Marc Lazar (Sette – dicembre 2011)

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Marc Lazar, storico e politologo francese, 59 anni, di cui venticinque trascorsi facendo avanti e indietro tra Roma e Parigi, è un osservatore di beghe italiche senza troppi pregiudizi. Non ha amato il “ventennio” berlusconiano, ma non è uno di quei francesi che farebbero smorfie e risolini al passaggio del Cavaliere. Dice che in quanto a credibilità in Europa con l’arrivo di Monti si è passati dalla notte al giorno, ma sostiene anche che i partiti italiani si debbano attrezzare in fretta per uscire dal tunnel politico in cui si sono cacciati nell’ultimo mese.
Lazar è l’occhio esterno adatto a scrutare il nostro 2012 politico. È professore a Sciences-Po, uno dei santuari dell’intellighenzia parigina, presiede la School of government della Luiss – Guido Carli e in Italia recentemente ha pubblicato due libri con Rizzoli (L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi e Il libro degli anni di piombo).
L’intervista si svolge via Skype. La sua immagine traballa nello schermo del computer. Lazar, camicia bianca e occhi chiari, parla un italiano fluente. Sostiene che l’Italia sia un sismografo europeo per quanto riguarda i fenomeni di partecipazione politica dal basso: «Avete un’incredibile vivacità democratica, altro che democrazia in crisi».
Quando gli chiedo un commento sugli spasmi da spread dei nostri leader di partito e sul loden dell’austerità che tutti ora sembrano vestire con disinvoltura, non esita: «Nella Francia della Quinta Repubblica i partiti non avrebbero mai accettato l’imposizione delle lacrime e del sangue da parte di un governo tecnico. Mai». Cominciamo da qui, allora. Dai nostri partiti.
L’ha stupita la solerzia con cui hanno abbracciato il tecnico Monti?
«La classe politica italiana ha dimostrato la sua debolezza affidandosi a un professore per risolvere la grave crisi politica. Dopodiché, vista la situazione, quella di Monti mi è sembrata una soluzione più che ragionevole».
Quanto durerà questa luna di miele tra i partiti e Monti?
«Non mi pare che sia esattamente una luna di miele. I partiti fanno fare il lavoro sporco al governo, ma già prendono un po’ le distanze, pensando al futuro e cercando di evitare l’impopolarità che l’appoggio al governo porta con sé. La fedeltà a Monti costa anche dal punto di vista delle alleanze: il Pdl sta perdendo l’alleato leghista. E il Pd è inquieto. Ho un timore».
Quale?
«Le élites apprezzano Monti. E così potrebbero allontanarsi ancora di più dai cittadini. Una frattura sociale che potrebbe diventare sempre più profonda. Anche perché non sono state date sufficienti spiegazioni».
Monti ha parlato alle Camere. È andato pure in tv.
«Quando si impone una terapia shock, quando si chiedono sacrifici, austerità e rigore, sarebbe utile una pedagogia permanente. I cittadini andrebbero presi per mano e, oltre a dirgli il perché dei provvedimenti, gli si dovrebbe spiegare anche in che direzione si muove la nave».
In che direzione si muove?
«Appunto, nessuno lo sa. Amato e Ciampi, quando misero le mani nei conti correnti degli italiani, avevano l’Europa come obiettivo. Ora Monti, pur avendo la capacità di farlo, non sembra aver individuato un obiettivo che vada oltre l’uscita dalla crisi. Manca il disegno».
I politici che impongono sacrifici ai cittadini dovrebbero a loro volta…
«…dare l’esempio. È ovvio. La polemica di chi difende indennità e privilegi è suicida».
Secondo lei si andrà a votare nel 2012?
«Non credo. Monti ha bisogno di tempo per somministrare la sua terapia. Credo che durerà fino al 2013. E i partiti ne approfitteranno per riorganizzarsi».
Ne hanno bisogno?
«La scomparsa di Berlusconi dalla scena crea problemi nel suo stesso campo, ma anche in quello avversario: nel centrosinistra non c’è più il bersaglio che teneva unite forze lontane tra loro. E poi ci sono movimenti tra i centristi e pare che anche i vescovi siano molto attivi. Temo una strategia collettiva del “wait and see”».
Perché… teme? L’attesa porta consiglio.
«L’attesa riduce la capacità anticipatrice della politica. Con la crisi che incombe, i partiti dovrebbero riflettere sulle sfide del futuro».
Lei una volta ha detto che in Italia tutto sembra sempre drammatico, ma poi si trova sempre una mediazione. Ora che con Monti tutto sembra mediato, bisogna aspettarsi un dramma?
«Il rischio della radicalizzazione sociale e del ricorso alla violenza c’è. Non parlo di un ritorno agli anni di piombo, perché non ci sono gli ingredienti. Ma in Italia la componente violenta è presente. È per questo che la politica deve tornare a prendere decisioni».
Nel 2012 bisogna aspettarsi l’ascesa di un nuovo uomo della provvidenza?
«Non credo. È finito il tempo degli uomini delle mille promesse. Credo che ora i cittadini vogliano figure pragmatiche, competenti e responsabili».
Berlusconi secondo lei è politicamente finito?
«Lo è se non altro dal punto di vista anagrafico. Resta da capire chi erediterà la forza di attrazione verso i blocchi sociali che lo hanno sostenuto».
Leader che potrebbero emergere o riemergere nel 2012. Angelino Alfano?
