Michele “Forest” Foresta (Sette – marzo 2011)

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Ogni tre risposte si alza, fa un giretto nel salotto, torna al tavolo dove ci siamo seduti per l’intervista e mi fa vedere un trucco, un quadro o un libro: il pantografo per scrivere con la pipì il nome di Paola Cortellesi sulla neve, il ritratto di Houdini che ti segue con gli occhi, un quadro con l’orma della mano di Enzo Biagi. Michele Foresta, noto ai più come il Mago Forest, ha cinquant’anni ed è come lo vedi in tv: inquieto, ama i paradossi e appena può spara battute o inventa un calembour. Il suo appartamento è stracolmo di macchine magiche che costruisce da solo o che si fa spedire dopo averle scoperte durante qualche convegno di maghi. Spiega: «Per fare la parodia di un trucco, prima lo devi saper eseguire alla perfezione».
Forest è stato per nove anni conduttore della trasmissione della Gialappa’s Band, si concede una trentina di serate l’anno nei teatri e ogni tanto si presta a qualche sit-com. Comico del cast originario di Zelig («Dal 1997»), da un paio d’anni ha intensificato le sue presenze nella trasmissione di Canale 5. In una delle prossime puntate si presenterà con un baule che contiene venti chitarre ultra pieghevoli: «Vengono dall’India». Al momento sono sparse per la casa.
Mentre parliamo vedo che su uno dei foglietti attaccati a un lampadario c’è una dedica di Marco Travaglio. Chiedo: «Sei un fan?». E lui: «Me l’ha fatta dopo un suo spettacolo. Travaglio raccontava le avventure di Dell’Utri invitato inconsapevole di alcuni matrimoni mafiosi». Interessante? «Ho riso per tre ore. I politici ormai producono un ridicolo inarrivabile. Superarli è davvero difficile. Apri il giornale e c’è una palla alzata che aspetta solo di essere schiacciata». Partiamo da qui, allora.
Da tecnico. Tra le ultime che hai letto qual è la più comica?
«La proposta dei conduttori dei talk show a targhe alterne. E la definizione “utilizzatore finale”. Gli avvocati di Berlusconi ormai fanno capriole da circo».
Il politico più comico?
«Ignazio La Russa. Si è mai visto un ministro della Difesa che scalcia all’indietro un giornalista e come se non bastasse lo accusa di pestargli i piedi?».
Hai mai avuto problemi con i politici sfottuti?
«Non io personalmente. Ma con la Gialappa’s… Sono lo scomodo testimone di liti furibonde: con i dirigenti Mediaset volavano bei vaffa…».
Tentativi di censura?
«Dicevano che alcune battute erano a rischio querela e che non si poteva mandarle in onda. A volte si affrontavano gli avvocati di Mediaset e quelli della Gialappa’s per elaborare una soluzione».
La trovavano?
«Non sempre. Su una battuta di Fabio De Luigi che sfotteva Previti la rete si impuntò. E a una puntata che aveva troppe battute sulla Legge Gasparri vennero tagliati quaranta minuti».
Aldo Grasso, critico tv del Corriere, ha scritto che le trasmissioni come Mai dire Grande Fratello alla fine aumentano il successo degli show che vorrebbero deridere.
«Abbiamo sempre sottolineato gli aspetti più ridicoli, i tic della tv. Per variare, comunque, la Gialappa’s ha pronta una nuova trasmissione: un’infilata di gag esilaranti su alcuni filmati scabrosi di cui sono entrati in possesso, non so come. Si chiamerà: Mai dire Arcore».
Sei stato con la Gialappa’s nove anni.
«Durante le riunioni si rideva di più che durante lo show».
Racconta. Chi fa che cosa nella Gialappa’s?
«Carlo Taranto è un grande organizzatore. Facendo un parallelo calcistico, è lo Zanetti della situazione».
Prosegui il parallelo.
«Marco Santin è Lavezzi, spazia e sguscia. Giorgio Gherarducci è Ibra: dà la stoccata… da cui scaturiscono le querele. Per un comico la Gialappa’s è l’habitat ideale».
Come si è interrotto il vostro rapporto?
«Mediaset non gli ha più affidato un programma vero e proprio. Ora commentano clip registrate e fanno ascolti record. Si è preferito valorizzare Chiambretti, Signorini e altri».
È vero che ti è arrivata una proposta di Floris per fare le copertine comiche di Ballarò?
«No. Floris mi chiese di partecipare una volta, molti anni fa, quando non c’era ancora fisso Crozza. Rifiutai perché mi piaceva criticare Berlusconi dall’interno, con la Gialappa’s».
C’è chi sostiene che Le Iene, la Gialappa’s e Striscia la notizia siano funzionali al Berlusconi politico. Lo prendono in giro, ma in realtà servono a far vedere quanto è liberale…
«La teoria della foglia di fico… Bah. La Gialappa’s non ha mai fatto sconti a nessuno».
Che cosa ne pensi della contro-campagna di Striscia sull’uso del corpo delle donne da parte della stampa progressista?
«A placare la polemica su Ricci e il velinismo ci sta pensando l’onorevole Butti, quello che ha ideato i conduttori a targhe alterne: il martedì e il giovedì Floris e Santoro condurranno Striscia. Nudi».
Tu con Ricci ci hai mai lavorato?
«Feci 45 puntate di Paperissima Sprint. La notizia si è persa negli archivi della mia carriera».
La carriera. Quando hai cominciato a fare il comico?
«Le prime battute risalgono alle aule di Ragioneria. Quando facevo le superiori a Nicosia, in Sicilia».
