Diego Dominguez (Sette – settembre 2011)

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Diego Dominguez, 45 anni, sembra un attore americano. È alto poco più di un metro e settanta, ma ha una stretta di mano da orco. Con la Nazionale italiana di rugby ha segnato più di 900 punti, ha trascinato gli azzurri nelle prime vittorie nel Sei Nazioni e da qualche anno è commentatore di Sky Sport. I fan della palla ovale in questi giorni lo possono seguire sul satellite mentre snocciola cifre e tattiche durante le partite del Mondiale in Nuova Zelanda.
Lo incontro in un bar di Roma Nord. Appena ci sediamo gli ricordo uno spot televisivo in cui si alternavano le immagini di rugbisti imbufaliti e tostissimi con quelle dei calciatori simulatori e fighettini. Con una certa soddisfazione l’ex numero 10 italo-argentino sentenzia: «Nel rugby, se un giocatore fa finta di ricevere un fallo, viene preso a calci dai suoi stessi compagni. È proprio impensabile». Ride. Dominguez è stato uno dei migliori realizzatori del pianeta e sostiene che il rugby sia uno sport portatore sano di civiltà: «C’è un codice che torna utile nella vita di tutti i giorni. È fatto anche di regole non scritte».
Quali regole?
«Rispettare l’avversario, aiutare il compagno e non protestare mai con l’arbitro».
Proprio come nella serie A di calcio, dove si sputa addosso all’avversario, si litiga col compagno perché non ti ha passato la palla e all’arbitro, nella migliore delle ipotesi, lo si manda a…
«Se non si rispettassero certe regole non si potrebbe giocare a rugby».
Perché?
«Sarebbe un massacro. Un contatto fisico così duro e così intenso ha bisogno di un codice di comportamento ferreo. L’arbitro è sacro. Ho visto giocatori squalificati per molti anni a causa di un diverbio con l’arbitro».
Il terzo tempo, cioè la gioiosa esplosione di cordialità tra giocatori avversari a fine partita, esiste davvero o è una leggenda?
«Esiste, esiste. Anche se in campo te ne sei date tante, finita la partita ci si stringe la mano e si va a bere una birra. In serie A e con le Nazionali succede meno, ma solo perché i giocatori sono impegnati e devono rientrare dalle trasferte. Guarda che anche nel calcio fino a un po’ di tempo fa esisteva il fair play… dobbiamo sperare che nel rugby non si arrivi allo stesso degrado».
Siete in trincea per non far diventare il rugby come il calcio?
«Sì, perché sarebbe terribile. E sarebbe impossibile giocarlo».
Si diventa ricchi giocando a rugby?
«Direi proprio di no».
Però si cominciano a vedere anche nel rugby giocatori/modelli, semi star dello showbusiness.
«Non esageriamo, c’è solo qualche testimonial più visibile. Il rugby ormai spopola anche in Italia. È esploso anche tra i bambini. Ed è lì che dobbiamo stare attenti: prima erano solo i rugbisti a portare i figli a giocare e il codice comportamentale veniva trasmesso tra le mura domestiche: l’importanza del gruppo, la lealtà, il rispetto dell’allenatore… Ora si avvicinano ai campi da rugby anche bambini con genitori che pensano di poter insultare l’arbitro dalla tribuna… come nel calcio».
Il rugby è esploso in Italia anche per merito della Nazionale. Un pronostico per il Mondiale in corso in Nuova Zelanda, come andrà l’Italia?
«L’obiettivo è raggiungere i quarti di finale. Ci giochiamo tutto contro l’Irlanda».
Quali sono le squadre favorite?
«L’Australia è un gradino sopra le altre. Poi la Nuova Zelanda anche perché gioca in casa. E infine Sud Africa, Francia e Inghilterra. Vincerà una di queste cinque».
I giocatori da tenere d’occhio?
