Mario Resca (Sette – gennaio 2011)

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Quando Sandro Bondi nel 2008 chiamò Mario Resca, ex re di McDonald’s Italia, per guidare la “valorizzazione del patrimonio culturale”, l’intellighenzia rimase sbigottita. Si pensò: «Ora i nostri musei verranno svenduti come cheeseburger». Seguirono editoriali indignati e appelli internazionali. Sono passati due anni. Le stroncature continuano: polemiche sui suoi compensi e sui conflitti d’interesse. Resca sbuffa: «Una piccola parte dell’apparato mi boicotta ancora, ma qualcosa sta cambiando. La gente mi segue».
L’ex re del panino fordista, ex cacciatore di teste, con una quantità incredibile di presenze nei Cda delle principali aziende italiane (è tutt’ora in quelli di Eni e Mondadori), mi accoglie in una stanza tappezzata di libri del ministero della Cultura. Ci accomodiamo sotto un crocifisso di legno. Resca parla lentamente. Dribbla le polemiche sulla parentopoli di Bondi e sul futuro del ministro («Sono questioni politiche, io sono un tecnico»). Come molti manager multinazionalisti, tende a infilare vocaboli inglesi nei suoi ragionamenti: «Con il marketing e i social network abbiamo colpito il target. Nell’ultimo anno c’è stato il 15% dei visitatori in più. Per questo business è un turn around fondamentale. Uno swing eccezionale».
Già. Sul tavolo di Resca però c’è anche una brochure impietosa sulle condizioni dei nostri musei. Apro una pagina a caso: ottanta siti culturali su cento non hanno una caffetteria. Un altro dato: il 50% non ha una libreria. Ancora: nel 76% non ci sono didascalie in inglese. Partiamo da qui.
Resca, i nostri musei sono messi male.
«Quel rapporto l’ho fatto redigere io. Sono arrivato qui e ho detto: “Il re è nudo”. Ma lo sa che ci sono musei che non hanno un catalogo aggiornato del loro patrimonio?».
Oltre a dire che “il re è nudo”, che cosa ha fatto in concreto?
«Qualche esempio: ho allungato gli orari di apertura di molti musei, ho avviato un processo trasparente per le gare d’appalto per i servizi aggiuntivi museali e come commissario del progetto Grande Brera ho trovato un accordo per valorizzare l’Accademia e la Pinacoteca».
Lei ha raccontato di aver visitato i nostri siti culturali prima di accettare questo incarico. Qual è la situazione più disastrosa che ha incontrato?
«Il Museo Raccolta Manzù ad Ardea. Uno scandalo. Erbacce ovunque e molti pezzi spariti a causa dei furti notturni».
Il miglior museo italiano qual è?
«È una domanda a cui non vorrei rispondere. Nessuno è all’altezza degli standard che ho trovato al Metropolitan di New York o al Louvre di Parigi».
Quelli sono i cosiddetti musei universali… Noi abbiamo 450 musei statali sparsi sul territorio. Salvatore Settis, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, dice che l’Italia è un museo diffuso.
«Ma i turisti vanno solo a Roma e a Firenze. Se non riusciamo a portare visitatori nei minuscoli paesini sparsi per l’Italia, i musei da diffusi diventeranno dispersi».
Lei ne vorrebbe chiudere qualcuno?
«No. Voglio valorizzare quel che abbiamo. Soprattutto i siti meno visitati. Magari delegando qualche gestione ai privati».
Non mi ha ancora detto il meno peggio tra i nostri musei.
«Il Museo egizio di Torino, gestito da una fondazione. Ma ripeto: in nessun museo italiano ci si avvicina alla total experience che si vive all’estero».
La total… che cosa, scusi?
«Arrivare in una città e trovare tutte le agevolazioni possibili per visitare i luoghi della cultura: mezzi pubblici, indicazioni in più lingue, guide… E una volta raggiunto un museo, trovare custodi sorridenti, bagni puliti, didascalie, librerie, negozi, orari accessibili a tutti… In questo ministero sono considerate eresie. Io sono qui per renderle normalità».
Per ora non si è visto molto. Il Maxxi, il nuovo museo di arte contemporanea e design di Roma, chiude alle 19, il bar non ha sedie…
