Cardinal Angelo Scola (Sette – febbraio 2011)

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Prima di uscire dal suo studio, azzardo una provocazione: «Eminenza, lo sa che alcuni sacerdoti che ho contattato prima di venire qui mi hanno chiesto se per caso partecipo pure io alla campagna ciellina Scola for Papa?». La replica è immediata: «Ma per carità! Quella è una responsabilità tremenda. Un martirio».
Incontro Angelo Scola, Patriarca di Venezia, in un palazzo a tre passi da piazza San Marco. Filosofo e teologo, ha sessantanove anni, è vescovo dal 1991 e cardinale dal 2003.
È stato rettore della Pontificia Università Lateranense e ha da poco scritto un libro (Buone ragioni per la vita in comune, Mondadori) che è anche la summa di quel che dovrebbe essere per lui l’impegno cattolico in politica. Scola promuove da anni la “Fondazione Oasis” per il dialogo tra cristiani e musulmani. Quando gli cito il discorso di Cameron sul fallimento delle società multiculturali e la decisione del Comune di Sesto San Giovanni di proibire il burqa, con voce calma srotola i suoi precetti: «Per gestire al meglio il processo di meticciato servono realismo e reciproco ascolto». Partiamo da qui, allora.
Burqa libero: sì o no? Quali sono i limiti del multiculturalismo?
«Il burqa non esiste. Esistono donne musulmane che fanno ricorso al burqa».
Parliamo dello stesso problema.
«No. La questione della presenza dei musulmani e delle libertà religiose, oggi, va calata nella realtà».
Cioè?
«Con grande realismo va rilevata la consistenza del soggetto comunitario per valutare di conseguenza la domanda di espressione di culto e di simboli. Le faccio un esempio che riguarda il Veneto: quando mi hanno chiesto un parere sulla costruzione di una grande moschea, ho replicato che andava valutato il bisogno reale della comunità musulmana. Sì alla moschea se è espressione della fede. No, se vuole essere un simbolo finanziato da qualche Stato arabo».
Nel caso sia espressione della fede musulmana vanno bene anche i minareti?
«Certo. Purché rispettino la più che millenaria tradizione cristiana della nostra Regione».
Eminenza, quanti paletti.
«Non sono paletti. È un appello alla ragionevolezza».
Siamo ragionevoli. Ha senso il crocifisso in una classe con il 30% di alunni musulmani?
«Sì. Quel simbolo non solo non offende nessuno, ma favorisce la memoria acuta della necessità di condividere sempre il bisogno dei deboli. E poi durante le mie visite pastorali non ho mai incontrato un musulmano infastidito dal crocifisso o da un presepe. Di solito, a protestare sono piccoli gruppi di battezzati un po’ dimentichi del valore della loro fede».
Laicisti?
«No, qualche volta acritici».
Scuole. Molti italiani sono contrari al finanziamento di quelle private e cattoliche.
«Il finanziamento delle scuole libere, cattoliche e non, è un principio di libertà che comporta il superamento di un altro principio che secondo me ormai è inconsistente».
Quale sarebbe?
«Che ci sia bisogno di una scuola unica di Stato perché tutti crescano secondo i valori della Costituzione».
Non pare un principio così inconsistente.
«Quei valori possono essere trasmessi rispettando una pluriformità educativa. Di qui la necessità che le scuole libere abbiano pari condizioni ed equi finanziamenti. Chi non se ne rende conto, tra l’altro misconosce un dato di fatto: le scuole cattoliche spesso fanno risparmiare lo Stato».
Non esageriamo.
«È così. Le faccio un esempio clamoroso: nel Triveneto l’80% degli alunni delle materne frequenta scuole parrocchiali e religiose. L’Amministrazione pubblica risparmia qualche migliaio di euro per ogni bambino che frequenta una scuola dell’infanzia paritaria».
Risparmi o no, le amministrazioni locali dovrebbero fornire strutture alternative.
«E che bisogno c’è di spendere in altre strutture se le scuole già esistono? Mi dirà piuttosto che quelle esistenti vanno sostenute. La Regione invece sta tagliando i fondi. Spero si ravvedano. Altrimenti saremo costretti a una serrata».
Le scuole cattoliche in sciopero?
«Ci stiamo pensando. E a quel punto la Regione dovrà spiegare ai genitori dove mettere tutti quei bambini».
Nel suo ultimo libro lei ricorda la formula per la partecipazione dei cattolici nella politica post-democristiana: libera opinione sull’opinabile, unità sui principi non negoziabili. I finanziamenti alle scuole pubbliche sono non negoziabili?
