Stefano Caldoro (Sette – dicembre 2010)

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Stefano Caldoro, 50 anni, non ha fatto in tempo a compiere i suoi primi cento giorni da presidente della Regione Campania che si è ritrovato immerso nelle pozzanghere di Napoli stracolme di sacchetti galleggianti e maleodoranti. Intorno, le fiamme di Terzigno. Il cornetto di legno blu porta fortuna, regalo di un amico, evidentemente funziona poco.
Incontro il governatore nel suo ufficio romano. Un appartamentone spazioso in pieno centro storico. «È un lascito bassoliniano. Forse lo dovremo impegnare», chiarisce subito. Già, perché mentre parliamo le agenzie stanno battendo il responso degli ispettori di Tremonti inviati per fare le pulci ai conti campani. Eccolo: «Milioni di euro spesi in fiere, sagre e spettacoli, non qualificabili come investimento». Caldoro gonfia il petto: «Sono io che ho chiesto l’ispezione». È un riformista fiero. Starebbe ore a parlare di deficit da risanare, federalismo virtuoso e tagli alla sanità: «Sto chiudendo nove ospedali». Non indora le cifre. Dice chiaramente: «La Campania? Stiamo messi peggio della Grecia». Le tasse? «Alcune le ho dovute alzare per legge. E poi ho inserito il ticket». Pur essendo un berlusconiano di ferro, è abbastanza lontano dalla retorica sorridente del premier think positive e dal ghe pensi mi. A un certo punto si lascia pure sfuggire un «la mia fiducia nella magistratura è totale». E così parte un botta e risposta strabico in cui Caldoro, da ex sciatore, cerca di fare lo slalom tra le domande su Cosentino. Quel Cosentino acchiappavoti di Casal di Principe, coordinatore regionale del Pdl, che la procura accusa di concorso esterno in associazione camorristica anche in relazione all’affaire rifiuti. Partiamo da qui, allora. Dalla munnezza.
Caldoro, c’è chi, come Saviano, sostiene che l’immondizia oltre che un’emergenza sia un’arma politica e che Cosentino, se vuole, può riempire o svuotare la regione di rifiuti.
«Non ho questa lettura dei fatti».
L’attuale emergenza…
«Per le vie di Napoli i sacchetti stanno diminuendo».
Nei giorni scorsi era uno scempio.
«Il piano berlusconiano del 2008 ha messo in piedi un sistema ottimo. Ma, per ora, legato a un equilibrio fragile. Se viene chiusa una discarica per le proteste dei cittadini o se si ferma una linea del termovalorizzatore per manutenzione, si blocca tutto».
Un piano così non sembra un buon piano.
«È l’unico piano possibile. Bisogna andare avanti».
I proclami berlusconiani sulla soluzione della crisi in pochi giorni non hanno contribuito ad aumentare la tensione?
«Quando la Protezione civile è venuta da me e ha detto: “Noi chiudiamo questa emergenza in dieci giorni”, sono rimasto terrorizzato».
Perché?
«Non tenevano conto di un fattore rilevante: la criminalità organizzata contrasta l’imporsi di un sistema di regole e un ciclo produttivo che crea ricchezza e servizi. Lo boicotta. Quando ti ritrovi i camion con le gomme squarciate, anche se il piano è buono, non vai lontano».
Non c’è stata anche una resistenza da parte di presidenti di Provincia del Pdl che dovrebbero essere suoi alleati, e invece non hanno messo a disposizione le loro discariche?
«Ora abbiamo raggiunto un accordo».
Hanno temporaneamente boicottato il piano per far sentire il loro peso politico?
«No. Si sono ritrovati con la cittadinanza in rivolta e quindi hanno schierato i sindaci davanti alle discariche con la fascia tricolore a tracolla».
Perché a Napoli la raccolta differenziata è sotto il 20%?
«Non è una città facile da gestire».
Si dice sempre così. Sembra un alibi.
«Solo Calcutta ha una densità abitativa più alta. Comunque la situazione va affrontata con molta più determinazione che in passato».