Avevi artisti in famiglia?
«Mia madre è casalinga. Mio padre ha un passato da carpentiere. La mia carriera comica non era prevedibile».
La tua prima apparizione in tv?
«All’inizio degli anni Ottanta. In uno spot di biscotti con Maurizio Nichetti. Ma prima mi ero esercitato nel cazzeggio sulle onde di Radio Nicosia e in giro per bar siciliani insieme con il mago Nelson. E poi la gavetta nei mini locali del cabaret milanese, mentre frequentavo corsi di mimo e di acrobazia. Mi esibivo anche all’Ultimo metrò, il locale di Giancarlo Bozzo, Gino e Michele, che poi è diventato lo Zelig».
L’idea del mago-comico come è nata?
«Mi sono ispirato al buffo mago Mac Roney».
Nell’88 eri nel cast di Indietro tutta.
«Arbore mi scelse per il pubblico del Nord. Feci un provino rocambolesco al Jolly Hotel. Dopo qualche apparizione col nome Mister Forest, Beniamino Placido mi citò in un articolo. Ci fu una piccola svolta. Arbore e Frassica inventavano per me scenette esilaranti. Da Nino ho imparato molto».
Hai fatto anche l’attore in una fiction con Cristina D’Avena.
«Si chiamava Cri Cri. Con me c’era anche l’attore Giorgio Melazzi che durante le riprese scrisse un manuale: Come difendersi da parti indegne in produzioni vergognose. Faceva di tutto per non comparire. Io, invece, mi mettevo in mostra».
Poi Zelig.
«Da subito. Tra il 1997 e il 2001 ho avuto il record di presenze. Un bell’acceleratore di notorietà».
Anche tu avevi il tuo tormentone?
«Involontariamente sì. Entravo in scena spargendo carte da gioco sul palco e dicendo: “Uau, uau, uau”».
La differenza tra lo Zelig di oggi e quello di allora?
«Il nucleo è sempre quello. Bisio è ogni anno più bravo».
Quest’anno c’è Paola Cortellesi.
«E lo show ci ha guadagnato in spessore comico. Michelle e Vanessa, che l’hanno preceduta, la buttavano in simpatia. Con lei, invece, ti devi confrontare».
Le battute te le scrivi da solo?
«Sì, con l’aiuto di qualche autore: in questo momento lavoro soprattutto con Claudio Fois, Dado Tedeschi e Paolo Burini, un ragazzo di Ferrara che ho scoperto su Le Formiche».
Chi sono i colleghi che ti fanno più ridere?
«Per non citare Ficarra e Picone che sono amici, ti dico Gene Gnocchi».
Hai qualche mito nel mondo della comicità?
«Oltre a Woody Allen, Ben Stiller, Jack Black… i maestri americani dello stand up sono pazzeschi. A Billy Crystal ho anche rubacchiato una battuta dal film Mister sabato sera».
Ma è così diffuso il furto della battuta?
«Può succedere agli esordi. Io ho cominciato imitando quel che faceva Mac Roney. Beppe Grillo una volta ha ammesso di aver preso alcune battute da Pippo Franco. Ma se diventa un’abitudine… non è etico. E ormai con YouTube, se rubi ti sputtanano subito».
A te hanno mai rubato delle battute?
«Ho beccato un giovane comico che andava in giro rappresentando metà del mio show. Ha rimediato dicendo che era un omaggio».
Anche Daniele Luttazzi è stato accusato di plagio nei confronti di molti comici americani.
«A Daniele perdono tutto. È uno dei migliori. Forse ha esagerato, ma un po’ lo capisco: gli americani sono talmente bravi che la tentazione di copiarli è irrefrenabile. In Italia non c’è una grande tradizione nello stand up, l’assolo del monologo comico. I più bravi sono Alberto Patrucco e Dario Cassini».
La battuta che avresti voluto scrivere tu?
«L’ho letta sulla Settimana enigmistica: una nave si avvicina a un naufrago e un marinaio chiede “È lei il naufrago?”, e il naufrago risponde “Sì, perché?”».
Mi fai il nome di un giovane comico promettente?
«Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli con i Soliti idioti su Mtv sono coraggiosissimi».
Addirittura?
«Sfottono preti, parlamentari succinte, l’eutanasia, l’omofobia… Stanno spostando i paletti della comicità. Sono i più irriverenti».
Hai un clan di amici?
«Lino, Marco e Venerino sono i più antichi, di Nicosia. A Vercelli c’è Giovanni e a Milano Gigi Rock, il mago Hermy e Lele Micò: con loro realizzo il mio show teatrale».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Lasciare la Sicilia. Con la mia Louis Vuitton di cartone».
Che cosa guardi in tv?
«Blob. E poi registro moltissimi film che ovviamente non riesco mai a vedere».
Il film preferito?
«Crash di Paul Haggis».
Il libro?
«I pilastri della terra di Ken Follett. Lo scrittore di cui ho letto tutto, invece, è David Sedaris».
La canzone?
«Perché no? di Lucio Battisti. Hai presente? “E parlar di surgelati… Rincarati…”».
A proposito: sai quanto costa un pacco di pasta?
«I fusilli un euro e qualcosa».
Conosci i confini della Libia?
«Facilissimi: Egitto, Ciad, Tunisia…».
Sai che cos’è Twitter?
«Un minisocial network. Ma non lo frequento. Ho altro a cui pensare, ora. Ho appena perso il lavoro…».
Quale lavoro?
«Vendevo profilattici fuori da Palazzo Grazioli. E prima ancora facevo la security fuori da Arcore: assaggiavo le escort per capire se erano avvelenate».

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