«Direi piuttosto che la libertà di educazione è un principio irrinunciabile. Come lo sono altre libertà che in Italia languono per eccesso di statalismo e assenza di promozione: la libertà di intrapresa, di organizzare un nuovo welfare… I principi non negoziabili, invece, sono quelli che riguardano la vita, la morte…».
Non crede che l’inamovibilità della Chiesa su certi principi (contraccezione, sessualità, fine vita) releghi i cattolici in una trincea troppo distante dal presente e dal futuro?
«Noi siamo consapevoli che vivere il cristianesimo in questa epoca di transizione può implicare una dimensione eroica nel quotidiano, ma siamo anche convinti che l’essere cristiani è un modo per essere pienamente uomini. Bisogna recuperare il valore che si dava nel Medioevo alla proposta cristiana: essere cristiani è conveniente».
Detto così, si potrebbe fraintendere.
«Non intendo il basso utilitarismo. Ma la capacità che la fede dona di guardare in faccia alla realtà, riconoscendo se stesso come peccatore, ma sapendo di poter contare sul perdono di Dio. Il cattolico assume allora, anche in politica, uno stile di vita personale e sociale che io chiamo la “buona vita”».
La cronaca quotidiana degli ultimi mesi ci racconta di politici cattolici al governo che non sembrano aver assunto uno stile di vita molto sobrio. La Chiesa quanto è disposta a perdonare a un politico cattolico che persegue gli interessi della Chiesa stessa? Non c’è troppa indulgenza nei confronti dei costumi di certi politici?
«Intanto vorrei ricordare la distinzione che faceva Giovanni XXIII tra peccato e peccatore. E l’invito di Gesù a perdonare non fino a sette, ma fino a settanta volte sette. E poi mi sembra che non ci sia stata alcuna indulgenza da parte dei vescovi italiani. Il cardinal Bagnasco, rappresentando tutti noi, e non entrando nella politica partitica, ha espresso la nostra preoccupazione di fondo sulla situazione del Paese…».
Sulla necessaria sobrietà dei costumi dei politici…
«…preoccupazione che è di carattere pastorale e morale, e ha a che fare con il bene della nostra popolazione. La cosiddetta difesa da parte della Chiesa dei propri interessi è una panzana. Noi facciamo sentire la nostra voce sui valori irrinunciabili perché pensiamo che contribuiscano al bene di tutti. Quando perdiamo, come nel caso dei referendum sul divorzio e sull’aborto, non è che ci mobilitiamo con le baionette, ma accettiamo le procedure democraticamente pattuite continuando però a testimoniare in tutti i modi la visione oggettiva delle cose».
In Buone ragioni per la vita in comune lei racconta il passaggio dall’unità dei cattolici intorno alla Dc durante la Prima Repubblica all’attuale frammentazione. Nell’antica Dc, chi fu il vero paladino dei vostri principi?
«Ce ne furono tanti. Ma a me piace ricordare le centinaia di migliaia di amministratori che gestirono piccoli e grandi centri ispirandosi ai valori del cristianesimo. Tutto a titolo gratuito».
Anche nel libro sottolinea l’importanza della gratuità dell’impegno politico.
«La gratuità era propria del movimento cattolico e di quello operaio. Augusto Del Noce, grande filosofo, purtroppo inascoltato, alla fine degli anni Settanta cominciò a dire una cosa giustissima: cioè che la Dc sarebbe fallita perché aveva perso la forza della riflessione culturale e, soprattutto, il senso dell’impegno gratuito».
Gratuità. Lo sa che il movimento cattolico Comunione e Liberazione a cui lei ha aderito per molti anni, ha un nomignolo?
«Quale?».
Comunione&fatturazione.
«È ingiusto. In Cl ci sono decine di migliaia di uomini e donne che vivono e si spendono per un ideale pieno di umanità. Se poi ci fosse qualcuno che compie reati sarà la magistratura a stabilirlo come per tutti i cittadini».
Lei ha ancora rapporti stretti con i ciellini?
«Le racconto un episodio. Nel 1991, quando diventai vescovo, ebbi un incontro con Don Giussani. A pranzo mi disse: “D’ora in avanti tu fai il tuo, noi facciamo il nostro”. Da venti anni seguo questo principio».
Al Meeting di Cielle a Rimini lei è spesso presente.
«Che c’entra? In più di trent’anni di Meeting sono intervenuto 4 volte come uno dei tanti relatori. Ma non ho mai più partecipato agli organismi di leadership. C’è sempre questa immagine di Cielle come se fosse chissà che cosa…».
