Massimo Picozzi (Sette – maggio 2011)

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Trascorrere un paio d’ore con Massimo Picozzi, 54 anni, criminologo e psichiatra, è un’immersione nel pozzo maligno dei grandi delitti e dei misteri irrisolti del nostro Paese. Omicidi familiari, bande di brocchi assassini, serial killer. Quando non se ne è occupato di persona, ci ha scritto il capitolo di un libro (a quattro mani col giallista Carlo Lucarelli) o ne ha parlato in tv (Predatori di uomini, La linea d’ombra, Quarto grado). L’omicidio di Yara? «Senza tracce dell’assassino, ammesso che sia uno solo, la soluzione mi pare lontana». Il delitto di via Poma? «Tanti indizi compatibili. Ma lo scardinamento di un alibi dopo venti anni non mi convince». Le bestie di Satana? «Ragazzi squallidi e patetici».
Incontro Picozzi nel bar dell’hotel Principe di Savoia a Milano. Appena si siede, emette la sentenza: «Che posto da sciuri!». Fiero dell’origine operaia della sua famiglia, lo psichiatra parla svelto, con cadenza lombarda. Nel 2000 ha cominciato a collaborare con l’Unità di analisi crimini violenti (UACV) della Polizia. Ora dirige un Centro di ricerche sul crimine e il Master in Criminologia forense dell’Università Cattaneo, a Castellanza. Le procure lo chiamano per studiare gli assassini o per farsi suggerire come affrontare l’interrogatorio di uno psicopatico. Qualche investigatore ogni tanto gli chiede una consulenza informale per fare il “profilo” di un ricercato. «Si fidano anche perché non vendo teorie come la gran parte dei criminologi», spiega Picozzi. «Ho sentito alcuni colleghi dichiararsi certi del fatto che un serial killer aveva partecipato alle indagini, mischiandosi ai curiosi, ahah». Gli chiedo: «Non è possibile?». Replica: «Certo. Ma se dici una cosa simile a uno sbirro, lui vuole sapere come sei arrivato a questa conclusione. E non gli puoi rispondere che lo hai letto a pagina 38 di un manuale. Nel nostro mestiere troppi parlano troppo presto». Quando gli domando un parere sull’omicidio di Melania, ad Ascoli, prima tira una bacchettata sulle dita dei giornalisti («Troppo spesso si parla delle vittime senza la necessaria cautela e sobrietà»), e poi demolisce chi ha ipotizzato la presenza di un serial killer («Solo perché ci sono stati due morti nella stessa zona? E il modus operandi?»).
Picozzi in alcuni dei casi misteriosi più celebri degli ultimi anni è parte in causa. Nel delitto di Avetrana, per esempio, è consulente della madre della vittima. Partiamo da qui, allora.
Chi ha ucciso Sarah Scazzi? Che idea si è fatto?
«Non ci si può affidare solo alle dichiarazioni di Michele Misseri che accusa la figlia Sabrina».
Sabrina, la cugina di Sarah, è in carcere.
«Sono sicuro che la Procura abbia in mano qualcosa di più. Ma so anche che reperire prove nell’ambito di un delitto familiare è difficile».
Perché?
«Perché è ovvio che si possono trovare le impronte di Sarah in casa Misseri. Sono tracce giustificabili. Che cosa c’è di strano se nella stanza della vittima Chiara Poggi ci si trova il Dna del fidanzato Alberto Stasi? Bisogna dimostrare che quelle tracce, accanto alla vittima, ci sono finite proprio durante il delitto».
Le impronte e il Dna vanno maneggiati con cura.
«Le impronte funzionano dai tempi dei sumeri. E considero la prova del Dna una evoluzione fondamentale per le indagini. Vorrei anche che in Italia ci fosse quella banca dati del Dna che ha permesso alla Gran Bretagna di aumentare del 20% i casi di omicidio risolti. E racconto spesso che negli Stati Uniti grazie al Dna sono stati strappati dal braccio della morte 250 condannati… Ma si può fare di più».
Per esempio?
«Gli investigatori dovrebbero imparare anche le nuove tecniche di interrogatorio dei sospettati e dei testimoni. In Italia, invece, non è passata nemmeno l’idea di una squadra che si occupi dei “profili criminali”. Qui si discute se funzioni di più il metodo scientifico Ris/Csi o quello del vecchio brigadiere di campagna».
Secondo lei?
«Nei Paesi più sviluppati i casi risolti sono il 65%».
Qual è il caso del passato che sarebbe stato risolto con più disinvoltura grazie alle nuove tecnologie?
«Il caso Bebawi. Sarebbe bastato fare lo stub».
Che cos’è?
«L’esame che evidenzia i residui dello sparo. Il colpevole tra i due coniugi che si accusavano a vicenda sarebbe saltato fuori subito».
Lei si è occupato del caso Izzo. L’assassino del Circeo (1975), che uscito di galera in semilibertà, nel 2005, ha trucidato altre due donne. C’è qualcosa che non va.
«Quelli come Izzo sono dei manipolatori. Aveva convinto tutti che era cambiato. E poi c’è la legge: dopo 25 anni di carcere acquisisci il diritto alla semilibertà. Il problema è che era stato inserito in una struttura a occuparsi di prostitute e transessuali».
Non il posto giusto.
«Diciamo che i magistrati hanno bisogno di consulenti più esperti. Alcune patologie criminali non sono ancora curabili, quindi bisognerebbe attrezzarsi: sorveglianza continua, obbligo di firma frequente, localizzatori…».
Patologie non curabili: gli assassini…
«…la maggior parte, anche se malati, hanno sempre la possibilità di scegliere se commettere o no un delitto. Tranne rari casi: Davide Antonelli, il diciannovenne che nel 2004 ha preso un treno da Milano è sceso a Brindisi e ha ammazzato la nonna con novanta coltellate, aveva una patologia gravissima. Non aveva capacità di intendere e di volere rispetto alle proprie azioni. I serial killer Donato Bilancia, Gianfranco Stevanin e Michele Profeta, invece, sono stati tutti ritenuti responsabili dei loro crimini».