Ho letto alcune sue dichiarazioni contro il modello differenziata/ecoballe.
«Ho un assessore all’Ambiente, Giovanni Romano, che nel comune di cui è sindaco (Mercato San Severino) ha raggiunto quasi il 70% di raccolta differenziata. Ma è d’accordo anche lui: non ci si può affidare solo a quella soluzione. Si è pensato troppo tardi a realizzare discariche e termovalorizzatori».
Senza illudere nessuno, quand’è che la Campania avrà un sistema di smaltimento dei rifiuti a prova di intoppo?
«Fra circa tre anni. E cioè quando la raccolta differenziata di Napoli avrà raggiunto percentuali accettabili e quando entreranno a regime i termovalorizzatori di Salerno e di Napoli. Nel frattempo vanno aperti molti impianti intermedi Stir, quelli dove si tritano e imballano i rifiuti, e due nuove discariche».
Nuove discariche, nuove proteste?
«No, saranno piccole e vicino Napoli».
Non teme un’altra Terzigno e la rivolta popolare contro la puzza?
«In quella protesta c’era anche un po’ di mancanza di cultura. Nessuno ha mai spiegato alle madri disperate scese in piazza che quei sacchetti non contengono scorie nucleari e che la discarica maleodorante non è nociva».
La discarica maleodorante non rende la vita facile.
«Certo. Ma non va confusa con le 15 discariche illegali che stanno lì intorno e contro cui non ci sono state proteste così forti. La bonifica di quelle zone tossiche mi preoccupa più dell’emergenza sacchetti. Ci vorranno molti anni».
Ma lei ci andrebbe a vivere a Terzigno, vicino alla discarica di Cava Sari?
«E certo. Non ho timori».
E accanto a un termovalorizzatore?
«Pure».
C’è chi sostiene che siano altamente nocivi.
«In un impianto ben gestito il tasso dei fumi tossici è irrilevante. E poi senta, noi a Napoli avevamo l’Italsider in città. Da bambino le mie finestre si affacciavano sulla zona degli stabilimenti».
Il fatto di aver avuto l’Italsider inquinante per anni in casa dovrebbe tranquillizzare chi teme gli inceneritori?
«No, era per dire che gli inceneritori sono nulla a confronto».
I territori che ospiteranno i termovalorizzatori riceveranno compensazioni di qualche tipo?
«Certo. Su fiscalità e infrastrutture».
Se gli inceneritori non sono nocivi che bisogno c’è di una compensazione?
«I comuni se la meritano. Fosse anche solo per tutti i camion che passeranno per le loro strade».
Sulla questione dei termovalorizzatori il governo stava per perdere Mara Carfagna. La ministra voleva che fosse la Regione a gestire le gare d’appalto, il Pdl campano e cosentiniano puntava sulle province.
«Mara negli ultimi tempi ha vissuto qualche difficoltà».
Lei ha detto: «Carfagna ha vissuto da straniera in patria».
«Non la invitavano nemmeno alle riunioni di partito».
Chi non la invitava?
«Il gruppo dirigente del Pdl».
Cosentino & Co. Anche lei ha polemizzato con quel gruppo dirigente.
«Ho solo detto che è finita una stagione e che è necessario un rinnovamento».
La procura di Napoli ha appena terminato le indagini su Cosentino.
«Non ne parlo. Non faccio il magistrato. E sono ultragarantista. Tra il 1992 e il 1994 ho vissuto il Vietnam della guerra tra la politica e le procure. Ho visto molti amici socialisti che sarebbero potuti risultare utili al Paese, chiudere la loro carriera a causa di un avviso di garanzia. E poi, anni dopo, sono stati riabilitati dalla stessa magistratura».
Nei confronti di Cosentino non c’è stato un avviso di garanzia, ma una richiesta di arresto.
«Mi vuol far discutere con Cosentino?».
Non sia mai.
«In generale credo che si dovrebbe attendere il pronunciamento dei giudici. Dopodiché, certo, c’è la coscienza personale. E a volte sarebbe meglio fare un passo indietro».