«James O’Connor dell’Australia, James Hook del Galles e Daniel Carter della Nuova Zelanda».
Tra gli italiani?
«Tommaso Benvenuti recentemente ha realizzato una bellissima meta contro la Scozia. Fabio Semenzato potrebbe sorprendere».
Il nostro giocatore migliore?
«Il capitano Sergio Parisse. Il più costante».
Le gioie e i dolori della nostra Nazionale?
«L’Italia ha un bel pacchetto di mischia. Può affrontare chiunque. Manca gente che ti faccia una finta importante o un passaggio illuminante. Speriamo in qualche sorpresa».
L’allenatore azzurro Nick Mallett ha detto che oggi in Italia non c’è un mediano di apertura in grado di giocare in una squadra di livello internazionale. Tu eri un mediano di apertura. Condividi il giudizio del tecnico?
«Non posso commentare le parole di Mallett. Ma è vero che non si può più improvvisare e bisogna formare accuratamente più giocatori in quel ruolo».
Mi racconti la tua formazione?
«Sono nato in Argentina, a Cordoba, da madre italiana».
La tua prima volta su un campo da rugby?
«A sei anni. In Argentina c’è un club di rugby in ogni quartiere e poi avevo degli zii rugbisti… Mentre mia madre mi accompagnava in macchina al primo allenamento un camion ci travolse. Ne uscimmo bene».
L’Argentina è anche una delle patrie del calcio.
«Il sabato giocavo a calcio e la domenica a rugby. Poi a sedici anni ho scelto la palla ovale».
Sei diventato subito professionista?
«Scherzi? Fino ai miei 21 anni ho pagato per giocare».
L’esordio in prima divisione?
«Prima ancora di esordire, a 17 anni, mi sono spaccato un ginocchio. Un cambio di direzione in velocità e crack… sono saltati i legamenti».
C’è chi non si riprende più da un incidente così.
«Il medico mi disse che la mia carriera era finita. Invece, mi sono operato e per dodici mesi ho dedicato tre ore al giorno alla ricostruzione del ginocchio».
Nel 1990 sei sbarcato in Italia.
«Il trasferimento a Milano mi è costato la squalifica dalla Nazionale argentina. Dicevano: “Sei partito per soldi”».
Nel ’90 in Italia c’era il Mondiale di calcio. Gli azzurri vennero buttati fuori dall’Argentina. Per chi tifavi?
«Per l’Argentina».
Ma nel 1991 hai esordito con la Nazionale italiana!
«Durante Italia ’90 mica lo sapevo».
Quando sei arrivato a Milano parlavi italiano?
«Sì, abbastanza. Ho trascorso quasi tutte le estati della mia giovinezza con mio nonno materno: un marchigiano emigrato in Argentina che non aveva mai voluto imparare lo spagnolo».
La tua prima squadra italiana è stata la Mediolanum, il Milan.
«Berlusconi, durante una festa di Natale…».
Ad Arcore?
«Eh eh, no, in un hotel… Mi si avvicinò, sapeva tutto su di me: punti fatti, carriera… Ogni tanto veniva pure all’allenamento e si faceva due passaggi».
Nel 2000, all’esordio degli azzurri nel Sei Nazioni contro la Scozia, tu hai realizzato 29 punti su 34.
«La Scozia mi porta fortuna. Nel 1995 contro di loro segnai con un calcio da più di cinquanta metri. Ho visto crescere la Nazionale azzurra: all’inizio degli anni Novanta giocavamo contro le squadre nordafricane debolissime… qualche mese fa abbiamo battuto la Francia!».
Qual è la giocata più incredibile a cui hai assistito?
«Nel 1999, durante il Mondiale, i neozelandesi sembravano di un altro pianeta».
I neozelandesi prima delle partite si esibiscono nell’Haka… il rito tribale.
«Non è simpatico vederseli davanti mentre cantano».
Fanno paura?
«Macché. Tolgono concentrazione».
Con gli All Blacks nel 1999 c’era il leggendario Jonah Lomu. Cattivissimo.
«Più che cattivo era forte e veloce. I più cattivi sono sempre stati i sudafricani».
Perché?