Una super lobby.
«Non tutto funziona secondo logiche di potere, come troppo spesso si è abituati a pensare in Italia. Per esempio ho conosciuto il presidente Formigoni quando era un ragazzino di quattordici anni e faceva scherma. Lo invitai io ad aderire alla Gioventù studentesca di Lecco. Adesso ci incrociamo al massimo una volta l’anno a Natale».
Ricorda il suo primo incontro con Don Giussani?
«Certo. Avvenne nel 1958. Don Giussani era venuto a Lecco per una tre giorni di liturgie pasquali. A questi eventi si partecipava ancora in massa. Fece una lezione stupenda intitolata “Gioventù come tensione”. Era la prima volta che sentivo parlare del cristianesimo in maniera diversa. Emergeva il nesso tra Gesù Cristo e la mia vita di tutti i giorni».
Lei era già attivo nelle organizzazioni cattoliche?
«No. In realtà in quel periodo c’era stato un raffreddamento da parte mia».
C’è un momento in cui lei identifica l’affiorare della sua vocazione?
«Sì. In quarta elementare. Credo che fosse il 1950. Un mattino venne a scuola un religioso e ci propose di seguirlo, per studiare e poi andare in Africa con lui. Tornai a casa e dissi a mia madre che volevo partire».
E sua madre che cosa fece?
«Andò dal parroco. Lui le disse che se avessi voluto andare in seminario, sarebbe stato meglio quello della Diocesi. Non se ne fece nulla».
La sua era una famiglia molto cattolica?
«Mia madre era una donna di Chiesa. Mio padre era un camionista socialista iper massimalista. Leggeva tutti i giorni l’Unità e l’Avanti. Da quelle letture aveva capito che bisognava far studiare i figli. Mia madre, probabilmente su suggerimento di un prete, cercava di sottrarre a mio padre quei giornali perché io e mio fratello non li leggessimo».
Invece li leggevate?
«Sì. E al liceo ero abbastanza impegnato. Con le idee di mio padre. Durante l’ultimo anno di liceo, invece, cominciai a parlare di Cristo con i miei compagni. Ci misi la faccia. La mia vita è cambiata in quel momento».
Lei quando viene ordinato sacerdote?
«Molto dopo. Nel 1970. Prima mi iscrissi a ingegneria, che poi lasciai per filosofia. E dopo la laurea, divenni assistente di Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano».
Ma è vero che ha fatto anche l’operaio?
«Diciamo che per mantenermi agli studi ho sempre dovuto darmi da fare. Prima di entrare in seminario, tra il 1965 e il 1967 ho anche insegnato un paio di anni in un liceo».
A cena col nemico?
«Perché nemico? Comunque parlano i fatti. Ho sempre accettato il confronto. Con tutti: Scalfari, Cacciari, Flores d’Arcais, Rusconi, Schiavone…».
Eminenza, che cosa guarda in tv?
«L’unica cosa che seguo con una certa regolarità è il Tg. E poi, quando ci riesco, le partite del Milan».
Il suo libro preferito?
«L’uomo senza qualità di Musil. Lo riprendo in mano spesso».
Il film?
«Kolja. Per la forza del linguaggio e perché fa vedere come un frammento del desiderio di Dio è sempre presente nel cuore dell’uomo».
La canzone?
«Il Concerto 27 per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart».
Ha scelto il più libertino dei compositori.
«È di gran lunga il migliore».
Un altro di quei casi in cui è bene distinguere il peccato dal peccatore?
«Esatto».
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Commenti
Cristiana Vairani 24 febbraio 2011

La ringrazio per la pubblicazione dell’ intervista al Patriarca di Venezia, ricordo che spesso le scuole materne paritarie di matrice cattolica sono presenti nei territori del nord est, da oltre un secolo svolgendo per statuto opere di accoglienza gratutita da ben prima che lo Stato si rendesse conto che tra i più deboli ci sono le donne e i bambini. Dove vivo e lavoro esiste una di queste scuole aperta alla fine del milleottocento per aiutare le donne i difficoltà sole per vedovanza o abbandono e dovendo lavorare non avevano nessuno a cui affidare i figli. Grazie all’aiuto concreto, trovato presso gli allora chiamati asili, anche territori come questi, oggi centro dell’ economia del Paese, ma cento anni fa degradati e poveri come le peggiori periferie del terzo mondo, hanno potuto crescere dei buoni cittadini e al posto del degrado si sono sviluppate delle belle realtà, comunità dignitose con abitanti evoluti e riconoscenti.

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