Eddy Merckx (Sette – maggio 2011)

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Era l’imperatore un po’ burbero delle biciclette. Il sultano della pedalata. Eddy Merckx, 66 anni a giugno, belga, tra il 1965 e il 1978 ha cannibalizzato il mondo del ciclismo. Ha vinto tutto: cinque Giri d’Italia, cinque Tour de France, classiche a mazzi, tappe a palate e record dell’ora. Se c’era lui in gara, si lottava per il secondo posto. A un certo punto, nel 1971, si pensò addirittura di creare una squadra apposta, con i fuoriclasse Gimondi e Motta, per riuscire ad arginare la valanga Merckx.
Inutile chiedere agli esperti di sprint e scalate quale fosse la sua dote principale. Ognuno ne tira fuori una: forza, tattica, resistenza. Lui le aveva tutte. Non a caso, il docu-film che gli dedicarono nel 1974, mentre era ancora in attività, si intitola La course en tête. Quando correva era anche un idolo delle ragazzine. La conduttrice Alessandra De Stefano glielo ha confermato qualche giorno fa in diretta tv, durante il Processo alla tappa: «Il mio sogno era sposarti».
Incontro Merckx in Abruzzo, mentre sta passando il Novantaquattresimo Giro d’Italia. È alto e massiccio. Jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. Mentre parliamo ogni tanto si avvicina qualcuno. Un tripudio di complimenti: «Maestro», «Lei è il mio mito». Il mito, oltre a essere stato commissario tecnico della Nazionale belga, ora collabora all’organizzazione di gare a tappe in Qatar e nell’Oman. In pratica è diventato una specie di ambasciatore dei pedali nel mondo. Partiamo da qui, allora. Dallo stato di salute del ciclismo.
Gli anni del doping selvaggio hanno allontanato molti appassionati dalle gare.
«Ma il ciclismo è sempre più popolare. Si affacci su una strada di campagna la domenica e conti quanti cicloamatori stanno sul sellino. Tanti».
Durante le gare a tappe non si vedono le masse di tifosi di una volta.
«Sono comunque moltissimi».
Qual è il primo suggerimento di Merckx a chi va in bici oggi?
«Non risparmiate sul casco».
Mi aspettavo qualche cosa di più romantico.
«Regola numero due: non imitare per forza i percorsi e le prestazioni di persone più forti di te».
La numero tre?
«Non dimenticare i controlli medici».
È vero che lei ha corso per anni in gare massacranti pur avendo seri problemi al cuore?
«Circolano un po’ troppe leggende: le mie erano extrasistole che in gara si sistemavano».
Leggende: si narra che lei fosse un po’ vendicativo. E che una volta decise di punire la tracotanza del corridore José Manuel Fuente.
«Questa non è una leggenda».
Come andò?
«Fuente aveva vinto una tappa all’inizio del Giro del 1972».
Era uno scalatore fortissimo.
«Lo sentii promettere che mi avrebbe mandato fuori tempo massimo».
Cioè che l’avrebbe lasciata molto molto indietro.
«Quel giorno, con la mia squadra, lo sfiancammo e lo staccammo di qualche minuto. Una bella lezione».
Negli anni lei ha dato parecchie lezioni. Divorava tappa su tappa. Ha mai protestato per il soprannome che le diedero: il Cannibale?
«No».
Quando le venne affibbiato?
«Credo nel 1968».
Quando trionfò per la prima volta al Giro d’Italia. Aveva 23 anni. È lì che ha capito di essere il più forte?
«Lì ho capito che potevo vincere tutte le gare a tappe. Anche il Tour de France. Nel 1964 ero diventato campione del mondo dilettanti. Ma non è che tutti i ciclisti che conquistano quel titolo poi si impongono anche nei Giri».