C’è chi sospetta che ci sia Cosentino anche dietro ai famosi dossier fabbricati in campagna elettorale per screditarla. Si parlava di sesso, droga e camorra…
«Su quella vicenda aspetto che si faccia chiarezza. Ma credo che l’input non fosse interno al Pdl».
Ci sono delle intercettazioni in cui Cosentino e i suoi amici danno giudizi sprezzanti nei suoi confronti.
«Non li dimentico. Ma i fatti personali non possono influenzare la mia azione politica».
Fatti personali e politica. Che cosa ne pensa della triangolazione tra Italo Bocchino, sua moglie Gabriella Buontempo e Mara Carfagna?
«Ecco, appunto. Non mi piace guardare la politica dal buco della serratura. Tra l’altro Gabriella era in classe con mia sorella e Italo è un amico, al di là delle differenze politiche».
Lei ha appoggiato la candidatura di Carfagna a sindaco di Napoli per il Pdl.
«Credo che sia la persona giusta. Ma non tutti la pensano come me».
È vero che lei ha buoni rapporti con Giuseppe Russo, il capogruppo del Pd nel consiglio regionale?
«Sì, ma non solo con lui».
Non è che con Bocchino, Carfagna e il Pd state preparando in Campania un ribaltone come quello della Giunta siciliana di Lombardo?
«No. Ho la giunta regionale migliore d’Italia e me la tengo. Siamo in piano di stabilizzazione finanziaria. Sto cercando di risanare la sanità. E conto di riuscire entro fine legislatura».
Attento alle promesse…
«Se andrà in porto il federalismo e si cominceranno a premiare le performance delle Regioni, sarà una grande sfida. La più grande della mia vita politica».
Lei quando ha cominciato a fare politica?
«Prestissimo: a sedici anni ero già iscritto alla federazione giovanile socialista».
Anche suo padre, Antonio, era un dirigente del Psi.
«Mio padre è stato segretario della Camera del lavoro della Cgil a Napoli. Poi sottosegretario di Spadolini. Io a diciotto anni frequentavo la sezione Vomero».
Il suo primo comizio?
«A 25 anni, quando mi presentai alle Regionali. Mio padre mi disse: “Io non mi candido. È una cosa disadorna che ci siano due eletti della stessa famiglia nella stessa città”».
Lei ha vissuto da politico la Napoli rampante degli anni Ottanta.
«C’erano un sistema di potere forte e molte risorse. In quel periodo erano napoletani quattro o cinque leader nazionali, più vari ministri».
Regnava il trio De Lorenzo, Di Donato, Pomicino.
«I tre viceré. Io facevo parte della minoranza interna».
E quindi?
«Poco potere. Poche feste e poche discoteche».
Lei era con Craxi all’hotel Raphael il giorno in cui venne bersagliato dalle monetine lanciate dai cittadini inferociti per il mancato rinvio a giudizio.
«Ero lì. Ma non ho affrontato con lui le monetine».
Berlusconi è l’erede di Craxi?
«È l’erede di Craxi, ma anche di De Gasperi».
Non esageri.
«Tutti cercano il centro. Lui lo occupa, con naturalezza, in maniera stabile».
È vero che fu proprio Craxi a consigliarle di tenere d’occhio il Berlusconi politico?
«Sì, nel 1994. In quel periodo ero nella segreteria nazionale del Psi».
Quando ha conosciuto Berlusconi?
«Ho aderito al suo progetto da subito. Ma il primo incontro risale al 2003. Quando nel 2005 sono diventato ministro per l’Attuazione del programma è cominciata una bella frequentazione col premier. Abbiamo trascorso nottate a lavorare».
Mi ricorda una battuta di Guzzanti a “Vieni via con me”. Berlusconi: «Faccio sesso tutto il giorno, vi dà così fastidio se la sera lavoro un’oretta?».
«Eheh. Scherzi a parte, lui è un lavoratore indefesso. L’altro giorno, quando è venuto a Napoli, si è attaccato al telefono e ha chiamato sindaci di centrodestra e di centrosinistra. Gli ha chiesto una mano sui rifiuti. Anche Renzi, da Firenze, ha accettato subito».
