
Ora sembrano aver avuto ragione. Le hanno fatto il gesto dell’ombrello?
«Tra scienziati non si usa. Quei sette pensavano semplicemente che non potesse essere vero. In assenza di un impianto teorico, appunto».
Mi spiega la differenza tra fisici teorici e fisici sperimentali, come lei?
«Immagini che l’universo sia un enorme puzzle. Noi non conosciamo quasi nulla di questo puzzle. Siamo riusciti a ricostruire solo alcune piccole zone. I fisici sperimentali sono quelli che fanno questa ricostruzione. I fisici teorici sono quelli che, partendo da quelle piccole zone ricostruite, cercano di spiegare tutto il puzzle».
C’è chi dice che voi abbiate accelerato l’uscita del risultato della misurazione per anticipare gli americani che stavano per piazzare lo stesso tassello del puzzle.
«In Minnesota è in corso l’esperimento Minos, ma non credo che sarebbero arrivati alle stesse conclusioni».
È vero che la misurazione della velocità dei neutrini è stata quasi casuale?
«No. Ma è vero che Opera nasce per misurare l’oscillazione dei neutrini e non la loro velocità. A noi interessa l’apparizione dei neutrini Tau nella stazione del Gran Sasso dopo che a Ginevra sono stati sparati i neutrini mu».
Il tunnel ovviamente non esiste. Che percorso fanno i neutrini?
«Sono fasci di milioni di unità e si muovono attraverso la crosta terrestre».
Perché è così importante individuare i neutrini?
«Studiando l’infinitamente piccolo, si capisce l’infinitamente grande. Studiando i neutrini si può arrivare a capire da dove veniamo e dove andiamo».
Crede in Dio?
«No».
Molti scienziati ci credono.
«Non vorrei entrare in affari troppo personali…».
Quanto tempo trascorre nel laboratorio del Gran Sasso?
«Meno di quanto vorrei. Faccio su e giù da Berna».
Vita sotterranea con 1.400 metri di montagna sopra la testa. Chi c’è stato sostiene che sia un luogo senza tempo.
«In che senso?».
Enormi stanze sotterranee con luci sempre accese, ventiquattro ore su ventiquattro.
«L’immagine rende l’idea. C’è anche il rumore costante dei motori per l’aerazione».
Lei lavora molto in Italia, ma dipende dall’Università di Berna e vive in Svizzera. È un cervello in fuga?
«Sono un cervello che ha fatto i suoi conti».
Economici?
«Non solo. Anche di gratificazione personale. Io ho sempre vissuto molto all’estero».
Rientrerà in Italia?
«Non lo so. Non tutti quelli che espatriano poi vogliono rientrare».
In Italia c’è stata una campagna per il “rientro dei cervelli”.
«Sì. Ma ancora oggi ci si dovrebbe chiedere: come mai l’Italia è un Paese in cui il flusso degli scienziati è solo in uscita? Perché non c’è un flusso di studiosi stranieri verso l’Italia?».
Perché uno scienziato straniero dovrebbe venire in un Paese in cui si investe poco nella ricerca?
«Con Monti mi pare che le cose vadano meglio. Ma dobbiamo fare molta strada. Anche perché la formazione fino al livello universitario e di master è ottima. Tra tutti gli stranieri che arrivano a Berna i giovani italiani sono tra i più bravi. Detto tra noi, però, credo che facciano bene a partire».
Questa è istigazione all’abbandono del suolo patrio. Se la sente il Presidente Giorgio Napolitano…
«Eheh. Dico solo che per un giovane è importante acquisire una visione del mondo globale e sprovincializzarsi un po’».
Lei quando è andato a lavorare all’estero la prima volta?
«A 25 anni. Strasburgo e poi Ginevra, al Cern. Subito dopo la laurea».
Ha studiato all’Università Federico II di Napoli.
«Napoli è la città dove sono nato e cresciuto».
Mi racconta la sua infanzia?
«Vengo da una famiglia popolare. Non benestante. Sono grato ai miei genitori per avermi dato la possibilità di studiare».
Era ventenne negli anni Settanta. Gruppettaro e contestatore?