Durante quel Giro del 1968, sulle Alpi, si mangiò Gimondi.
«Nella tappa con le Tre cime di Lavaredo. Fu la mia impresa più bella in Italia».
L’anno successivo diede spettacolo sui Pirenei.
«Partii in fuga e mi feci da solo più di 140 chilometri. Bisognava essere scemi per fare una cosa simile».
La sua squadra era d’accordo?
«No. Ma dopo la volata sul Tourmalet, mi buttai in picchiata nella discesa, arrivai in fondo e vidi che avevo un minuto di vantaggio. A quel punto proseguii col mio passo».
Da solo. Sui monti. Che cosa si pensa in quei momenti?
«Si pensa a distaccare gli avversari».
Questo è un pensiero di un minuto. Lei rimase in fuga per tre ore.
«Quando sei lì, ti concentri per arrivare prima possibile. In montagna si gela. Si guarda la strada. Si spinge. Si ascoltano le notizie che arrivano dall’ammiraglia».
Si prega? Si canticchia?
«Nooo. Ci si immagina di essere uccelli. E di volare in cima alle montagne con battiti d’ala velocissimi. Quello del 1968/69 comunque è stato l’ultimo biennio di cime affrontate con disinvoltura e con scioltezza».
Perché?
«Perché poi, nel settembre 1969, caddi, mi feci male al bacino e la lussazione non guarì mai completamente. A quel tempo non c’era la rieducazione».
Lei continuò a vincere: Cannibale fino al 1978.
«Ma in salita non sono mai più andato come alla fine degli anni Sessanta».
Nel 1969 vinse il Tour. Ma prima venne squalificato dal Giro. La trovarono positivo a un test anti-doping. Era in maglia rosa da qualche giorno. I tifosi ancora ricordano le sue lacrime.
«Mi incastrarono».
Questa è una giustificazione simile a quella che ha dato il campionissimo Alberto Contador quando hanno beccato lui, quasi un anno fa. Lei stesso ha detto di non credere alla storia dello spagnolo sulla bistecca contaminata.
«No. Ma la situazione è molto diversa dalla mia. Io dico che mi hanno raggirato, perché i controlli si svolsero in maniera inusuale. E poi chi può pensare che io sia stato così stupido da prendere un prodotto a cui era risultato positivo l’anno prima Gimondi?».
Oggi il doping…
«Sono sicuro che il periodo buio sia passato. Si è voltata pagina».
Oggi per vincere serve…
«Talento e carattere. Ma non parlo solo di oggi. È da sempre così. In bicicletta bisogna saper soffrire».
Mettiamo qualche voto ai corridori italiani in attività: Ivan Basso.
«È uno dei più completi. Forse non è un gran discesista».
Damiano Cunego?
«Mi sembra più adatto alle gare di un giorno che non ai grandi Giri. Come Danilo Di Luca».
Vincenzo Nibali, la speranza messinese del Giro in corso?
«È giovane. Attacca sempre. Anche in picchiata. Mi piace».
Lei pensa che questi corridori sarebbero stati forti anche ai suoi tempi?
«Un campione di oggi sarebbe stato un campione anche ieri. E viceversa. Cambiano le tecnologie. Cambiano le strade. Ma è il talento che conta. Ed è solo col carattere che, arrivato al top, riesci a continuare a vincere. Sa qual è la differenza principale tra ieri e oggi?».
Quale?
«I soldi. Noi facevamo le grandi gare per la gloria e per acquisire valore commerciale. Nelle gare piccole poi ci pagavano a seconda di questo valore conquistato. Oggi, giustamente, i corridori hanno grandi ingaggi e guadagnano bene».
È un po’ invidioso?
«No. Se li meritano. È uno sport duro. Non vedo perché un ciclista dovrebbe guadagnare tanto meno di un tennista o di un calciatore».
Perché il calcio è più seguito e ci sono più sponsor?

