Margaret Mazzantini (Sette – marzo 2011)

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L’ultimo quarto d’ora è un piccolo show: la messa in scena (spontanea) della fiction Casa Mazzantini/Castellitto. Lui entra nello studio. Lei lo saluta: «Ciao Sergì…». Lui ha un dente dolorante. Si infila in una stanzetta. Dopo due minuti irrompe di nuovo nell’intervista in forma di vocione che viene sparato da un altoparlante piazzato sopra il divano. È lo spot dell’ultimo libro di lei (Nessuno si salva da solo, Mondadori). Sergio ricompare, in persona. Si scusa: «Me lo hanno appena inviato per email». Margaret lo richiama per chiedergli qual è il titolo di quel film che le è piaciuto tanto. Lui suggerisce: «La bellezza del somaro». Lo hanno scritto insieme. Ridono. Sergio domanda: «Ti ha già detto come la chiamiamo in famiglia?». Come la chiamate? «Mosè, perché tiene insieme tutta la baracca. Oppure Dersu Uzala, che è il vecchio un po’ burbero e asociale che sbuca dalla foresta in un film di Kurosawa».
Margaret Mazzantini ha 49 anni e 4 figli. È scrittrice, sceneggiatrice, ex attrice. Pluripremiata (Grinzane, Campiello, Strega), con i suoi romanzi ha venduto circa tre milioni di copie. Quando la contatto per l’intervista, sta ritoccando con Castellitto le bozze dell’ultimo libro. È la storia di un amore accartocciato. Margaret parla con una lieve inflessione romanesca. Accelera quando l’argomento l’appassiona. «Dopo l’epopea straziante sulla guerra a Sarajevo (Venuto al mondo, ndr), volevo scrivere una storia minimale: due trentenni, una cena storta malgrado il buon vino, il corpo morto del loro amore sul tavolo. L’infelicità coniugale». Le ricordo una definizione che suo marito Sergio ha dato della vita di coppia: «L’amore è roba da professionisti. È tanti cazzi. Ma tanti». Lei annuisce. Spiega: «Io sono sposata da 27 anni. Ci vuole una grande tenuta. Ecco, i miei protagonisti non ce la fanno». Quando ipotizzo che in Nessuno si salva da solo si trovi anche un invito al rispetto delle regole, Margaret replica che non ama fare l’esegesi di quel che scrive. Ma poi cede: «Uno dei personaggi, Giancarlo, è un uomo normale. Ma è anche quello che riesce a costruire una famiglia solida, a differenza dei due protagonisti. Quando giro per l’Italia incontro molte persone così: poche velleità, grande dignità e forza morale. Un’umanità minuta e laboriosa». Dopo mezz’ora che ne parliamo la scrittrice racconta che il romanzo stava per finire “nello scaffale degli inediti”.
Hai uno scaffale di libri non pubblicati?
«Sì. Sono parecchi».
Un esempio di libro “abbandonato”.
«Catena. La storia di una ragazzina siciliana, figlia di una prostituta».
Che cosa ti ha convinto a finire Nessuno si salva da solo?
«Sergio. Il mio più grande fan».
Hai già pronta la sceneggiatura per farci un film?
«Quando scrivo non penso a quel che si potrà fare a libro finito».
Uno sforzo di immaginazione: i due attori che vorresti per interpretare i protagonisti?
«Francesca Inaudi potrebbe fare Delia. Claudio Santamaria sarebbe un buon Gaetano».
Il regista?
«Virzì o Muccino senior. Ma anche Sergio lo girerebbe in modo lieve».
Vi si rinfaccia spesso di essere una fabbrichetta familiare. Tu scrivi, lui corregge le bozze. Tu sceneggi, lui gira il film.
«Ma perché questa cosa della coppia dà così fastidio?».
Sarà l’immagine un po’ perfettina che date di voi: la famigliona che funziona…
«Abbiamo avuto le nostre difficoltà. La nostra prima casa in affitto era uno scantinato. Abbiamo fatto una gavetta faticosissima».
Castellitto, durante un concerto del Primo Maggio, lesse alcuni pezzi di un tuo romanzo. Mostrò pure la copertina.
«Gli dissi che non avrebbe dovuto. Dopodiché Sergio doveva introdurre sul palco Vasco Rossi. Vasco è un amico e ha scritto la canzone Un senso per il nostro film Non ti muovere. Nel libro c’erano due pagine dedicate a lui. Non era così assurda quella lettura. Come ha scritto Adriano Sofri: è stato un gesto d’amore e io non avevo gran bisogno di pubblicità».
Tu scrivi tutte le sceneggiature dei suoi film tratti dai tuoi libri?
«Non sempre. Quella di Non ti muovere in pratica se l’è scritta da solo. Quella di Venuto al mondo l’abbiamo scritta insieme. Stiamo finendo l’ultima stesura. Le riprese cominceranno quest’estate. La protagonista, Gemma, sarà interpretata da Penélope Cruz».
Che rapporto hai con la critica?
«Accetto tutto quel che si dice sui miei libri. Ma so anche di non essere una che scrive tanto per cincischiare e mandare qualcosa in libreria. Non sopporto le inesattezze sulla mia persona, ecco».
Una volta te ne sei andata da una trasmissione di Raidue, perché stavano stroncando un tuo libro.