«Quando mi sono insediato ho chiarito: “Il mio compito è far condividere il nostro patrimonio culturale agli italiani. Ce lo impone la Costituzione”. Molti mi hanno risposto: “Lascia perdere”».
Riempire i musei. Lei era favorevole o contrario all’esposizione delle city car all’interno dell’Ara Pacis?
«Contrario».
È favorevole alle feste nei musei?
«Dipende. Una festa di matrimonio nella Reggia di Caserta non è uno scandalo».
Non c’è un problema di decoro?
«A me è capitato di cenare all’ombra di incredibili capolavori: un dinner di classe in un museo non è male».
Si teme che un uomo d’azienda come lei punti a mercificare la cultura.
«La mercificazione era già qui prima che arrivassi io».
Lei voleva mandare in tournée sia i Bronzi di Riace sia i Giganti di Monte Prama. È stato stoppato.
«Volevo promuovere la cultura calabrese e quella sarda. La lotta per la supremazia nel turismo balneare l’abbiamo già persa. Dobbiamo puntare sul turismo culturale. Invece arretriamo ogni anno nelle classifiche mondiali».
Chi avanza?
«Chi investe. La Croazia, la Serbia…».
Da noi i fondi per la cultura vengono tagliati.
«È un errore. Nel resto d’Europa si investe cinque volte più di noi».
Lo dica a Giulio Tremonti. Lui sostiene che con la cultura non si mangia.
«Non so se ha pronunciato davvero quella battuta. Comunque i Beni culturali dovrebbero diventare un ministero di serie A. Perché nei prossimi 20 anni, se ci crediamo, potremmo assistere a un nuovo rinascimento nella produzione di ricchezza basato sulla leadership del nostro patrimonio culturale. L’Italia potrebbe diventare una grande Disneyland culturale».
Eccolo là. Su Disneyland la inchioderanno…
«Crediamo davvero che il futuro dei nostri figli sia ancora nelle fabbriche e nel manifatturiero? Lì non abbiamo speranze».
Quindi? Tutti a fare i custodi nei musei?
«No. Dobbiamo creare nuove professionalità: manager del turismo e dei beni culturali… Ha sentito che Alemanno vuole portare la Formula 1 a Roma e realizzare un parco a tema?».
Sì. Lei è d’accordo?
«Assolutamente no. Invece di avventurarsi in nuovi progetti dobbiamo esaltare quel che abbiamo. Un esempio? Il Colosseo aperto 24 ore su 24».
Roma. È favorevole o contrario alla tassa di soggiorno proposta per i turisti che visitano la Capitale?
«La considero una stupidaggine».
Perché?
«Dobbiamo attirare i turisti con nuovi servizi. E non respingerli con nuove tasse. A Londra un turista che entra in un museo spende una media di 18 euro, da noi ne spende 3».
La Tate Modern è gratis.
«Ma ha un bookshop talmente bello che la gente va lì anche solo per quello. E spende».
Lo vede che ha ragione Settis? Lei è uno di quelli che pensano che il patrimonio artistico serve a fare cassa.
«Non è vero. Dopo aver visitato i nostri musei sono diventato un talebano della tutela e della conservazione. Negli ultimi quarant’anni il patrimonio è stato tutelato malissimo. E, ora, senza una buona valorizzazione non si va lontani. I musei e i siti culturali devono essere frequentati da più persone possibile. Vorrei che per gli italiani andare in un museo diventasse la normalità, come andare al cinema. Invece molti soprintendenti vorrebbero i musei vuoti. Hanno una visione elitaria della cultura».
Sbaglio o lei manderebbe volentieri in pensione molti dei soprintendenti?
«I soprintendenti sono studiosi straordinari. Ma per la gestione degli appalti di manutenzione e per la valorizzazione servono altre professionalità».
Quelle come la sua?
«Per guidare la Fiat non è stato chiamato il progettista di un motore Panda, ma un manager come Marchionne. Per gestire Pompei, che ha problemi di sicurezza e migliaia di visitatori al giorno, non ci si può affidare a un archeologo».
Il critico/curatore Francesco Bonami ha scritto sul “Riformista” che i crolli a Pompei sono anche colpa di Resca.
«Bonami non è informato. E se avessimo modo di incontrarci si ricrederebbe. È già successo a molti dei miei detrattori».
Mi fa qualche esempio?
«Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, e Umberto Allemandi, direttore del Giornale dell’Arte, all’inizio sono stati feroci con me. Ora siamo in ottimi rapporti».