È vero che prima che venisse catturato, lei ha avuto uno scambio di sms con Profeta?
«Sì. L’ispettore della questura di Milano con cui Profeta era in contatto per estorcere soldi in cambio della fine dei delitti, mi chiese di dettargli i messaggi giusti per intrattenere il più a lungo possibile il killer. Una scena abbastanza hollywoodiana: tre ore della mia vita in linea con l’assassino».
Hollywood. Siamo invasi dalle serie tv sul crimine.
«Sono stato consulente per il doppiaggio di Csi – Miami».
Csi, Criminal Minds, Senza traccia, Cold case… Qual è la serie più credibile?
«Senza traccia. Se non altro perché una puntata su quattro finisce con il non ritrovamento dello scomparso. Ci si potrebbe ispirare a Criminal minds per la figura dell’agente che tiene i rapporti con la stampa e le relazioni con le autorità locali. Ma prima ancora si dovrebbe introdurre la figura del supervisor della scena del crimine, alla Csi».
In Italia non esiste?
«Il mancato coordinamento sulla scena è motivo di tanti pasticci».
La serie tv meno credibile?
«Purtroppo è la più affascinante: Lie to me».
Quella col professore interpretato da Tim Roth che ti becca ogni volta che dici una balla, perché ti tocchi il naso o fai una smorfia?
«La tecnica è scientifica. Ma ci sono troppe semplificazioni».
Lei quando ha cominciato a occuparsi di criminali?
«Subito dopo la laurea in medicina».
Come?
«Per caso. Andai con un amico a fare una partita di calcio in un carcere. La classica “liberi” contro “detenuti”. Lì incontrai il direttore del carcere di massima sicurezza di Busto Arsizio che mi chiese se volevo lavorare da lui come responsabile sanitario. Accettai».
Gli anni in carcere…
«Ho imparato tutti i dialetti d’Italia. E ho cominciato ad avere a che fare con i delinquenti: il boss mafioso Angelo Epaminonda, detto il Tebano, i terroristi palestinesi dell’Achille Lauro… Renato Vallanzasca».
Il bel René. Che cosa pensa delle polemiche sul film di Michele Placido?
«Sto dalla parte delle vittime. Quando si decide di rappresentare il male lo si dovrebbe fare senza fronzoli, per quello che è: banale. Le esigenze cinematografiche, invece, spesso rischiano di far mitizzare personaggi squallidi».
Torniamo alla sua gavetta.
«Mi sono specializzato in psichiatria e poi in criminologia. Dopo il lavoro in carcere, sono stato “interno” in ospedale per più di dieci anni. Nel 2000, durante una conferenza di Ruggero Perugini, il primo capo della Squadra anti-mostro di Firenze, ho deciso di propormi per collaborare con l’Unità analisi crimini violenti».
Il primo caso importante di cui si è occupato?
«Le tre ragazzine di Chiavenna che uccisero suor Laura Mainetti. La cosa che mi fece più impressione è la giustificazione che diedero dell’omicidio».
Quale fu?
«Volevano fare il “botto”. Erano annoiate, non ce la facevano. Nei gruppi di ragazzi la sensazione di essere impantanati in un blocco evolutivo e di poterne uscire con un atto quasi magico è frequente».
L’atto violento e di gruppo come strumento di crescita? La frequenza delle aggressioni selvagge da parte di bande di piccoli criminali si può giustificare così?
«È uno degli elementi. Un ragazzo da solo difficilmente farebbe certe cose. Il gruppo toglie raziocinio. Se poi alcuni giovani sono abituati alla violenza in famiglia… La frontiera generazionale da studiare oggi, comunque, è quella virtuale. Ci sono nuove patologie e linguaggi che noi adulti fatichiamo a comprendere: la depressione da mancanza di amici su Facebook, la stima di sé che passa attraverso il click di una comunità digitale… Internet è stato anche un acceleratore dei delitti sessuali».
Non faccia il proibizionista fustigatore dei socialnetwork.
«Bisogna studiare. Nel libro che ho scritto con Carlo Lucarelli sui crimini sessuali, che uscirà a ottobre, c’è un intero capitolo sul cyber stalking».
A cena col nemico?
«Tra gli assassini? Il serial killer Ted Bundy, ma l’hanno arrostito nel 1989. Quindi… Ayman al-Zawahiri, il medico ideologo di Al Qaeda».
Ha un clan di amici?
«No. Ho tre figli e sono famiglia-centrico».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Aver compreso troppo tardi l’umanità di mio padre».
A parte le fiction sul crimine che cosa guarda in tv?
«Il Milan. Non i talkshow che parlano di delitti».
Favorevole o contrario ai modellini di Vespa?
«Nel 1905, per spiegare la dinamica dell’omicidio Murri-Bonmartini, la Corte fece costruire un plastico della villa con tetto scoperchiabile. Nulla di nuovo, insomma».
Il film preferito?
«I soliti sospetti con Kevin Spacey».
La canzone?
«Le Variazioni Goldberg di Bach».
Il libro?
«Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber».
Quanto costa un litro di benzina?
«Un euro e quaranta circa».
Che cosa è raffigurato sui 5 centesimi?
«Non lo so».
Il Colosseo. Conosce i confini di Israele?
«Libano, Siria e Giordania. No, la Siria no. Ce n’è ancora?».
La Siria sì. E poi l’E…
«Che cosa fa, mi dà l’aiutino? Scriva pure che non li so».
www.vittoriozincone.it
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Categorie : interviste
Commenti
Sara 27 maggio 2011

