Pippo Marra (Sette – ottobre 2010)

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Giuseppe Pasquale Marra, detto Pippo, 73 anni, calabrese, è il padron-direttore dell’agenzia di stampa Adnkronos. Da quasi cinquant’anni trita notizie e accarezza il potere, alternando il ruolo di cronista a quello di imprenditore e di gran cerimoniere dei palazzi romani: è stato prima collaboratore del super boiardo di Stato Eugenio Cefis, poi editore vicino a Bettino Craxi, ma soprattutto amico fraterno di Francesco Cossiga. Se le pareti di casa sua potessero parlare, racconterebbero come sono nati e morti almeno una mezza dozzina di governi.
Incontro Marra all’ultimo piano del palazzo trasteverino che ospita la sua agenzia. Mi mostra una stanza zeppa di sculturine a forma di mucca («Le mie origini contadine») e mi fa accomodare a un tavolo lungo una decina di metri che fu del boss della finanza italiana Enrico Cuccia. Parla a voce bassissima. Il cellulare squilla ogni tre minuti. Durante una di queste telefonate lo sento parlare anche del sito dell’agenzia. Marra, Cavaliere del lavoro, è considerato un pioniere dell’informazione su Internet. Lo provoco: «Tra le pagine del portale www.adnkronos.com ci sono sezioni con contenuti piuttosto vecchiotti». Lui allora sbuffa, annuncia grandi cambiamenti e srotola un’invettiva contro il giornalismo di oggi: «Ammuffito e in crisi». Partiamo da qui.
Perché il giornalismo sarebbe ammuffito?
«Perché le tecnologie corrono, mentre i giornalisti camminano. Lentamente».
Che cosa sta accadendo?
«I lettori sono attivi, commentano, correggono, intervengono. Un qualunque cittadino/blogger con una telecamera può fornire più informazioni di un inviato».
Sta suggerendo di rottamare i giornalisti?
«No, ma penso che si dovrebbero adeguare. Armarsi di telecamera e cominciare a produrre contenuti nuovi. Invece si rifiutano».
Girare con la telecamera è un servizio in più. Magari i cronisti vorrebbero essere retribuiti.
«La resistenza non è solo di tipo sindacale, è culturale. Molti pensano di essere “arrivati”, si sentono grandi firme e hanno perso il gusto di sporcarsi le mani: i retroscenisti si mettono a fare analisi politiche… Lo sa chi ha dato per prima la notizia della morte del mio amico Francesco Cossiga?».
Chi?
«Una stagista di Adnkronos».
Facile, visti i suoi rapporti con il Picconatore.
«Magari la mia amicizia le ha dato un piccolo aiuto. Ma lei è stata tutta la notte lì, per strada. È stata la prima ad annunciare che sarebbe arrivato Napolitano. E sa perché?».
Perché?
«Perché ha il sacro furore. La passione per la notizia».
L’ha assunta?
«Ci sto pensando».
Il sacro furore…
«Ce l’ho ancora io, perché non ce lo dovrebbero avere quelli più giovani? Con Internet e le nuove tecnologie il giornalismo potrebbe vivere una nuova stagione d’oro. Spetta ai cronisti cogliere l’occasione».
Internet…
«Sono stato il primo nel mondo dei media italiani a investirci. Feci un accordo con Bill Gates negli anni Novanta. Ricordo quando lo incontrai a Venezia: davanti al computer sembrava un sacerdote illuminato. Dopodiché Internet è anche un rischio. È un meraviglioso acceleratore democratico, ma è anche lo strumento con cui le notizie si sono fatte liquide».
Notizie… liquide?
«Scorrono velocemente. Spesso in modo incoerente e con poca attendibilità. I giornalisti oggi hanno anche la responsabilità di conciliare la velocità di trasmissione delle news con il necessario controllo delle stesse. È una sfida. Per vincerla bisogna bandire le pigrizie».
È vero che lei si sveglia alle 5 di mattina e alle 6 e mezzo ha già letto i giornali?
«Sì. E quando la mattina presto mi capita di incontrare un collega e mi accorgo che non ha letto i quotidiani, mi innervosisco».
Lei come arriva al giornalismo?
«È una passione giovanile. Cominciai a scrivere sui giornaletti del mio liceo a Crotone».
La prima redazione in cui ha lavorato?
«Il Secolo d’Italia con Arturo Michelini».
Allora era una roccaforte del Msi postfascista.
«Facevo il cronista. Passavo le giornate in questura a cercar notizie. Poi, nel 1965, sono stato chiamato come amministratore al quotidiano Roma di Napoli».
Quando diventa editore?
«Nel 1978, quando compro una parte dell’Adnkronos dall’industriale farmaceutico Bracco. Ma avevo già contribuito a trasformare l’agenzia».
Come?
«Acquisendo telescriventi dagli uffici postali che le dismettevano. Prima che intervenissi io, la diffusione delle news avveniva col ciclostile. E comunque, oltre che giornalista, nel frattempo ero stato promotore turistico nei Paesi scandinavi e successivamente consulente editoriale di Cefis alla Montedison».
I soldi per acquisire l’agenzia dove li prese?
«Una parte vendendo le azioni di un’industria di legname che mio padre aveva fondato quando era emigrato in America e una parte ce la mise il mio socio e fraterno amico Parrini, grande distributore di quotidiani».
Ora è proprietario al 100% di Adnkronos?
«Lo sono dalla fine degli anni Novanta. Cuccia ogni volta che ci incontravamo mi diceva: “Il 99%? Una giusta maggioranza”».