Se lei fosse il premier che riforme introdurrebbe per valorizzare il nostro patrimonio?
«Metterei i proventi dei biglietti a disposizione dei musei e non dell’erario. E defiscalizzerei le donazioni. Succede in tutto il mondo. Ne abbiamo bisogno».
Berlusconi è un suo estimatore, perché non lo convince a puntare sulla cultura?
«Ci ho parlato. Mi ha dato ragione. Ma poi ha altre preoccupazioni».
Lei è nel Cda della berlusconiana Mondadori, un’azienda che con la controllata Electa ha molti interessi nei musei.
«Electa lavora con i musei da quindici anni, io ce l’ho trovata. E mi risulta che abbia solo da perdere con i nuovi bandi per le gare d’appalto che ho fatto predisporre. Ho toccato molti interessi consolidati».
Lei quando ha conosciuto Berlusconi?
«Nel 1980 circa. Sono stato consulente della Standa e poi di Mondadori. Franco Tatò, che poi divenne amministratore delegato, ce lo portai io. Con Berlusconi il rapporto è di stima».
Nel 2007 lei lo criticò dicendo che aveva fallito molti obiettivi.
«Berlusconi ha molti meriti, ma non è ancora riuscito a liberalizzare il Paese. L’unico che ho sentito parlare seriamente di liberalizzazioni negli ultimi anni è stato Pierluigi Bersani».
C’è stato un momento in cui ogni volta che c’era da occupare una presidenza spuntava il suo nome, in quota Berlusconi: per Alitalia, per Telecom… era in lizza pure per il ministero degli Esteri.
«Dopo le dimissioni di Renato Ruggiero, nel 2002, Berlusconi mi propose di guidare la Farnesina. Rifiutai per rispettare l’impegno con McDonald’s. Ancora oggi mi dicono che feci male».
Ma è vero che a un certo punto anche Rutelli la reclutò?
«Mi chiese una mano per le sue liste civiche nel 1997».
Quando lei è entrato ai Beni Culturali, però, Rutelli si è indignato.
«Mi chiamò per chiarire. Mi raccontò la sua esperienza e mi disse che da ministro aveva aperto 16 musei. Esattamente quello che non si dovrebbe fare».
Perché?
«Dobbiamo valorizzare quel che abbiamo, non aprire nuovi buchi nel bilancio per autocelebrazione politica».
Come si diventa un manager buono per così tante occasioni?
«Vengo da una famiglia operaia. Mio padre imponeva una legge: se ti rimandano, vuol dire che non sei fatto per la scuola. Sono sempre andato benissimo. Mi iscrissi alla Bocconi vincendo una borsa di studio all’insaputa dei miei genitori».
Lei era a Milano negli anni della contestazione.
«Partecipai  ai cortei e a qualche occupazione. Ma non ero molto barricadero. Al momento della laurea avevo già due figli. Prima cominciai a lavorare per il mensile economico L’espansione. Una pacchia. Poi entrai alla Chase Manhattan Bank. Gli amici mi accusavano di essermi venduto all’imperialismo. Mi difendevo dicendo che l’imperialismo si può combattere soltanto dall’interno».
Dentro l’imperialismo poi lei ci è rimasto tutta la vita: ha fatto il cacciatore di teste, è stato commissario della Cirio dopo il crac, ha guidato la McDonald’s Italia per diciotto anni ed è stato pure presidente della Camera di Commercio italo-americana e del Casinò di Campione.
«Ci crede che non ho mai giocato d’azzardo?».
Sì. A cena col nemico?
«Direi proprio Settis. In generale sono per incontrare chi non è d’accordo con me».
Ha un clan di amici?
«Quelli con cui vado in bici. Gente semplice».
Che cosa guarda in tv?
«Talk show politici: Porta a porta, Ballarò…».
Il libro preferito?
«Le memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar».
Il film?
«Avatar. Innovativo e con una storia pop».
La canzone?
«Quelle dei tempi delle contestazioni. Joan Baez, Francesco Guccini… Ha presente La locomotiva?».
Compagno Resca, non esageri. Sa quanto costa un litro di benzina?
«Circa un euro e mezzo».
I confini della Libia?
«Egitto, Algeria, il Mediterraneo…».
Sa dove si trova La Madonna del parto di Piero della Francesca?
«Mi pare in Toscana. Non l’ho mai vista. Lo sa che la volevamo portare in trasferta nelle sale del Senato?».

