Violante Placido (Sette – luglio 2011)

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Saranno le zanzare scatenate sotto il tavolo. Sarà il caldo un po’ appiccicoso di Roma. O lo zampirone che ci affumica. Ma Violante Placido non sta ferma un attimo. Cambia sedia, fa dondolare i piedi, si attorciglia i capelli con le dita. La incontro in un bar del quartiere Parioli. Ha un Borsalino di paglia rosa salmone e una camicia bianca un po’ fifties. Azzardo un’interpretazione del look: «Alla Marilyn?». Replica: «Più alla Boy George». Io pensavo a un’attrice, lei a un cantante. La prima cosa che le chiedo, allora, è se le pare normale che digitando il suo nome su Wikipedia spunti una definizione che non ti aspetti: «Cantante e attrice». La provoco: «Va bene che qualche anno fa hai inciso un disco (Don’t be shy) e hai calcato i palchi più rockettari della Penisola, ma come cantante non ti conoscono in molti, o sbaglio?». Violante prima azzarda una risposta standard: «La musica mi scorre da sempre nelle vene». E poi ammette: «Come cantante ho scelto il low profile».
Placido, che l’hanno scorso è stata protagonista di The American, accanto a George Clooney, ora sta lavorando al suo secondo disco, ha appena finito di girare un film in Francia e un altro in Romania con una produzione hollywoodiana. «È il sequel di Ghost Rider e il protagonista è Nicolas Cage». Viste le polemiche morbosette che si sono scatenate per le sue scene di sesso con Clooney, le domando se non abbia bissato con Cage. Mi fulmina: «Neanche un fotogramma con un bacio».
Meglio recitare con Clooney o con Cage?
«Clooney è più rassicurante e ti aiuta di più. Cage si isola, improvvisa molto. Spesso è difficile stargli dietro. Ma fuori dal set Nicolas è più accessibile di George. È meno star».
Che ruolo hai nel film Ghost Rider: Spirit of Vengeance?
«È una storia tratta da un fumetto Marvel. Io sono una peccatrice: la madre dell’Anticristo».
Dopo la morbida Moana e la Fatina di Pinocchio…
«Ci fosse uno di questi personaggi che si avvicina alla mia intimità, a come sono davvero!».
Qual è un personaggio che ti piacerebbe interpretare? Più vicino alla tua intimità…
«Vorrei fare un film su Patty Pravo. Un vero mito. O sui Blondie. Ma in Italia sarebbe impossibile: troppo punk rock anni ’70/80. Servirebbe una produzione americana».
È vero che sui set hollywoodiani gli attori hanno più tempo e più ciak per recitare?
«Per quel che ho visto, neanche troppo. La crisi c’è pure lì».
La crisi. Il cinema italiano…
«Rischia il baratro. Soprattutto creativo».
Perché?
«Ci sono finanziamenti ridicoli rispetto ad altri Paesi europei. Così i produttori investono sugli incassi sicuri, sulla comicità spiccia. E solo i registi già affermati hanno la forza di proporre qualcosa che esca dallo schema risate/botteghino. I giovani autori sono fregati. Mettici pure il furbettismo nazionale un po’ mafiosetto, che non aiuta i talenti a emergere… e la depressione è servita».
Proponi un lieto fine per questo horror.
«Se fossi un giovane artista italiano oggi me ne andrei. Ho molti amici trentenni che sono scappati e all’estero riescono a realizzarsi».
Non mi pare un lieto fine per l’Italia.
«Lo so. Ma qui se fai musica considerano quasi superfluo pagarti: lo devi fare come hobby di lusso. Se danzi non ne parliamo nemmeno. Se fai cinema arranchi. In Francia e in Inghilterra si può vivere con la propria arte. Allora è meglio rischiare un’esperienza all’estero, se non altro per riprendere un po’ di fiducia».
Tu sei rimasta in Italia.
«Io sono una privilegiata. Ma vedo il malessere degli amici che mi circondano».
Parli di attori?
«No. Non frequento molto l’ambiente».
Ehm… Tuo padre Michele e tua madre Simonetta Stefanelli sono attori.
«Intendevo dire che non ho molti amici nel mondo del cinema».
Il complesso della figlia di… lo hai superato?
«A mio padre e mia madre io non ho mai chiesto nulla».
Vox populi: «Beato chi ci crede».
«Sarò sincera: me ne fotto di quello che pensano gli altri. Il mondo del cinema è pieno di rosiconi invidiosi. Non va bene se tuo padre è un attore… non va bene se vieni dal Grande Fratello… non va bene se vieni dalla tv. Ma quando si comincerà a giudicare un attore per la sua recitazione? Dopodiché in un mondo dell’arte in cui il network e le pubbliche relazioni contano sempre di più, so di essere fortunata».
Quando hai pensato per la prima volta che avresti voluto fare l’attrice?
«Da bambina. I miei mi portavano in tournée ed ero spesso la mascotte della troupe. Da piccolissima facevo spettacolini in casa, ma poi è arrivata l’equitazione e per molti anni ho desiderato solo le Olimpiadi».
Ricordi il tuo primo ciak?
«Una comparsata in Le amiche del cuore».
Il primo film in cui hai recitato?
«Quattro bravi ragazzi. Un filmaccio. Il produttore Pietro Valsecchi, amico di mio padre, mi voleva mettere alla prova. Nel cast c’era anche papà».
Hai raccontato che dopo la tua partecipazione al film Jack Frusciante è uscito dal gruppo leggesti delle lettere di spettatori imbufaliti perché era stata presa una figlia d’arte per un film “alternativo”.