Bella intervista. Avrei detto che Picozzi sarebbe andato a cena con Kuklinski.. Comunque..se tutti i suoi colleghi fossero professionali come lui…!! Grande MP!!

andrea 1 aprile 2012

Per intervistare Picozzi servirebbero tantissime pagine e tantissimo tempo.é possibile avere la mail del professore per invitarlo ad una manifestazione.Grazie

ARTURO PARATI 26 agosto 2012

HO UNA CERTA SIMPATIA PER IL DOTT MASSIMO PICOZZI.LA SUA PROFONDA PROFESSIONALITà LO ASSALE DI STIMA E GRANDE COMPETENZA.NON NEGO,CHE MI PIACEREBBE MOLTISSIMO ASCOLTARLO.DAL VIVO. GRAZIE

Ettore Ciaccia 3 ottobre 2012

Sono babbo di una ragazza di 18 anni che desidera intraprendere un percorso formativo per diventare un criminologo. Vorrei chiederLe un consiglio su quale tipo di formazione occorre orientarsi, in quanto non sono nè chiari gli sbocchi lavorativi, almeno in Italia, nè sembra così delineata l’offerta didattica in materia ad esclusione forse della Scienza dell’Investigazione dell’Università dell’Aquila. Grazie anticipatamente se mi potreste aiutarmi ad avere utili consigli e informazioni sulla questione e a risentirci presto credo via e-mail Ettore

Alberto 30 marzo 2013

Brillante e competente. Ho assistito, recentemente a Como, alla presentazione di un libro giallo, dove lui era invitato quale esperto criminologo e devo dire che anche le sue maniere hanno conquistato tutti.

Stella 11 luglio 2013

Picozzi era partito come grande studioso di psicologia e criminologia ma alla lunga si è un po’ sputtanato partecipando a salotti televisivi che nei suoi libri criticava. Ora è solo un nome per convincere aspiranti criminologi a iscriversi ai master della LIUC e della IULM (quest’ultima addirittura università di lingue e scienze della comunicazione!). Signori, per diventare criminologi studiate medicina, medicina ramo psichiatrico, psicologia e giurisprudenza e un giorno potrete anche superare il vostro amato Picozzi.

angelo 30 luglio 2013

MIA MOGLIE E’ STATA SUA PAZZIENTE E SI E’ TRVA BENISSIMO,ADESSO STA’ ANCORA MALE E VORREI RITORNARE DA LUI , MA NON SO’ DOVE TROVARLOPRIMA ABITAVA A SARONNO,SAPETE DOVE IDICARMELO?

Stella 6 settembre 2013

@ Angelo: prova a informarti al reparto di neurochirurgia del San Raffaele. Attenzione a non farti svenare: ospedale privato dai costi astronomici.

Sananta 27 settembre 2013

Anche io vorrei intraprendere gli studi per diventare criminologa e vorrei sapere da voi più esperti di me se esistono corsi accelerati per conseguire un master, non perché voglio bruciare le tappe od altro ma perché ho famiglia e vorrei conciliare le due cose grazie a chi mi risponderà

sonia 14 aprile 2014

Uomo garbato, umile ed intelligente. Di persona mi è piaciuto motissimo.

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