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Categorie : interviste
Commenti
Livia Velani 21 gennaio 2011

Sono pienamente d’accordo con Resca sono stata direttrice del Museo Raccolta Manzù e i nostri problemi sono gli stessi che lui incontra nel Ministero. Lì per esempio feci i pannelli didattici in italiano ed in inglese negli anni ’80, che credo siano stati buttati via, e forse sarebbe meglio pensare a che cosa si può fare d’intelligente per un artista come Manzù che è consciuto nel mondo.

Michele Zuccarello 28 gennaio 2011

Vorrei puntualizzare e rispondere al Resca e a Livia Velani che, malgrado loro, il Museo Manzù di Ardea é ritenuto il miglior museo statale del litorale a sud di Roma secondo il rapporto 2010 dell’osservatorio regionale dell’agenzia litorale SPA relativa allo sviluppo culturale e turistico del territorio (il rapporto si trova su internet ). Questo é dovuto al fatto che nel museo Manzù é attivo dal 2004 un servizio educativo e didattico a cura di Giosué Auletta e del sottoscritto. Il museo Manzù stava nelle orribili condizioni definite da Resca fino a quando la direttrice del museo era Livia Velani. Cordiali saluti

vz 28 gennaio 2011

Gentile dott. Zuccarello,
evviva la chiarezza. Facciamone più possibile.
Intanto mi permetterà una domanda/battuta e qualche considerazione?
1) Quanti sono i musei statali del litorale a sud di Roma? E quali sarebbero i concorrenti del Museo Manzù nella classifica da lei citata?
2) Dal 2004 c’è un nuovo servizio educativo e didattico? Ottimo. Ma Resca parlava di erbacce e di pezzi spariti. Non mi pare che lei abbia detto nulla a riguardo. E in ogni caso la risposta di Resca è stata istintiva. Gli ho chiesto qual era il sito che lo aveva più impressionato negativamente e lui di getto ha citato il Museo Manzù. Ho dei seri dubbi che lo abbia fatto per simpatia nei confronti di qualche altro direttore o ex direttore.
3) Tra l’altro Resca è in carica dal 2008, quindi la sua visita al museo Manzù è di sicuro successiva al periodo di direzione di Livia Velani. A me e credo ai cittadini di questo Paese, non interessa lo scarico di responsabilità tra dirigenti, direttori e supervisori. Le invidie, le rivalse, le vendette. Mi interessa una sola cosa: quando vado al Museo Manzù vengo accolto bene? E’ lindo, pulito ed efficiente? I pezzi raccolti alla sua apertura sono ancora tutti lì? Lei mi dirà: non abbiamo fondi, non c’è l’organico and all the rest. E allora vorrei sapere se è d’accordo con le proposte fatte da Resca nell’intervista per risollevare le sorti del nostro patrimonio culturale (premetto che io non sono d’accordo su tutto).
In ogni caso tenderei a distinguere la posizione di Livia Velani da quella di Resca. Tutto qui.
Cordiali saluti
vz