«Emergerà solo dopo aver ucciso il padre. Simbolicamente, eh».
Nichi Vendola.
«Ottimo oratore. Ma credo che i pugliesi oggi vorrebbero più risultati e meno parole».
Pier Luigi Bersani.
«Il Pd deve cambiare la sua classe dirigente. Senza demagogia: credo che serva un salto generazionale».
È pronto Matteo Renzi.
«Pensavo più a uno come Enrico Letta. Renzi sembra un po’ troppo concentrato sulla comunicazione. Spero che il 2012 sia l’anno in cui finalmente si smette di cercare solo di far sognare i cittadini e li si riporta alla concretezza dei cambiamenti necessari».
Per rendere l’Italia un moderno Paese europeo?
«Ma l’Italia è un moderno Paese europeo. Smettetela con questa autoflagellazione. Avete talenti incredibili. Incontro decine di ragazzi che si vogliono impegnare per l’Italia. Non sa quanto mi arrabbio quando nei vostri salotti, a Roma o a Milano, incontro intellettuali raffinatissimi che mi dicono: “Lei è francese e non può capire. In Italia la gente è stupida e vota quel parvenu di Berlusconi”».
È il tradizionale radical-chicchismo.
«Già. Quelle persone invece di disprezzare gli italiani si dovrebbero chiedere perché Berlusconi aveva quel successo tra i cittadini».
Torniamo ai cambiamenti. Che cosa dobbiamo fare dall’anno prossimo?
«Abbattere la gerontocrazia, dare spazio ai giovani, alle donne e agli immigrati».
Cosucce, insomma.
«Ogni tanto arriva un collega della Luiss e mi dice: “Ti consiglio questo ricercatore, è giovane, ha 52 anni”. È assurdo. Mi è capitato di parlare con un politico del Pdl che commentava con disprezzo i ragionamenti di un giovane ministro francese. E non lo criticava per il merito delle sue affermazioni, ma partendo dal presupposto che un trentenne non può dire cose sensate».
Il governo Monti ha una media di età spaventosa: oltre i 60 anni.
«Un giovane viceministro c’è ed è bravo: Michel Martone. Ha 37 anni».
Le donne…
«L’apertura alle donne è una necessità assoluta. L’Italia, oltre che gerontocratica, è anche troppo maschile. Nelle università di tutta Europa le ragazze ottengono quasi sempre risultati migliori dei ragazzi. Ma in Italia vengono bloccate. Spesso perché le si mette di fronte alla scelta tra carriera e maternità. Come se le due cose non fossero conciliabili. Serve un’apertura, appunto».
Gli immigrati…
«È un’illusione pensare che gli immigrati continueranno ad accontentarsi di lavori che gli italiani non vogliono più fare. Dovete aprire a una nuova mobilità sociale».
Lei ha mai fatto politica?
«Avevo sedici anni durante il Sessantotto parigino».
E quindi?
«Ero molto impegnato a sinistra. Quell’esperienza mi ha fatto molto riflettere e mi ha insegnato una cosa importante».
Quale?
«L’inutilità dei dogmi del gauchismo e la necessità di pensare da soli. In quegli anni ho maturato la mia riflessione sulla democrazia e i totalitarismi: quelli comunisti e quelli fascisti».
Li mette sullo stesso piano?
«Sì, senza esitazioni. Non sono identici, ma sono simili».
La sua famiglia?
«Mio padre era medico. Mia madre artista. Intellettuali borghesi, insomma».
Che studi ha fatto?
«Liceo e università a Parigi».
La passione per l’Italia da dove le viene?
«Dal comunismo».
Come, scusi?
«Mi spiego subito. Nel 1986, a 34 anni, vinsi una borsa Jean Monnet all’Istituto universitario europeo di Fiesole. Mi trasferii a Firenze. Studiavo il Partito comunista francese e il vostro Pci. E studiando mi sono appassionato all’Italia».
In Italia ha qualche nemico con cui andrebbe a cena?
«Berlusconi. Una cena senza donne, eh. Un tête-à-tête. Non è un nemico, ma per me lui resta un mistero, un enigma da risolvere».
Lei ha un clan di amici in Italia?
«Uno su tutti: Sabino Cassese, giudice della Corte Costituzionale. Per lui ho un’ammirazione senza limiti».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Ho coltivato un rancore per molti anni. Inutilmente».
La scelta che le ha cambiato la vita? La sua sliding door?
«L’incontro con Aline. La mia seconda moglie».
Lei ha figli?
«Sì, due, piccoli. Sono un papà recente. Anche questo mi ha cambiato la vita».
Che cosa guarda in tv?
«Il calcio. Tifo Paris Saint-Germain. E la Roma».
Il film preferito?
«Apocalypse now. Una pellicola straordinaria sulla follia militare».
La canzone?
«Ne me quitte pas. Un grido di dolore a cui non vorrei mai arrivare».
Il libro?
«Il rosso e il nero di Stendhal. La prima lettura quando ero giovane fu uno choc. E poi Stendhal è il più italiano tra gli scrittori francesi».
Sa che cos’è Twitter?
«Certo. Ma non cinguetto».
Monsieur le professeur…
«Lo so, lo so… Dovrei modernizzarmi. Ma uso il computer, le email, Skype. Mia moglie mi ha detto che alcuni studenti hanno creato qualcosa che mi riguarda su Facebook».
Non è curioso di vedere di che cosa si tratta?
«Scherza? Non voglio verificare: ho troppa paura».

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