«Quella era proprio un’imboscata. Lo sport nazionale è rosicare. Perché ce l’hanno con me? Perché vendo troppo? Spesso arrivano critiche personali da gente che non mi conosce. Olga D’Antona ha detto una cosa stupenda sull’odio e la conoscenza: “Hanno ammazzato mio marito perché non lo conoscevano”. Non voglio certo fare paragoni, ma è così».
Vuoi dire che chi ti conosce poi non ti critica?
«Chi conosce me e Sergio sa che non siamo la coppietta perfettina. Siamo devastati, stanchi. Precari. Il lavoro, i quattro figli… Non usciamo praticamente mai. Io cucino tutte le sere per tutti. Siamo una coppia normale. In un tempo pieno di zoccole dovrebbe essere una cosa positiva. O no?».
È vero che tu da ragazza non amavi la scrittura?
«Vedevo mio padre…».
…Carlo, autore di A cercar la bella morte
«…ha lavorato quarant’anni allo stesso libro. Soffriva. Si sentiva un reietto. Era un trauma per me. Pensavo: “Col cavolo che mi infilo in un’attività così dolorosa”».
Che scuole hai frequentato?
«Il liceo a Tivoli. Vivevamo in campagna. Isolatissimi. Lì ho imparato a fare tutto. Ho le mani d’oro: so spennare i polli, togliere i vermi dai cavoli… A parte gli amori, possono togliermi tutto, e saprei ricominciare».
Dopo il liceo hai frequentato l’Accademia d’arte drammatica a Roma. Il tuo esordio da attrice?
«In Antropophagus, un horror B-movie diretto da Joe D’Amato. Poi ho recitato soprattutto in teatro».
Quando hai deciso di scrivere il primo romanzo?
«A un certo punto mi sono resa conto che la vita itinerante dell’attrice non faceva per me. Stavo con Sergio, che avevo conosciuto sulle tavole teatrali. Durante una sua tournée parigina, lui mi regalò un quadernetto che aveva in copertina Indiana Jones. Lì ci scrissi l’incipit di Il catino di zinco».
L’editore Cesare De Michelis ha raccontato di averti proposto di pubblicarlo con Marsilio dopo aver letto una tua intervista su Sette.
«È vero. E il libro andò benissimo».
Negli anni trascorsi tra la pubblicazione del primo romanzo e quello di maggior successo (Non ti muovere) hai continuato a fare l’attrice.
«Ho portato in scena per tre anni un mio lavoro: Manola. Ho smesso definitivamente quando sono rimasta incinta della mia seconda figlia. Il teatro è stato fondamentale per la scrittura: l’analisi del testo, il rapporto con gli attori…».
Qual è la differenza tra il successo di un’attrice e quello di una scrittrice?
«Il successo dell’attore è più fragile. Spesso è legato al fisico, all’invecchiamento. Ci vuole competitività. Io non ho nel dna quella sana puttaneria che un’attrice deve avere per sedurre il pubblico. Lo scrittore può stare fermo e a 90 anni scrivere la storia d’amore di un bambino. È più libero».
Libertà. Sei considerata una scrittrice progressista. Firmi appelli e tutto il resto. Ti imbarazza scrivere per la Mondadori, casa editrice della famiglia Berlusconi?
«No. La Mondadori è fatta da persone. Io con queste persone ho ottimi rapporti da più di dieci anni. Se qualcuno provasse a interferire col mio lavoro, non avrei esitazioni a lasciare. Ma non è mai successo».
Ti sei fatta un’idea dell’affaire Marina Berlusconi/Saviano?
«Credo che Marina Berlusconi abbia fatto un errore. E so che per molti in Mondadori quella vicenda ha creato dispiacere: Saviano per loro è un amico, oltre a essere un cittadino che deve poter pensare quel che vuole».
Hai un clan di amici?
«Siamo talmente tanti in famiglia… Facciamo banda. Ho amici antichi, come Carla, che è psicoterapeuta».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Scrivere. Smettere di fare l’attrice. E poi Sergio è stata una svolta. L’innamoramento».
Rieccoci.
«In realtà tutto è iniziato con un litigio».
Racconta.
«Io ero alla seconda stagione dello spettacolo Le tre sorelle di Checov. Arrivarono alcuni giovani innesti. Tra questi c’era Sergio. Durante le prove lo criticai suggerendogli di muoversi sul palco come faceva il suo predecessore nel ruolo di Tuzenbach. Lui disse: “Ma questa che vuole?”».
Che cosa guardi in tv?
«La guardo poco».
Qual è il libro che avresti voluto scrivere?
«E non disse nemmeno una parola di Heinrich Böll. Parla di una coppia miserabile».
La sceneggiatura?
«Otto e mezzo di Fellini o Parla con lei di Almodóvar».
Qualcosa di più recente?
«In un mondo migliore, di Susanne Bier».
Hai una canzone preferita?
«Everybody hurts dei Rem».
Sai quanto costa un litro di latte?
«Certo. Un euro e mezzo».
I confini della Libia?
«L’Egitto… La Tunisia… Sotto c’è l’Africa, quella tosta. Ora cominci con queste domande?».
Il primo articolo della Costituzione?
«Non me lo chiedere… Eddai… L’Italia… è una repubblica fondata… sul… lavoro».
È anche democratica. Sai che cos’è Twitter?
«Ancora? Non lo so. Con i computer mi faccio aiutare. Ma rispondo a tutte le email dei lettori».
Te ne arrivano tante?
«Sì. Competenti e appassionate. In Italia c’è un esercito di persone meravigliose».

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