«Contestatore, ma non gruppettaro. L’impegno consisteva nel capire il mondo che cambiava, operare nel sociale e acquisire competenze».
Miti giovanili?
«Enrico Fermi e Bruno Pontecorvo».
È vero che a metà degli anni Ottanta andò a trovare Pontecorvo in Unione Sovietica?
«Ero a Dubna per una conferenza. Pontecorvo mi volle conoscere. Trascorsi i due giorni che precedevano l’incontro con le palpitazioni».
Prima del crollo del Muro di Berlino c’era una gara tra i “blocchi” per conquistarsi gli scienziati. Il Kgb la contattò per reclutarla?
«Eheh, no. No. Sono restato circa venti anni al Cern».
Ha visto nascere i super acceleratori spara-neutrini?
«Non li ho solo visti nascere».
Li ha costruiti?
«No, quello è compito dei fisici “macchinisti”. Io ho seguito da subito la costruzione degli apparati di rilevazione dei dati».
I neutrini sono partiti per la prima volta da Ginevra per raggiungere il laboratorio del Gran Sasso nel 2006. Ad aspettarli c’erano il ministro Fabio Mussi e il Nobel Carlo Rubbia.
«C’ero anche io con il mio team, ovviamente».
A cena col nemico?
«Non ho nemici. Andrei volentieri a cena con Richard Dawkins. È un celebre biologo: sono convinto che l’evoluzione dell’universo e quella degli organismi viventi seguano in qualche modo le stesse leggi».
Basta buonismi. Mi conceda il nome di un fisico che non sopporta o con cui ha visioni opposte.
«Le ripeto che sono un fisico sperimentale. Facciamo misure. Otteniamo risultati. Come possiamo prendere posizioni diverse gli uni dagli altri?».
La domanda andrebbe girata a Rubbia o ai sette fisici che non hanno firmato il pre-print sulla velocità dei neutrini. Lei ha un gruppo di amici ristretto?
«Ho ancora gli amici dei tempi del liceo».
Un nome?
«Federico, fa il medico. Già so che tutti gli altri si incavoleranno».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non ne ho fatti di particolari. È una risposta noiosa?».
Abbastanza. Che cosa guarda in tv?
«Qualche film e molto sport».
È tifoso?
«Del Napoli».
Scelga: il Nobel per la Fisica o la Champions League a Cavani&Co?
«Devo essere sincero?».
Se fosse sincero direbbe: «Il Nobel».
«No comment».
La canzone del cuore?
«My way di Frank Sinatra».
Ma come, da due ore parla al plurale ed è modesto fino alla noia… e poi sceglie My way?
«Mi ha beccato».
Il libro?
«Il gene egoista di Dawkins».
Il film preferito?
«Tutti quelli di Stanley Kubrick. Nessuno escluso».
Da Star Trek a Guerre Stellari, i film di fantascienza si sono esercitati molto sulla sua materia: la velocità della luce…
«Pura fantasia. Se devo indicare un film di fantascienza che abbia un rigore scientifico è 2001. Odissea nello spazio. Eccellente. Kubrick era un genio».
Sa quanto costa un litro di benzina?
«In Italia quasi due euro, in Svizzera circa un euro e mezzo».
È più facile dimostrare perché costa così tanto la benzina o perché la luce è così veloce?
«I perché sono facilmente dimostrabili. Al prezzo della benzina è difficile rassegnarsi».
Conosce l’articolo 12 della Costituzione?
«Non a mente».
È quello che descrive il Tricolore. Alla semifinale del Mondiale del 1990, a Napoli, tifava Italia o Argentina?
«Italia. Anche se in campo c’era Maradona».
I confini della Svizzera?
«Francia, Germania, Italia… ma non attraverso il tunnel che porta in Abruzzo, eh».
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Categorie : interviste
Commenti
sabrina fantauzzi 30 marzo 2012

ho trovato SPLENDIDA l’intervista!!! oggi si è dimesso…questi neutrini fanno danno!

Leonardo Rubino 1 febbraio 2014

Quella dei neutrini superluminali è stata una vicenda davvero brutta…

http://www.fisicamente.net/portale/modules/news2/article.php?storyid=2393

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