Riccardo Tozzi (Sette – settembre 2011)

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Riccardo Tozzi, 64 anni, romano, è presidente dell’Anica, l’associazione delle industrie cinematografiche, e di Cattleya, società di produzione che ha portato sugli schermi una settantina di film. Lo incontro nella sua casa capitolina, quartiere Trieste. Parla con cadenza romana, senza scatti. Non si scompone se gli si rinfacciano alcuni flop al botteghino, anche perché ritiene di essere “più vanitoso, che avido”.
Tozzi non è facilmente etichettabile. Ha prodotto Gianni Amelio, Daniele Luchetti e Paolo Virzì, ma è anche il padre cinematografico di Tre metri sopra il cielo e dell’accoppiata filoadolescenziale Moccia-Scamarcio. È di sinistra ed è sposato con Cristina Comencini, ma un po’ di tempo fa proclamò: «Il peccato mortale del cinema gauchista è di essere antimoderno». Non ama il Berlusconi politico, ma stima l’editore televisivo di inizio anni Ottanta.
Alla Mostra del cinema di Venezia ha due film in concorso: Quando la notte, diretto da sua moglie, e Terraferma, di Emanuele Crialese. «Crialese ha girato tutto a Linosa. In condizioni abbastanza estreme. Una delle attrici protagoniste, tra l’altro, interpreta una vicenda che ha vissuto realmente: lo sbarco clandestino in Italia di una somala incinta».
Al momento dell’intervista Tozzi non ha ancora visto gli altri film in concorso. E allora gli chiedo di assegnare qualche Leone d’oro ideale.
Qual è il film più bello che ha visto negli ultimi dieci anni?
«Vincere. E quindi do il premio per la miglior regia a Bellocchio».
La migliore attrice?
«Se Margherita Buy fosse nata in America avrebbe due Oscar in bacheca, come Meryl Streep».
Il miglior attore?
«Valerio Mastandrea e Kim Rossi Stuart. Della generazione successiva, Elio Germano».
Che cosa manca al cinema italiano?
«Le sale cinematografiche».
Le sale? Pensavo che mi dicesse “produttori coraggiosi” o “sceneggiatori fantasiosi”.
«Di sceneggiatori talentuosi effettivamente non ce ne sono molti. Ma il problema delle sale è più importante».
Perché?
«Senza sale non si allarga il mercato. La Francia ha una popolazione cinematografica simile alla nostra e il doppio degli schermi. Se hai meno sale, hai meno incassi e meno possibilità di far crescere un piccolo film di un piccolo produttore. Per il resto l’industria cinematografica ha ripreso salute».
Rispetto a quando?
«Il cinema italiano alla fine degli anni Novanta era morto. Sepolto. I nostri film incidevano sul mercato solo per il 12%, ora raggiungiamo il 45%. Prima solo dieci milioni di spettatori andavano a vedere i film italiani e la maggior parte si infilava in sala per i cinepanettoni e le commedie prodotte da De Laurentiis».
La vulgata cinematografica dice: De Laurentiis è l’unico produttore a rischiare davvero soldi suoi.
«Che discorso è? Un imprenditore investe su un progetto. Per i soldi ci sono le banche».
Essere indipendenti economicamente, come De Laurentiis, permette di essere più liberi.
«Non credo. Aurelio è libero… ma di fare i cinepanettoni. Perché deve andare sul sicuro e far cassa. Per me libertà è anche sperimentare progetti sapendo che non andranno bene».
Libertà. Il centrodestra dice da sempre: “Basta con il cinema finanziato dallo Stato”.
«È uno slogan di retroguardia. Il cinema italiano ora è uno dei pochi settori che viaggia sulle sue gambe. Lo Stato incide solo del 12% sul totale degli investimenti. Ma è vero che quel 12% va difeso coi denti. Soprattutto per aiutare le opere prime».
Quando ha cominciato a occuparsi di cinema?
«All’inizio degli anni Settanta. Da un giorno all’altro sono passato dall’economia internazionale ai film».
Mi racconta la sua infanzia?
«Sono romano da otto generazioni, cresciuto nel Rione Monti. Mio padre è morto quando avevo 3 anni. Ero un bambino abbastanza disadattato. Passavo le giornate a leggere».
È vero che divenne capellone per nascondere le orecchie a sventola?
«Sì. Sono stato hippy e ho frequentato molte comuni».
Era ventenne nel ’68.
«Già, ma gli anni entusiasmanti furono quelli prima del ’68. Poi vennero i gruppetti marxisti con i loro leader quasi sempre di buona famiglia. Autoritari e insopportabili. In quel periodo, una fidanzata particolarmente esigente pretese che mi mettessi a studiare seriamente e in pochi anni sono passato dai figli dei fiori agli uffici della Banca di Roma. Lì ho resistito solo un anno».
Perché?
«Mi annoiavo. Un amico mi propose di entrare alla Sacis…».
…quella che ora è Rai Trade…
«…cominciai come venditore di film all’estero: Bertolucci, Fellini, i fratelli Taviani. Ero con loro quando Padre padrone vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 1977».
Pochi anni dopo lei finì alla corte del Cavaliere.
«Dopo aver saltato un paio di giri nella giostra della lottizzazione Rai, accettai una proposta di Berlusconi. C’erano Freccero, Giovalli, Gori… tutta gente sveglia. Io mi occupavo della fiction e avevo carta bianca. Mi chiamavano “quel comunista di Tozzi”».
Berlusconi sapeva che lei era di sinistra?
«Certo. Collaboravo con Editori Riuniti. Un giorno mi fece una battuta sui “libracci comunisti che pubblicavo”».