Conosceva bene Cuccia?
«Ci ho fatto anche qualche affare. Lo andavo a trovare con Cossiga».
Quando ha incontrato la prima volta Cossiga?
«Nel 1963, a un matrimonio. Ho smesso di dargli del tu nel momento in cui è diventato presidente della Repubblica nel 1985. Sa chi sono stati gli unici ad aver potuto fare gli auguri a Cossiga per il suo ultimo compleanno?».
Chi?
«Gli ex presidenti Ciampi e Scalfaro, il premier Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Paolo Bonaiuti, io e Massimo D’Alema».
D’Alema…?
«Il suo primo governo, nel 1998, in pratica è nato a casa mia, in campagna. E posso garantire che non ci fu nessun complotto per fare fuori Prodi».
Ci sono versioni discordanti.
«Ricorda che durante il voto di fiducia al governo Prodi, il 9 ottobre 1998, a un certo punto il presidente della Camera, Luciano Violante, chiese al premier se per caso avesse qualcosa da aggiungere?».
Sì. Prodi rispose che non aveva nulla da dire, con un gesto.
«Ecco, se invece avesse chiesto a Cossiga i voti per sopravvivere, si sarebbe salvato. Cossiga quel giorno era a casa mia. Fece davanti a me la telefonata a D’Alema con cui gli consigliava di suggerire al presidente della Camera Luciano Violante di fare quella domanda così irrituale a Prodi. Sentir parlare Cossiga con D’Alema era un piacere».
Quante notizie ha fornito Cossiga alla sua agenzia?
«Tante. Io lo sentivo tutti i giorni, più volte al giorno».
Negli anni Ottanta Adnkronos, storicamente di area socialista, era vicinissima anche a Craxi.
«Ero in ottimi rapporti con Bettino».
È vero che ci litigò perché lei aveva nominato condirettore dell’agenzia don Virgilio Levi, che veniva dall’Osservatore romano?
«Ci fu una discussione. Lui preferiva Onofrio Pirrotta, marito di Serenella, la sua storica assistente. Craxi considerava Levi praticamente marxista, invece era semplicemente wojtyliano».
Adnkronos è stata la prima ad avere la foto di Ali Agca che spara a Wojtyla.
«È lo scoop di cui vado più fiero».
L’ha ottenuto grazie agli amici in Vaticano? I suoi gemelli di due anni sono stati battezzati dall’attuale segretario di Stato, il Cardinal Tarcisio Bertone.
«Le fonti sono riservate. Ma… sì, ho sempre avuto buoni rapporti con il Vaticano. Ho anche avuto una zia missionaria».
Le è mai capitato di avere una notizia su qualche suo amico e di censurarla per non danneggiarlo?
«Quasi sempre prevale la voglia di dare le news. Chiamo, verifico… Se poi è un mio amico a voler fornire una notizia, faccio in modo che si metta in contatto direttamente con l’Agenzia».
C’è chi le rimprovera di dare troppo spazio ai redazionali, gli articoli pubblicitari.
«È un’accusa infondata. A me non piace nemmeno la pubblicazione dei comunicati. Io vivo per le notizie. Dal 2003 ho creato pure Aki, Adnkronos International, con collaboratori di tutto il mondo. Siamo tra le agenzie più seguite in lingua araba. Il figlio di Sakineh ci ha ringraziati pubblicamente per la nostra campagna per salvare la madre dalla lapidazione. Al World Media Summit di Pechino, lo scorso anno, ero l’unico italiano. C’era Murdoch. E a proposito: le do una notizia».
Quale?
«A breve Adnkronos sbarcherà sul satellite con un suo canale».
Chi è il nemico con cui andrebbe a cena?
«In questo sono ultra calabrese. Col nemico non ci prenderei nemmeno un caffè: perché rischiare?».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non credo di aver fatto grandi errori. E quelli piccoli li ho dimenticati».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Sposare l’imprenditrice Angela Antonini e avere due meravigliosi gemelli».
È un padre anzianotto.
«Lo so, lo so. Ma la paternità è una rinascita».
Sa quanto costa un litro di benzina?
«Ha appena superato 1,40 euro al litro».
Che cos’è Twitter?
«Un modo per trasmettere brevi informazioni su Internet».
In tv. Ospite di Michele Santoro o di Bruno Vespa?
«Da anni rifiuto gli inviti ad andare in tv. Non sono bravissimo davanti alle telecamere».
Il Tg1 di Minzolini o il Tg7 di Mentana?
«Sono amico di entrambi».
Chi è meglio tra i due?
«Minzolini è un grande cronista politico. Mentana è il numero uno come conduttore di Tg».
Il film preferito?
«I predatori dell’Arca perduta con Harrison Ford».
Il libro?
«Viaggio al termine della notte di Céline. Fu una folgorazione».
La canzone?
«Il concerto per violino e orchestra in Re maggiore di Beethoven. Ascolto la musica soprattutto di notte. E appena sveglio, all’alba, mentre leggo i giornali».
In pratica lei non dorme.
«Dormo poco. Ma con un riposino dopo pranzo si recupera, sa?».

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Categorie : interviste
Commenti
mario caligiuri 13 luglio 2014

bella. E autentica.

Michele Castorina 22 febbraio 2015

Peccato che Mr. Marra dopo essere stato un grande tifoso laziale sia diventato romanista. Andavamo insieme allo stadio Olimpico a tifare per i Biancazzurri insieme agli amici di Piazza Santiago del Cile ai Parioli. Che peccato, un vero peccato>

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