Carlo Degli Esposti (Sette – luglio 2011)

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Non fai in tempo a dirgli buongiorno che ti ha già messo sotto gli occhi una tabella con i conti di Montalbano. «Vede? La Rai ha investito 47 milioni. E ne ha incassati 72. Le pare poco?». Carlo Degli Esposti, 57 anni, è produttore e padre televisivo dell’eroe camilleriano. Bolognese, ex militante di Lotta Continua (nome di battaglia: Papalla) e “sofriano” di ferro, ha un fisico e un carattere da pacchetto di mischia. Pensa che la fiction sia uno strumento fondamentale per la creazione dell’immaginario collettivo e considera delittuoso il modo in cui la politica sta facendo morire il mercato dei prodotti televisivi indipendenti: «Ci hanno tolto persino la possibilità di sfruttare i diritti residuali delle nostre opere». Mentre parliamo tira fuori un foglio. È l’elenco dei produttori che quest’anno hanno un contratto con la tv pubblica: «Questo è un politico. Questa è un’amica di un ex consigliere Rai. Questa è l’ex moglie di un parlamentare. Questa è una multinazionale. Sono quasi tutti Pgm: produttori geneticamente modificati».
Quando gli parlo della diatriba sulla tutela legale di Report e di Milena Gabanelli, con cui lui lavorò all’inizio degli anni Novanta, Degli Esposti diventa incontenibile: «Ho fiducia nel nuovo direttore generale della Rai, ma in un libero mercato Milena non rimarrebbe senza contratto neanche un secondo. Spero che il tentennamento non sia parte di un progetto distruttivo».
Quale progetto distruttivo?
«Di decimazione delle intelligenze. Prima, a prescindere dalle appartenenze politiche, c’era comunque voglia di difendere il prodotto. Ora al prodotto, alle fiction e alle trasmissioni, ci pensano in pochi. Come dicono a Napoli, i foderi combattono e le sciabole rimangono appese ai muri. Mi auguro che Lorenza Lei nomini delle sciabole e appenda qualche fodero».
Mi fa un paio di nomi di “sciabole” che vorrebbe ai vertici della tv di Stato?
«Giancarlo Leone, Angelo Teodoli… E Marco Bassetti, di Endemol, è l’italiano che ci capisce di più di industria televisiva. Servono persone che sappiano anche resistere all’invadenza esosa della politica».
A lei sono mai capitate pressioni da parte di qualche politico.
«Per me vale la legge “a brigante, brigante e mezzo”. Quando mi dissero che avrei dovuto scritturare Michelle Bonev per una determinata fiction, prima la assunsi e poi, cominciate le riprese, la cacciai. Oggi, comunque, un direttore della fiction Rai per lavorare bene si dovrebbe ritirare in un monastero sul Monte Athos».
Il direttore di Rai Fiction, Fabrizio Del Noce, è finito nel groviglio di intercettazioni della cosiddetta Struttura Delta: il presunto presidio Rai dei berluscones.
«Per me Del Noce è una persona onesta. Le intercettazioni vanno ascoltate con un grosso filtro».
Quando uscirono fuori quelle di Agostino Saccà lei lo attaccò duramente.
«Vorrei vedere. Quando lui dirigeva la fiction “di Stato”, gli avevo proposto di girare le Winx. Saccà mi disse che non credeva nel progetto. Poi ho letto nelle intercettazioni che progettava di realizzare le Winx con la sua casa di produzione e usava le mie parole per spiegare al commercialista la meraviglia dell’idea. Quello che mi interessa di questi ultimi brogliacci sono i rapporti industriali tra Rai e Mediaset. E quelli non sono certo una novità».
In che senso?
«Rai e Mediaset si alimentano a vicenda da prima che Berlusconi scendesse in politica. E così soffocano il mercato indipendente che potrebbe essere una ricchezza strategica per il Paese. Se ci fosse un mercato, visto il successo di Montalbano, oggi la mia azienda avrebbe la possibilità di produrre autonomamente. Invece in Italia i produttori devono aspettare dietro la porta di essere convocati dai duopolisti».
C’è Sky.
«E infatti con loro faccio gli Sgommati. È l’unico editore puro, guadagna dal successo di quello che trasmette e non dall’uso che fa della sua televisione».
Una fiction che avrebbe voluto produrre?
«Romanzo criminale, trasmesso proprio da Sky».
Che cosa non manderebbe mai in onda se fosse un dirigente Rai?
«L’intrattenimento pomeridiano soft porno. Becero».
Chi è un giovane produttore che stima?
«Domenico Procacci. È forte, ha la bestia».
E tra i big?
«A parte Sergio Silva, che è il padre di tutti noi, il più geniale è Valsecchi. Pazzo, ma bravo».
Con Valsecchi per molti anni ve le siete date di santa ragione.
«Lui ormai ha venduto tutto a Mediaset. Gioca un altro campionato».
Anche lei vendette la Palomar a Endemol.
«Due anni fa però ho ricomprato tutto».
Valsecchi produsse Il capo dei capi e lei si mise al lavoro per anticiparlo con i Corleonesi.
«Lo feci per stizza. Perché quando io annunciai la fiction su Falcone, lui fece una corsa per anticiparmi con Borsellino. Tra l’altro io non avrei mai raccontato Borsellino come ha fatto lui, omettendo lo sfogo finale del magistrato su Berlusconi».
Lei quando ha cominciato a occuparsi di televisione? Che studi ha fatto?
«Mi sono fermato alla seconda liceo. A sedici anni, dopo la morte di mia madre, che aveva una grande camiceria a Bologna, ho lasciato il liceo e mi sono messo a lavorare. D’estate facevo il guardiano di un noccioleto. Giravo a cavallo per i campi e leggevo molto. Anche molta politica».