Quando decise di andarsene da Mediaset?
«Dopo la “discesa in campo” di Berlusconi».
Per protesta contro il conflitto di interessi?
«Anche. Ma soprattutto perché con lui l’azienda era spumeggiante. Un happening continuo. Senza Berlusconi diventava un’azienda normale. Fondai Cattleya. E invece della liquidazione contrattai una collaborazione della mia società con la Medusa».
È vero che Cattleya ha ancora una corsia preferenziale con le aziende della famiglia Berlusconi?
«Lavoriamo con tutti. Più partner hai, più sei libero».
Uno dei soci di Cattleya, Giovanni Stabilini, è indagato nello scandalo dei diritti tv Mediaset.
«L’indagine, senza rinvio a giudizio, riguarda fatti precedenti l’ingresso di Stabilini in Cattleya. In ogni caso sono convinto che lui non abbia commesso reati. E poi tra i nostri soci ci sono anche la Universal che è una major, la De Agostini…».
Qual è il primo film che è stato prodotto da Cattleya?
«Matrimoni, di mia moglie Cristina».
Il film recente che avrebbe voluto produrre?
«The Tree of life di Terrence Malick, straordinario».
Pensavo rispondesse Qualunquemente. La leggenda vuole che lei ce lo avesse tra le mani, ma se lo sia lasciato sfuggire.
«È vero. La sceneggiatura non convinceva né me né i miei collaboratori».
Altra leggenda. Lei è entrato nella produzione di Benvenuti al Sud, che ha incassato vagonate di euro, ma nelle sue tasche è entrato molto poco.
«Nessuno si aspettava quel trionfo. Per il sequel, Benvenuti al Nord, gli accordi sono diversi, eheh».
Le è mai capitato di imporre a un regista la scelta di un’attrice che non gli piaceva?
«Zeffirelli all’inizio non voleva Charlotte Gainsbourg per Jane Eyre. Ho insistito. E dopo averla vista al provino si convinse».
Ha mai sbagliato la scelta di un attore?
«Mi è successo di avere un attore che non si sentiva azzeccato. Stefano Accorsi non era a suo agio nei panni del commissario Scialoja, in Romanzo criminale».
Su Romanzo criminale, film e serie, ci sono state polemiche su polemiche: la rappresentazione del male rischia di fare proseliti.
«Io credo che la rappresentazione del male, se maneggiata con cura, sia un antidoto sociale. E poi il racconto degli anni ’70 mi piace molto. La storia della banda della Magliana parla di un crollo di vincoli gerarchici-generazionali. È un po’ il ’68 del crimine. Sui seventies italiani abbiamo in preparazione anche una quadrilogia: si parte dalla strage di Piazza Fontana con il film Romanzo di una strage che Marco Tullio Giordana ha appena finito di girare, e si arriva fino alla morte di Aldo Moro».
Se non sbaglio sta per produrre la serie tv ispirata a Gomorra, per Sky.
«È in fase di sceneggiatura».
È vero che il progetto è stato affidato a Paolo Sorrentino e che lui girerà il primo episodio, quello sul porto di Napoli?
«Sì. I dettagli dell’accordo li stiamo definendo. Per questo progetto siamo in società con la Fandango di Domenico Procacci».
Un gioco. Lei ha collaborato sia con Italianieuropei, la Fondazione di D’Alema, che con Italia Futura, quella di Montezemolo…
«Devo scegliere? Sono stato troppo tempo nel Pci per sacrificare D’Alema».
Si dice che lei aspiri a fare politica.
«È una balla».
Lei che cosa guarda in tv?
«Film e Sky Tg24. La tv generalista non la sfioro nemmeno. È veramente in crisi».
Anche il mondo della fiction?
«La Rai è bloccata dall’intrusione della politica».
Degli Esposti su Sette ha descritto una Rai invasa da produttori geneticamente modificati: politici, parenti di…
«Ha ragione Degli Esposti».
Lei con Rai Cinema ci lavora tranquillamente.
«Rai Cinema è una riserva indiana che funziona. Non la citiamo… che se no qualcuno se ne accorge e si muove per colonizzarla».
Mi fa il nome di un dirigente che vedrebbe bene al timone della Rai?
«Oggi? Quel posto non lo augurerei al mio peggior nemico».
A cena col nemico?
«Con Vittorio Feltri. Mi arrabbio quando lo leggo, ma è brillante».
Ha un clan di amici?
«Ho vecchi amici dei tempi del liceo e una famiglia numerosa».
Allargatissima. I primi figli di Cristina Comencini, Carlo e Giulia, sono cresciuti con lei.
«È cresciuta con me e Cristina anche la prima figlia di Carlo, Tai, che è coetanea di mio figlio Luigi. Un bell’intreccio».
Tozzi-Comencini. Una famiglia, un’industria cinematografica. Il lessico familiare…
«Le citazioni dalle sceneggiature non mancano».
Un esempio?
«Una delle mie preferite viene da Shakespeare in love. A un certo punto il produttore/capocomico, parlando del teatro dice: “La condizione naturale è una serie di ostacoli insormontabili sulla via dell’imminente disastro”. Vale anche per chi produce cinema».
Il suo film preferito?
«2001: Odissea nello spazio».
Il libro?
«Alla ricerca del tempo perduto. La Cattleya si chiama così perché il fiore è citato da Proust».
La canzone?
«Brown Sugar dei Rolling Stones».
È un pezzo in cui si parla di droghe. Lei…
«Da ragazzo ho fatto uso di un po’ di tutto. Ma poi si cresce».

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Categorie : interviste
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