Lei ha mai partecipato alle sue feste?
«No. Non sono mai stato né ad Arcore, né a villa Certosa».
Party, donnine e un partito che perde pezzi. Berlusconi traballa.
«L’unica cosa che gli italiani non gli perdonerebbero è non governare».
Chi sarà il successore di Berlusconi? Tra gli azzurri non si sbilancia mai nessuno.
«Eheh, è vietato parlarne. In realtà dipende solo da Berlusconi».
Si è parlato addirittura della figlia Marina.
«Questo no. Anche se è persona di qualità».
Fini…
«Ha detto che sta pensando a una nuova destra. Poteva farlo da dentro al Pdl».
È stato cacciato.
«Tra lui e Berlusconi è nata una forte incompatibilità, prima personale e poi politica. Ma ora Fini a che cosa sta pensando? A un Terzo Polo? Davvero? Strategicamente non mi convince».
Però ha convinto Chiara Moroni, sua ex compagna del Nuovo Psi. Moroni è passata con Futuro e Libertà.
«Lei ha sempre rappresentato la componente più laica dello schieramento».
Non è che tra due anni ritroviamo anche Caldoro in un Terzo Polo?
«Lo escludo. Almeno per come si sta configurando. Dopodiché in politica se non c’è quel che vuoi, vai dove trovi gran parte di quel che cerchi».
Questa è un’affermazione in primarepubblichese. Quel che vuole lei è ancora la reunion dei socialisti?
«Sono bipolarista e il mio marchio è la scuola riformista. L’ideale sarebbe un partito grande, ma leggero come quelli anglosassoni».
Quindi negli Stati Uniti starebbe con i democratici, non con i repubblicani. Giusto?
«Sui temi etici sono più vicino ai repubblicani, ma… sì, i modelli sono Blair, Obama…».
…Zapatero…
«No, in Spagna preferisco Aznar a Zapatero».
Se tra qualche giorno dovesse mancare la fiducia al governo?
«Si dovrebbe andare subito alle urne».
A cena con Berlusconi o con Bocchino?
«Ma che domande… Berlusconi».
Ma Bocchino non è un suo amico?
«Se devo scegliere…».
Una serata con Cosentino o con Vendola?
«Con Vendola. Per discutere del Sud».
L’errore più grande che ha fatto?
«Dare troppa fiducia ad alcuni interlocutori».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Abbandonare le velleità giornalistiche e coltivare la politica».
Era anche giornalista?
«A metà anni Settanta. Mi occupavo di vertenze sindacali per Diario, diretto da Massimo Caprara».
Che cosa guarda in tv?
«Tg e talk show di approfondimento».
Ospite di Vespa o di Santoro?
«Da Vespa ci sono stato. Da Santoro ci andrei volentieri: è di parte, ma non lo nasconde, e questo gli fa onore».
Il film preferito?
«C’era una volta in America di Sergio Leone».
La canzone?
«Le dico un genere: il country rock, da Loggins & Messina a Bruce Springsteen».
Il libro?
«Leggo soprattutto saggi di storia. Ora sto leggendo La scossa, un libro di Francesco Delzio sulla rinascita del Sud».
Gomorra” lo ha letto?
«Certo».
Berlusconi ha criticato quel libro e le fiction che danno una brutta immagine del Paese.
«Saviano descrive fatti reali. Spetta a noi, e non a lui, il compito di rappresentare l’altra Campania, quella positiva. Lui fa il giornalista ed è ben documentato».
Quanto costa un litro di latte?
«Uhm, un euro?».
Circa. Sa che cosa è Twitter?
«Un social network?».
È un sistema di microblogging. Sa quanti articoli ha la Costituzione?
«Una decina di articoli sui principi fondamentali. Una quarantina sui diritti/doveri. Una cinquantina sull’organizzazione dello Stato. Poi la parte sulle regioni e le province… quella sulla Corte Costituzionale».
Il totale?
«Non lo so».
Centotrentanove. I confini dell’Iraq?
«Non me li chieda. Mi bocci e basta».

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