«A quel punto decisi di andare a studiare a Los Angeles. Tutto quello che è successo prima, anche la parentesi televisiva in Go-Cart, una trasmissione per bambini, è stato a metà tra il casuale e il non cercato».
C’è un momento, invece, in cui realizzi di essere e di voler fare l’attrice?
«Sì, quando Sergio Rubini mi ha presa per recitare nell’Anima gemella. Con Rubini avevo già fatto il provino per Il viaggio della sposa e non mi aveva selezionata perché ero “troppo acerba”. Tornata dall’America mi sono detta: “Se non mi prende nemmeno per l’Anima gemella smetto di fare questo mestiere”».
Ti prese. Due anni dopo eri sul set di Ovunque sei, diretta da tuo padre. Lui ha fama di essere molto duro con gli attori.
«Con me lo fu in modo particolare».
Racconta.
«Dopo una prova di una scena venuta molto bene, invece di mantenere intatta la mia concentrazione si mise a sfottermi di fronte ad alcuni studenti dell’Accademia che facevano le comparse: “Bene, bene, mo’ voglio vedere se lo sai rifare quando parte la cinepresa”. Non credo che lo avrebbe fatto con un altro attore».
Ora stai recitando in un altro film diretto da tuo padre.
«Sì. Ho appena finito le mie scene. Il film si chiama Il cecchino. Ci sono anche Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz e Luca Argentero».
Tuo padre come si è comportato con te?
«Stavolta mi sono permessa qualche scontro creativo. Siamo due viscerali. Ma non è stato lui a volermi. Mi ha scelta la produzione perché venivo da due film americani».
Americani. Com’è andato il provino per il film con Nicolas Cage?
«L’ho inviato per posta. Me lo avevano chiesto quelli della CAA, la mega agenzia di Los Angeles di cui faccio parte da quando è uscito The American. Lì il film con Clooney non è andato così male».
Da noi è stato un flop.
«E vabbè, capita».
Clooney and Co come ti hanno scelta?
«C’era una fila chilometrica di attrici italiane per lavorare col regista Anton Corbijn e con Clooney».
Hai fatto un provino? In inglese?
«Sono bilingue. Ho studiato in una scuola anglofona. Ma più che l’inglese credo che li abbia convinti il fatto che al secondo provino ho chiesto di improvvisare e mi sono esibita in una sequela di insulti in pescarese. Il film si svolgeva in Abruzzo».
Come mai sai il pescarese?
«Seguo molto la scena musicale di quella zona».
Perché è di lì anche il tuo compagno, Gaben, ex bassista dei Giulio Dorme?
«Sì. Ma ora mica vorrai fare gossip?».
Dici di non amare il gossip, ma spesso il gossip fa parte del tuo mestiere. Grazie alle dicerie sulle scene hot con Clooney si è parlato molto del vostro film.
«È un tipo di pubblicità che detesto. Forse è per questo che preferisco il mondo della musica a quello del cinema».
Come ti è venuto in mente di metterti anche a fare la cantante? È un modo per staccarti dall’ombra paterna?
«È soprattutto un modo per interpretare cose mie».
Hai studiato musica?
«No, mai. Ma scrivo la musica e i testi delle mie canzoni. Mi viene in testa una melodia e parto».
Che musica ascoltavi da ragazza?
«Il mio primo concerto è stato a nove anni: gli Eurythmics al Palaeur. Mi piaceva molto anche Prince».
Il tuo modello di cantante?
«Jeff Buckley. Mi piacciono gli artisti che entrano in contatto con un vibrare non terreno».
Come, scusa?
«Ma sì, i musicisti a cui succede qualcosa di trascendentale quando sono sul palco».
Vabbè… Il titolo di una canzone del tuo prossimo cd?
«Crazy with no shame».
Perché canti solo in inglese?
«Non sono una narcisista del verbo. Vado di pancia. E l’inglese è più diretto».
Un regista con cui vorresti lavorare?
«La sparo grossa? Clint Eastwood: è un regista non artefatto. E poi Mathieu Kassovitz».
L’attore con cui vorresti duettare?
«Forse Kim Rossi Stuart, ma dipende dal film».
Hai un’attrice di riferimento?
«Ho sempre amato Marilyn Monroe. E poi Vivien Leigh».
La leggendaria Rossella O’Hara di Via col vento. Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Faccio talmente tanti pasticci tutti i giorni che mi sembra impossibile individuarne uno più grande degli altri».
Il film preferito?
«Chi ha paura di Virginia Woolf. Un film sulle verità nascoste che si rivelano e sugli sgretolamenti delle ipocrisie familiari».
La canzone?
«Lilac wine, cantata da Jeff Buckley. E, ovviamente, Purple Rain di Prince».
Il libro?
«Subisco il fascino dei libri, ma non sono mai stata una grande lettrice. Li compro, ma poi ho problemi a relazionarmi con loro».
In che senso?
«Un libro più mi piace e più tendo a non finirlo».
Dimmene uno che ti è piaciuto e che hai finito.
«Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij».
Che cosa guardi in tv?
«Nulla. Ho un vecchio apparecchio anni Ottanta che tengo sempre spento».
Sai che cosa è Twitter?
«Un sistema per comunicare con messaggi brevi».
I confini della Libia?
«E…».
E…?
«Egitto. E Tunisia?».
Anche. Quanti anni ha la Costituzione?
«Ehm… Il fatto di aver frequentato la scuola inglese mi ha creato qualche buco. Gli amici mi sfottono».
La Costituzione è entrata in vigore nel 1948. Ha 63 anni.
«Vedi? Io avrei detto 90».
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