«Entrano sempre durissimi, per far male. Sono enormi e cattivi».
Qualche anno fa uscì la notizia che i sudafricani si allenavano con le tecniche dei reparti speciali dell’esercito.
«In Francia mi è capitato di fare lo stesso addestramento delle unità speciali della polizia francese».
Rugbisti, esaltati.
«No. Quegli allenamenti servono per abituare al dolore. Nel rugby non ti puoi fermare mai. Se prendi una botta, soffri e vai avanti. Non ricordo di essermi mai svegliato senza sentire un dolore addosso».
Qual è l’episodio più cruento a cui hai assistito su un campo di rugby?
«Una frattura della mascella con perdita di denti».
Esiste il doping nel rugby?
«No. Ma si lavora parecchio per crescere. Io per tirar fuori qualche muscolo mi sono ammazzato in palestra per dieci anni. Noi latini siamo fisicamente sfigati. Gli anglosassoni invece mangiano due uova, fanno venti minuti di palestra e diventano giganteschi. Sulla costruzione del fisico ho una teoria».
Quale?
«Se fino ai 21 anni curi il fisico e lo fai crescere sano, la tua carriera andrà liscia per molto tempo. Se non stai attento, invece, poi il corpo crolla».
Diego Armando Maradona, argentino e numero 10 come te, non faceva molta attenzione al suo fisico ed è considerato il giocatore di calcio più forte di tutti i tempi.
«Gli ultimi anni di Maradona sono stati fisicamente terribili: pensa se avesse avuto cura del suo fisico…».
Numeri dieci argentini. Maradona o Messi?
«Maradona. Era più cattivo».
Calciatori adatti al rugby? Cassano, Balotelli…
«Nooo. E che ci fai con quelli? Meglio Maldini. O Gattuso, che non molla mai. Morde e soffre senza lamentarsi».
Hai un clan di amici?
«Ne ho tanti sparsi in tutto il mondo. Ho girato e giro parecchio: vivo sette mesi l’anno a Buenos Aires e il resto tra Milano e Parigi».
Quanto costa un litro di latte a Milano e quanto a Buenos Aires?
«Il prezzo è simile: un euro e qualcosa».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Non laurearmi».
Sei ancora in tempo.
«Non ce la farei mai. La giornata è già piena così. Mi occupo di energie rinnovabili… mi alleno ancora un’oretta al giorno. E quando sono in Italia dedico molto tempo al Diego Dominguez Rugby Camp con cui cerco di formare giovani giocatori. È un’iniziativa itinerante. C’è un ragazzo che ha cominciato per caso cinque anni fa nel mio campus e ora è stato ingaggiato in serie A dal Rovigo».
Da zero alla serie A in cinque anni?
«Sì. Nel rugby si può. Nel calcio è praticamente impossibile. C’è troppa concorrenza».
Che cosa guardi in tv?
«Molti tg, documentari e ogni tipo di sport».
Il film preferito?
«Tutti quelli con Al Pacino e De Niro».
La canzone?
«One degli U2».
Il libro?
«Quando avevo tempo leggevo tutti i romanzi di Wilbur Smith. Ora leggo molti saggi per farmi un’idea di come gira il mondo».
Come gira?
«Troppo velocemente».
A cena col nemico?
«Vorrei riunire le cinque persone più potenti del pianeta: Barack Obama, Hu Jintao…».
Per dirgli che cosa?
«Che dobbiamo rallentare. Dobbiamo fare un passo indietro… se no ci schiantiamo».

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Categorie : interviste
Commenti
Anna Pantaleoni 29 settembre 2011

Incredibile!! Oltre ad essere stato un grande rugbista e io sono una fan del rugby, questa intervista lascia trasparire una persona con la quale ho molto in comune. Dai pensieri sullo sport ai gusti di film, libri e musica. Grande Diego, concordo con te praticamente su tutto!!!

Enzo Cerchia 22 novembre 2011

Praticamente un grande! La frase da dire ai grandi dimostra l’anima latina

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