GIOSUE' AULETTA 29 gennaio 2011

Gentile dott. Zincone, quello che ha detto Resca a proposito del Museo Manzu’ di Ardea non è vero. Resca è caduto in una trappola quando, appena nominato, la prima cosa che ha fatto è stata quella di venire ad Ardea, al Museo Manzu’, imbeccato da qualcuno che voleva fargli vedere “le erbacce”, senza dirgli che c’era un cantiere aperto per la sistemazione del parco del museo Manzù. Se Resca fosse venuto un mese dopo avrebbe visto il rifacimento di tutto il sistema di irrigazione del parco, l’erba tagliata, isomma tutto lindo e pinto grazie al finanziamento del ministero per i beni e le attività culturali. Chi le scrive è un cittadino che invece di lamentarsi perché i “soldi non ci sono” , da anni si è rimboccato le mani per denunciare quello che non veniva fatto al Museo Manzu’, ma proprio quando, finalmente, rimossa la Velani, le cose hanno cominciato a funzionare, è arrivato Resca.
Distinti saluti

vz 1 febbraio 2011

Sinceramente non vi capisco.
Se il Museo manzù è meraviglioso e ripulito, se non è vero (come mi ha scritto via email il lettore Zuccarello) che sono stati trafugati molti pezzi, perché non scrivete a Resca per chiedergli di rettificare le sue dichiarazioni? O ancora meglio. Perché non lo invitate di nuovo? Non credo che sia così complicato.
A me dispiace se Resca è caduto in errore, ma lo scopo di un dibattito serio sul nostro Patrimonio da valorizzare, non è la polemicuzza su chi ha ragione e chi no. Lo scopo è andare avanti, migliorare le condizioni del nostro Patrimonio. O no?
Il Museo Manzù è esemplare? Mi pare un’ottima notizia. Diffondiamola e facciamo sì che il Mibac se ne renda conto.

Michele Zuccarello 1 febbraio 2011

Gentile dott. Zincone la questione non é quella di fare polemica, ma quella di fare chiarezza cioé informazione su cosa é veramente accaduto al museo Manzù. Le avevo inviato un commento alla sua prima risposta dopo il mio intervento, ma evidentemente non l ‘ha ricevuta. La informavo su quanti erano i musei statali del litorale laziale a sud di Roma; su l’unico furto avvenuto in pieno giorno al museo Manzù l’11 maggio 2001 quando direttrice era Livia Velani; sulla realtà del museo Manzù alla luce dei dati dell’osservatorio regionale 2003 – 2008 e soprattutto sui nostri tentativi di far sapere a Mario Resca che quello che lui pensa di fare, nell’area metropolitana di Roma lo abbiamo progettato ideando un itinerario delle origini latine di Roma che lei potrà trovare su internet all’indirizzo http://www.eneatour.it .Stiamo tentando da tempo purtroppo senza successo di parlare co Resca il quale ha trovato il tempo di venire ad Ardea soltanto per vedere le erbacce.
Cordiali saluti
Michele Zuccarello

GIOSUE' AULETTA 2 febbraio 2011

Gentile dott. Zincone, venga Lei al Museo Manzu’ di Ardea per verificare, come giornalista, la verità dei fatti e si renderà conto che in gioco non è “la polemicuzza su chi ha ragione e chi no”, ma una questione più generale che riguarda l’area metropolitana di Roma ed il suo rapporto con la Capitale. Scoprirà perché un grande artista come Giacomo Manzù scelse di vivere ad Ardea (l’antica città dei Rutuli di virgiliana memoria), perché è sepolto nel Parco del Museo, quali e quante opere furono effettivamente rubate, quante sono state recuperate grazie all’impegno dei carabinieri, che cosa si fa al Museo Manzù, quali sono i veri problemi di questa istituzione statale che Giacomo Manzù donò allo Stato italiano nel 1979.
Distinti saluti
Giosuè Auletta