«La differenza principale è che per vedere una partita di calcio si deve andare allo stadio e pagare. Mentre il ciclismo lo segui per strada. È gratis. Da sempre».
Lei quando ha cominciato ad andare in bicicletta?
«A tre anni».
La sua prima bici da corsa?
«Me la regalarono nel 1953. Ci andavo a scuola. Le prime corse, invece, le ho fatte a sedici anni. Sono diventato professionista il primo maggio 1965».
Ha smesso di correre nel 1978. Perché? Divorato tutto il divorabile era passata la fame?
«In realtà il motivo principale fu un problema con gli sponsor. Non trovai l’accordo con una squadra. E poi il fisico aveva cominciato a dirmi: “Basta, adesso fermati”».
Dopo il ritiro ha mai pensato di ricominciare come fecero altri super talenti? Pelé nel calcio, Michael Jordan nel basket…
«No. Quando ho deciso di smettere, per prima cosa ho portato i bambini a Disneyland, a Orlando, negli Stati Uniti».
Quanto è stato duro psicologicamente interrompere l’attività per una star come lei?
«C’è stato un brevissimo periodo in cui mi sono annoiato. Ma ho subito cominciato a fabbricare biciclette».
Con Ugo De Rosa, il produttore e il meccanico dei suoi bolidi quando correva. Si dice che lei fosse particolarmente esigente e che lui dovesse lavorare anche di notte per accontentarla.
«Quando ho smesso di pedalare, Ugo mi ha insegnato tutto sulla costruzione delle bici».
Poi lei nel 1981 si è messo in proprio.
«E un paio di anni fa ho venduto l’azienda. Ero stufo».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non fermarmi durante il Tour del 1975. Ero caduto. Mi ero spaccato uno zigomo. Sarei dovuto tornare a casa. Invece ho continuato ed è stata durissima la gestione del dolore».
Chi glielo ha fatto fare? Lei nel 1975 non doveva più dimostrare niente a nessuno.
«I compagni erano in gara. Sono rimasto per loro. Sono cose che ora è difficile vedere».
È vero che lei rinunciò a un raddoppio di stipendio perché la squadra che la corteggiava non le avrebbe permesso di portarsi dietro i merckxenaires, i suoi super gregari?
«Sì. Prima c’era più amicizia tra corridori. Ora si è un po’ più individualisti».
Lei ha un clan di amici?
«Molti sono corridori delle mie vecchie squadre. Mia figlia Sabrina ha imparato a camminare in casa del ciclista Italo Zilioli».
Suo figlio Axel ha seguito la sua scia.
«Ha vinto un bel bronzo alle Olimpiadi di Atene, nel 2004».
L’Olimpiade è l’unica manifestazione in cui lei non ha mai trionfato. Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Smettere di andare a scuola per cominciare a correre».
Da giovane ha mai fatto altri lavori?
«Il garzone nel negozio di alimentari dei miei genitori».
Il libro preferito?
«Non leggo».
Il film?
«Non vado al cinema».
Merckx, almeno una canzone del cuore ce l’ha?
«Love me tender, di Elvis Presley. Looov miiii tendeeer…».
Che cosa guarda in tv?
«Il ciclismo e i telegiornali».
Sa quanto costa un litro di latte?
«No».
Sa che cos’è Facebook?
«Sì. È un social network».
Tutti i ciclisti, oggi, hanno un profilo su Facebook.
«Lo so. Io non ci penso proprio».
Conosce i confini della Libia?
«Uhm. I confini andavano messi alle tasche di Gheddafi».

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Categorie : interviste
Commenti
vz 26 maggio 2011

In questa versione on line, ho corretto un errore presente in quella cartacea. Lìho scritto che Merckx è “commissario tecnico della nazionale belga”, invece lo è stato molti anni fa.

Marco 22 giugno 2011

Merkcx ti ho sempre desiderato

Marco 22 giugno 2011

bravo!!!!!!!!!!!!!

Marco 22 giugno 2011

Da grande vorrei diventare come te!!!!!!!!!!

vz 23 giugno 2011

Immagino.

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