Vincino (Sette – dicembre 2010)

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Parlamentari che sniffano e pm sbadati. Veltroni soprannominato Pifferoni. Una donnina nuda come riassunto poliziesco delle intercettazioni del premier. Fini ad Auschwitz che dice: «È qua che c’era quello strano gioco di cui parla Benigni?». Vincenzo Gallo, in arte Vincino, bastona tutti. Da circa quarant’anni col tratto stropicciato del suo pennarello distribuisce ceffoni satirici a destra e a sinistra. Presidenti, ministri, preti e supermanager diventano tutti pupazzetti deformati. Equiferoce e ultragarantista. Qualche settimana fa è uscito un suo opuscoletto intitolato Il caso Scaglia, sull’affaire giudiziario dell’ex manager di Fastweb. La quarta di copertina è un autoritratto, con didascalia: “Disegnatore a difesa. Finalmente un futuro per la satira”. All’interno una sequela di sberleffi nei confronti del “procuratore cento inchieste e 3.000 arresti in contemporanea”, che poi sarebbe Giancarlo Capaldo. Mentre sfoglia le pagine, dice: «Prima o poi mi farà arrestare».
Incontro Vincino nella sua casa romana accanto al Colosseo. Parla un siculo-romano sincopato e prima di rispondere a una domanda aspetta sempre un paio di secondi. Ci sono fumetti sparsi ovunque. Fogli e foglietti impilati. Lui continua a disegnare su carta, malgrado i colleghi del Foglio gli abbiano regalato una tavoletta grafica hi-tech («L’ho usata, ma non è la stessa cosa»). Produce ogni giorno una sessantina di vignette, ma solo tre o quattro vengono pubblicate. In un angolo del giardino c’è un busto in marmo di Andreotti. Ingobbito e serafico. Toni Servillo si deve essere ispirato a questa scultura per interpretare Il Divo. È uguale. «Lo voglio vendere», dice Vincino. E aggiunge: «A tanto, però». Già, perché quel busto è leggendario. Lo fecero realizzare i redattori del settimanale satirico Il Male all’inizio degli anni Ottanta, con tanto di inaugurazione solenne al Pincio.
Vincino, che da qualche anno disegna soprattutto per il Corriere e per il Foglio, ha partecipato a quasi tutte le principali esperienze satiriche italiane (da Zut a Tango, passando per Linus, Cuore e Il Clandestino). Del Male fu direttore per quattro anni. Ricordate le false prime pagine dei quotidiani? “Ugo Tognazzi è il capo delle Br” oppure “Annullati i mondiali”. E le copertine? La morte del Papa Giovanni Paolo I presentata come cover di un giallo e la faccia di Andreotti a forma di sedere? Be’, la firma ce la metteva lui. Ora, insieme con Vauro, vorrebbe far rinascere la stessa “testata”. Se ne sente parlare da mesi, ma in edicola non si è ancora visto nulla. Partiamo da qui, allora.
Il Male resuscita o no?
«Forse a febbraio… marzo. È Vauro che tiene i rapporti con l’editore, che poi sarebbe il Fatto Quotidiano».
Vauro durante la festa estiva del Fatto ha detto cose truci sul direttore Antonio Padellaro. È per questo che si è fermato tutto?
«No. Ma lì Vauro ha esagerato. Dietro al palco c’era Travaglio che lo implorava di smetterla».
Uno come te, che critica i pm da mane a sera, alla corte di Travaglio? Strano.
«Che c’entra? Il Fatto deve fare solo l’editore».
Tu e Vauro potrete sbeffeggiare anche i magistrati più apprezzati dal Fatto?
«Il patto è questo: libertà totale».
Quasi tutti i giornali perdono copie. Pensi che oggi ci sia mercato per un settimanale satirico su carta?
«Certo. In giro non c’è un settimanale con un racconto allegro e intelligente del Paese. E la satira è questo. Con il Male siamo arrivati sopra le centomila copie. Un giornale di satira è un catalizzatore di idee sul mondo. Oggi per funzionare ci dovrebbe essere anche una versione on line con animazioni e video».
Chi ti mancherà di più del vecchio Male?
«Andrea Pazienza, di cui ho sempre pubblicato tutto, anche quando ad altri sembrava incomprensibile. E Angese».
E chi vorresti reclutare?
«Staino e Forattini. Ma so che non sarà possibile».
I soliti nomi. C’è una gerontocrazia anche tra vignettisti?
«Ci sono anche giovani bravi in circolazione: Alessio Spataro, Maddoxx, Maurizio Boscarol… Certo, nessuno che mi incuriosisca più di tanto».
I giovani satirici hanno una scusa: non fanno in tempo a disegnare un fumetto che la realtà li supera a suon di bunga bunga.
«Ma è sempre stato così. E poi io considero un fatto quasi positivo quello di avere un disgraziato simpatico al governo».
Sarebbe Berlusconi?
«Sempre meglio di quando c’erano i leader santi che mentre pensavano alle convergenze parallele delegavano a tre galoppini delinquenti gli affari sporchi».
Satira e censura.
«L’ho detto tante volte. È inutile lamentarsi. Chi fa satira deve trovare il modo di arrangiarsi e di seppellire i censori con una risata».
Non è facile. Soprattutto in tv.
«È vero. Anche perché sarebbe meglio essere proprietari del mezzo utilizzato. E con la tv è praticamente impossibile».
Il Corriere e il Foglio ti hanno mai censurato?
«Qualche cosa, per questioni di gusto. Solo Forattini riusciva a disegnare un pisello in prima pagina, sulla Stampa».
Volgarità, offese… Se è satira vale tutto?