Livia Velani 18 febbraio 2011

Non mi ero accorta delle polemiche nate sul mio nome quando solo asserivo, in via totalmente privata, come cittadina finalmente libera, che il museo Manzù proprio perchè ci ho perso buona parte della mia energia e lavoro da studiosa unica forza su cui puntare(vedasi tutte le pubblicazioni e le mostre nel mondo che furono fatte per un artista ormai perso nella campagna romana) che realmente questi musei nati solo per la pura ambizione di mogli od amanti di artisti, siano un peso eccessivo per la finanaza pubblica e meglio sarebbero se usati per edifici di scuole o asili, e che io come la mia attuale collega solo con la nostra forza portiamo avanti lacerti, che nonostante gli sforzi restano sciatti disadorni e con i gabinetti sporchi! E’ solo per questo che sono d’accordo con Resca non pensando di disturbare interessi privati di locali che credono di aver creato lì l’Università di Oxford

Ezio Zucchi 27 febbraio 2011

Non conosco la studiosa Velani, ma le sue parole lasciano trasparire tutto il suo amore ed interesse per il bene che le era stato affidato… e Resca sa quanto il personale sia sensibile agli umori del capo.

Da qualche tempo il Museo Manzù di Ardea è diventato un polo culturale di rilievo per la nostra città, con un fitto calendario di manifestazioni che vanno dai laboratori didattici per le scuole, a quelli archeologici, a quelli musicali, a quelli letterari. Promuove la conoscenza degli altri musei del territorio con presentazioni a cura dei relativi responsabili.
Gli incontri settimanali “Arte della Memoria” a cura di Giosué Auletta e Michele Zuccarelllo trattano tutti gli aspetti della storia locale– di cui il Manzù è personaggio importante – ed hanno un buon riscontro di appassionati uditori.
La scorsa estate, all’aperto, ha anche ospitato diverse serate di teatro sperimentale.

Le critiche mosse al museo sono pertanto ingenerose e non rispecchiano la realtà. E’ stato detto che la cultura non si mangia…ma la mente se ne nutre. Ed in questo momento la Raccolta Manzù assolve il suo compito offrendo cibo in abbondanza, e di qualità.

rita serino 6 marzo 2011

Sono una cittadina di Ardea ed ho letto i precedenti commenti.
Mi è dispiaciuto aver letto delle ingiuste “accuse” verso il Museo Manzù.
Conoscevo già il museo da anni ma dal 2008 lo frequento con altri amanti della cultura; ho seguito i corsi sull’artista tenuti dallo storico locale Giosuè Auletta con la collaborazione di Michele Zuccarello; sempre con altri partecipanti abbiamo interpretato mediante lettura il 12° libro dell’Eneide alla presenza di un folto pubblico nelle varie edizioni, seguiamo le varie scoperte del Castrum Imui passo passo ed altre occasioni che si collegano al museo ed all’artista Manzù.
L’attuale direttrice, Dr.ssa Cossu, affabile, preparatissima nel suo lavoro e nella sua materia, aperta a tante nuove iniziative, è sempre disposta a rendere più “allettante” una visita al museo per i tanti cittadini di Ardea appassionati del loro famoso concittadino, delle sue opere, della sua vita in questa parte della provincia di Roma, della storia locale e tante altre occasioni per stare insieme in un contesto ben tenuto, ordinato, con una guida come lo storico Auletta.
Certo non a tutti piace la cultura, ma tutte le cose scritte sul Museo Manzù non sono un buon motivo per cercare di demotivare persone che con tanta buona volontà, con tanta passione prestano il proprio tempo libero a che tale istituzione non venga abbandonata, ma venga ancora di più conosciuta fuori del locale circondario.
Distinti saluti.

Miriam Mandosi 25 marzo 2011

Salve, sono una storica dell’arte da poco giunta al museo Manzù.
Sono molto dispiaciuta nel leggere queste discussioni, credo che l’importanza sociale della cultura sia un valore fondamentale sopratutto per chi, come me, ne ha fatto il proprio mestiere. Un museo è un luogo di formazione, studio e crescita che permette di vedere, toccare e sentire empaticamente ciò che studiamo e leggiamo sui libri.
Spero che il dott. Resca e il dott. Zincone vengano presto a visitare il museo Manzù per rivalutarlo.
Cordialmente.

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