Quando è entrato in Lotta Continua?
«Subito. Ho cominciato a fare politica da anticomunista di sinistra. Il Pci a Bologna era il potere, il sistema».
Il suo nome di battaglia era Papalla.
«Mi ero comprato un paio di occhiali con una montatura gigante e sembravo uno di quei pupazzi della pubblicità Philco disegnati da Armando Testa».
Nel 1977 l’arrestarono per una aggressione a una assemblea di Comunione e Liberazione.
«Nessuno è perfetto».
La tv quando entra nella sua vita?
«Avevo cominciato a fare qualche lavoretto in piccole produzioni. Nel 1978, poi, mi trasferii definitivamente a Roma. All’inizio facevo il segretario di produzione. Per il film di Florestano Vancini La neve nel bicchiere, che era un’epopea rurale, spostavo pure le mucche. A metà anni Ottanta, con Gianni Barcelloni, fondammo la Palomar. Contemporaneamente collaboravo con Sandro Parenzo alla Videa».
Parenzo, il boss di TeleLombardia?
«Lo conobbi che era appena uscito da Mediaset. Con lui producemmo pure Banane, una trasmissione satirica con Syusy Blady, David Riondino, Fabio Fazio…».
Fabio Fazio?
«Sì, lui imitava Enzo Biagi. Lo feci esordire in tv su Tmc. Con Palomar, invece, producevo soprattutto documentari per Mixer di Gianni Minoli. Con Manganelli, Montefoschi… mentre ero a Gerusalemme con Moravia scoprimmo anche la storia di Perlasca. Noi non avevamo idea che esistesse un italiano che aveva salvato 5.000 ebrei. Cominciammo a cercarlo. Tornati in Italia io ed Enrico Deaglio andammo all’anagrafe di Padova. Trovammo Perlasca in casa, non aveva nemmeno il telefono».
Il documentario è dei primi anni Novanta, il film su Perlasca, invece, è andato in onda su Raiuno nel 2002.
«La Rai non ci credeva. Invece andò benissimo. Anche se mi costò l’amicizia con Gianni Minoli. Lui ritenne che nei titoli di coda non sottolineassi abbastanza il suo contributo iniziale al progetto Perlasca».
Era vero?
«No. Gli davo il merito di aver trasmesso con Mixer il testamento morale di Perlasca. Più di così avrei dovuto girare un film su Minoli ringraziando Perlasca nei titoli di coda. Minoli è un grande uomo di tv. Ma è anche il più grande nemico di se stesso».
Con lui, nel 1995, lei realizzò anche il primo reality italiano.
«Era un docu-reality. Si chiamava Davvero. Ed era fighissimo. Sette ragazzi in un appartamento bolognese. Senza premi né giochi. Alla fine non andammo avanti, perché Minoli si innamorò di Un posto al sole».
Lei quando passa dalla produzione di documentari a quella di fiction?
«Alla fine degli anni Novanta. Quando lasciai l’incarico di amministratore di Cinecittà, in polemica con la volontà di privatizzare gli studios romani, decisi di fare un viaggio in Sicilia. Andai a trovare Elvira Sellerio, amica ed editrice, che mi consigliò la lettura dei primi due romanzi di Camilleri su Montalbano. Una volta letti, li inviai a Sergio Silva, allora direttore della fiction Rai. Lui per due mesi non mi rispose».
E quindi lei che cosa fece?
«Andai a bussare alla sua porta. Mi disse che il parere dei lettori Rai su quei gialli non era positivo. Mi promise che gli avrebbe dato un’occhiata lui stesso. Due giorni dopo mi chiamò all’alba. Disse: “I miei lettori sono delle vere teste di cavolo. Corra qui che firmiamo un contratto”. Alle 9 e 40 avevamo chiuso l’accordo».
Come scelse il cast?
«Io all’inizio pensai a Virzì come regista e a Ennio Fantastichini come protagonista. Ma Virzì mi disse che non riusciva ad andare oltre la prima pagina di Montalbano. E Zingaretti fece un provino eccezionale: a quel punto per me, Silva e Camilleri non ci furono più dubbi».
Qual è il segreto del successo di Montalbano?
«Il suo senso della giustizia che va oltre le leggi. In autunno andranno in onda le avventure del giovane Montalbano. Una scommessa».
Altre scommesse?
«Una serie sul salvataggio dell’arcipelago toscano da una minaccia ecologica (L’isola). E a settembre cominceranno le riprese del film Acciaio tratto dal romanzo di Silvia Avallone».
A cena col nemico?
«Passiamo alla domanda successiva?».
Ha un clan di amici?
«La più grande era Elvira Sellerio. Mi manca ogni giorno».
Ha amici politici?
«L’unico che vedo è Enzo Carra. Di razza e surreale».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non fare dieci figli. Ne ho due. Chiara, di dodici anni. E Cira, primogenita della mia compagna Nora Barbieri».
Lei che cosa guarda in tv?
«Soprattutto Sky Tg24».
Ospite di Floris, Vespa o Santoro?
«Di Santoro. È il più potente in assoluto».
Il film preferito?
«Una vita difficile, di Dino Risi».
La canzone?
«Father and son di Cat Stevens. E poi tutta Mia Martini. Vorrei raccontare la sua storia. Ma in Rai si rifiutano perché dicono che porta sfortuna».
Il libro?
«Il Conte di Montecristo. Ho proposto a Kim Rossi Stuart di farne una super fiction. Edmondo Dantès ha un senso della giustizia simile a quello di Montalbano».
Sa che cos’è Facebook?
«Sì, mia figlia mi ha pure creato un profilo, ma ci siamo persi la password».
Fa la spesa?
«Compro il pesce».
Quanto costa un’orata di un chilo?
«Lo so. Tra i 28 e i 35 euro. Sul pesce non mi frega».