«Dovrebbe valere tutto. Il mio modello è quello del settimanale francese Charlie Hebdo: cose pesantissime anche sui fatti più tragici. La settimana scorsa sarebbe stato bello leggere satira su Monicelli, sui ciclisti investiti, sul rogo in Cile… ma non si è visto molto. Invece la satira dovrebbe fare anche questo: abbattere le ipocrisie».
E colpire il potere. Reazioni ai tuoi disegni?
«I politici telefonano. Rutelli una volta mi ha chiamato per insultarmi a causa di una vignetta sulla moglie. Poi abbiamo fatto pace».
Chi è il politico più permaloso?
«Forse D’Alema».
Nel 1997 lo hai disegnato mentre sollevava Di Pietro. La didascalia diceva: “Prima o poi gli ricadrà addosso. È la fisica”. Preveggenza?
«La satira è anche questo. Ma lì era facile».
Preveggenza. Chi verrà dopo Berlusconi?
«Se Renzi lo sfidasse, lo potrebbe sconfiggere. Lo chiama il nonnino. Non ci sarebbe partita».
Torniamo alle telefonate dei politici.
«La Russa chiamò il direttore del Corriere per protestare per una vignetta sulle bare da inviare in Afghanistan. Milly Carlucci mi ha cercato per almeno due volte».
Per dirti che cosa?
«Non lo so. Non le ho mai risposto al telefono. Recentemente Giovanardi mi ha chiesto l’originale di un disegno in cui lo ritraevo con un gigantesco riporto».
Si dice: una vignetta è come un editoriale.
«Questa è una cretinata. Una vignetta è molto più forte di un editoriale. Più visibile, immediata, una fucilata. Ed è raro che un editoriale sia una fucilata».
Fucilate. A inizio anni Ottanta eri specializzato nello smascherare i traffici di parlamentari, giornalisti e lobbysti. Tutto a fumetti.
«Dovrei riprendere. Ma al momento mi faccio distrarre dall’attivismo dei finiani. Bocchino, Briguglio, Granata… A Montecitorio fanno piroettare interrogazioni, interventi, interviste. Una piccola macchina da guerra senza la quale Fini non sarebbe dov’è».
Hai subito il fascino di Fini e dei finiani?
«Ma scherzi? I missini come Fini da ragazzo mi inseguivano per picchiarmi».
A cena col nemico?
«Forse con uno di quelli vicini a Dario Franceschini… i cattocosi».
I cattolici democratici?
«Quelli. Oppure con Di Pietro. Ma non sarebbe una bella cena».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Trasferirmi a Roma. A Palermo avevo cominciato a lavorare a l’Ora. Facevo disegni di cronaca e i ritratti durante i processi. Nel 1972 mi mandarono via e così decisi di partire».
Militavi in Lotta Continua. È vero che sei stato arrestato più volte?
«Quattro. La prima sono rimasto dentro più di un mese. Con le conoscenze di mio padre che era direttore del cantiere navale di Palermo, sarei potuto uscire in 24 ore. Ma che figura ci avrei fatto coi compagni?».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Forse rinunciare al mondo di mio padre: sono architetto, avrei potuto progettare navi. E poi dire “no” alla direzione dell’Unione sarda, nel 1999. Se avessi avuto trent’anni avrei accettato».
Che cosa guardi in tv?
«Le trasmissioni di scienza. O quelle cose alla Survivor, con i concorrenti che vivono nella foresta. E poi i canali di Camera e Senato».
Allegria.
«Quando non ci vado di persona, voglio comunque controllare i miei pupazzetti».
Sarebbero i parlamentari?
«Fanno il mestiere più avvilente del mondo: ore e ore seduti, poi arriva l’ordine di scuderia e spingono un pulsante».
Chi ti piace di quelli che fanno satira in tv?
«Il più bravo è Corrado Guzzanti».
Lo hai visto a Vieni via con me?
«Sì. Ma non amo gli elenchi. Saviano poi…».
Ha fatto ascolti record.
«Trovo indigeribili i padri della Patria di ottant’anni. Figuriamoci quelli di trenta. Troppa retorica».
Contro le mafie un po’ di retorica serve.
«No. Perché distoglie dalla realtà. Saviano mi piaceva da impazzire quando raccontava il territorio. Gli angoli malavitosi sconosciuti. Dovrebbe continuare su quella strada».
Il film preferito?
«Quello con la canzone Knockknock».
Quale sarebbe?
«Quello in cui ha una parte Bob Dylan. Con la sua stessa colonna sonora… e la canzone Knockin’ on Heaven’s Door».
Pat Garrett & Billy the Kid. La canzone?
«Il cielo in una stanza di Gino Paoli».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Boh, mille?».
Mille che cosa, scusa?
«Lire. O un euro? Quando a Palermo con Lotta Continua sequestravamo i camion della Dc carichi di pasta da usare come prebenda elettorale, ogni pacco costava circa mille lire».
I confini di Israele?
«Libano, Siria, Egitto e Giordania».
Conosci l’articolo 21 della Costituzione?
«È quello sulla libertà d’espressione. Viene dopo quello sull’inviolabilità della corrispondenza, che è il 15. Molti giornalisti ogni tanto questo se lo scordano».

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Categorie : interviste
Commenti
Pierra 8 gennaio 2011

Bella intervista ma mi sono perso la lite Vauro-Padellaro alla festa del Fatto. Che si son detti?

vz 10 gennaio 2011

Non è stata esattamente una lite. Vauro ha espresso molte perplessità su Padellaro, sostenendo che tra Pad e Travaglio il vero giornalista è il secondo. Non male per essere uno che aspira a dirigere un giornale edito dal Fatto.
ciao grazie

akio 18 gennaio 2011

grazie, me l’ero persa anch’io la perla della discussione padellaro-vauro

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