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Categorie : interviste
Commenti
alberto 18 luglio 2011

Con “Carletto” (soprannominato Papalla perché era cicciotto) ho fatto le scuole medie (le San Domenico, che distavano 100 metri da casa sua) e ci siamo frequentati anche dopo per qualche anni.
Carletto aveva una lambrettina 50 color giallo super “pistolata” e tutti i giorni in inverno, dopo la scuola, ci si trovava a casa sua assieme a mio fratello a giocare a sette e mezzo o nel mio garage a “pistolare” i nostri motorini. In estate Carlo (che era simpaticissimo e suonato come un campanello, oggi non so se ha mantenuto quella sua allegria e spregiudicatezza) mi raggiungeva (con la lambrettina 50 gialla) nella villa di campagna che i mie genitori avevano in un paesino alle porte di Bologna.
Nel repertorio di asinate di Carletto (di cui ne era un maestro) c’era quella di partire dal fondo della strada, dove c’era la mia casa, che era in forte salita, piazzarsi in mezzo alla strada e al spraggiungere di qualche auto partiva facendo finta che il motore non aveva abbastanza potenza e fingendo di spingere con i piedi avanzava a velocità ridottissima formando una coda di auto strombazzanti.
Carlo è una persona molto intelligente e furba e non sapevo che nel 1977 fosse stato arrestato per agressione, ma non credo che avesse partecipato in prima persona, non era certo un violento.
Se lo senti salutamelo.
Grazie e buon lavoro
alberto piazzi

diletta 21 luglio 2011

gentile signore, se lei è amico di Carlo degli Esposti, la pregherei di dirgli che il film su Mia Martini avrebbe un successone perchè la gente nn è stupida e nn crede alle malignità che sono state dette su lei. Ma che siamo nel Medio Evo?
Adoro Mia Martini e Loredana Errore, una giovane cantante che ha una voce pazzesca che la ricorda e che ha nel suo repertorio molte canzoni di Mimì. Lo stesso Pippo Augliera lo ricosce e scrive pezzi bellissimi su lei.
Che faccia il film…. farebbe cosa gradita a chi non può dimenticare questa meravigliosa, sfortunata cantante

rocco greco 11 febbraio 2012

Incredibile, ho appena finito di leggere Il Conte di Montecristo e concordo pienamente con Degli Esposti sulla similitudine tra Dantes e Montalbano ed altro. Spero realizzi il progetto della fiction sul tema. Mi offro fin da ora se serve qualcuno per l’organizzazione.

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