Pietro Scalia (Sette – settembre 2010)

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Pietro Scalia, emigrato figlio di emigrati, maestro del montaggio cinematografico, ha cinquant’anni, due Oscar su una mensola in salotto e un orgoglio inusuale per la sua italianità: quando gli consegnarono il secondo Academy Award, per il film Black Hawk Down, fece risuonare nella sala stracolma di star hollywoodiane un patriottico “Viva l’Italia”. L’intervista si svolge via Skype. Sullo schermo del computer lui compare un po’ stropicciato: «Mi sono svegliato da poco. A Los Angeles sono le 8 di mattina». Parla un italiano scorrevole che si intoppa solo su qualche parola. «Com’è che si dice vulnerable?».
Scalia ha lavorato per sei anni al fianco di Oliver Stone e da sette collabora con Ridley Scott. Ha curato l’editing di Io ballo da sola di Bernando Bertolucci e quello di Will Hunting di Gus Van Sant. Quando arriviamo a fine intervista e gli chiedo «A cena col nemico?», mi spiazza citando Quentin Tarantino. Perché? «Ho un rapporto d’amore e odio coi suoi film». Tarantino è l’attuale presidente della giuria della Mostra di Venezia. «Mi piacerebbe incontrarlo proprio per parlare di cinema». Nel frattempo chiedo a Scalia di prendere il posto di Quentin e di assegnare qualche Leone d’oro o di indicarmi qualche italiano che vedrebbe bene a Hollywood.
L’attore?
«Mi piacciono molto Elio Germano e Toni Servillo».
L’attrice?
«Non ne conosco molte. Mi parlano tutti bene di Giovanna Mezzogiorno».
A Hollywood lo prendete in considerazione il cinema italiano?
«Ne arriva poco. Gomorra è stato un successo. Ma a Los Angeles i film italiani restano solo qualche giorno in sala. A New York resistono un po’ di più. Come tutto il cinema indipendente americano, sono schiacciati dalle mega produzioni».
Mega produzioni. L’ultima a cui ha partecipato?
«Robin Hood di Ridley Scott. Ora sto leggendo qualche sceneggiatura per il mio primo film da regista. E faccio qualche doctoring».
Qualche… che cosa?
«Mi chiamano per aggiustare film che drammaturgicamente funzionano poco. Pellicole con toni scombussolati. Film un po’ lenti…».
Lei è il Dr House delle pellicole hollywoodiane?
«Non esageriamo. Vengo chiamato da registi e produttori che cercano di migliorare il film nella fase finale. La più critica».
Dall’alto dei suoi Oscar.
«Mica vado in giro a sbandierarli! A Hollywood lo status non è dato dai premi in bacheca, ma dall’ultimo film cui hai lavorato e dal rapporto che hai con la comunità dei film-maker».
L’ultimo film che le hanno chiesto di “sistemare”?
«Un giallo di Paul Haggis con Russell Crowe. Bellissimo. Ma aveva una scena iniziale che stonava col resto della storia. Gli ho suggerito di toglierla. Non è mai facile dare certi consigli, si rischia di offendere chi ha già lavorato su un film. Il montaggio…».
In Italia i montatori non hanno grande peso mediatico.
«Perché come in gran parte d’Europa, dagli anni Sessanta in poi, prevale ancora l’idea che il cinema sia d’autore. Col regista solitario che scrive, gira e monta tutto. Ma non tutti i film sono d’autore. E non sempre il regista ha una visione completa del film».
Negli Stati Uniti…
«A Hollywood il montatore ha libertà creativa. Non è un assemblatore di immagini. Porta il suo punto di vista. Il montaggio inizia durante le riprese e si evolve come una terza stesura del film. La collaborazione più intima e creativa in un film è proprio quella tra regista e montatore. Il montaggio è un’arte nata col cinema: è l’essenza del cinema».
Lei come è arrivato al cinema?
«Emigrando. Sono figlio di emigrati pugliesi-siciliani in Svizzera, ora rimpatriati a Gallipoli. Ho frequentato fino ai 13 anni una scuola di suore bresciane in Canton Argovia».
Le suore l’hanno fatta appassionare al cinema?
«No, sono stati mio padre, fotografo autodidatta, e la tv ticinese che trasmetteva i film neorealisti. I professori del liceo svizzero/tedesco a cui raccontavo di voler cominciare facendo il cameraman, invece, mi prendevano per matto: “Vuoi finire negli stadi a inquadrare calciatori?”. A diciott’anni sono partito per gli Stati Uniti».
Perché non si è trasferito in Italia?
«Nel 1978? C’era il terrorismo. Secondo i miei genitori era troppo pericoloso. Prima ho fatto tappa a New York, da una zia. E poi mi sono trasferito a Los Angeles. Per campare facevo il pizzaiolo e riuscivo a pagare l’Università (UCLA) grazie a un contributo del governo Svizzero. Mi hanno finanziato per sette anni. In Italia non so se sarebbe successo».
Il suo primo lavoro cinematografico?
«Cortometraggi sulla scena artistica di Los Angeles. Dopo la laurea e la specializzazione ho pure provato a tornare in Svizzera, per realizzare lì i miei progetti».
Come andò?
«Male. Ripartii subito per gli Stati Uniti con l’intenzione di partecipare a una grande produzione, per capire come funziona la macchina di un film. Dopo mesi di lavoretti riuscii a entrare nella squadra di montatori di Andrej Konchalovskij nel film Shy people. Poi cominciai a tampinare Claire Simpson, la montatrice di Oliver Stone».
Il primo incontro con Oliver Stone?
«Non mi si filò».
Il secondo?
«Fu molto interessante: avevamo finito di montare Wall Street e il regista ci chiamò per vedere insieme come era venuto. A fine proiezione cominciò a chiedere che cosa ne pensavamo. Erano tutti entusiasti. Quando arrivò il mio turno… gli dissi che il rapporto tra il personaggio di Charlie Sheen e quello di Daryl Hannah non funzionava».
La cacciò a calci?
«No. Mi disse che avevo ragione e che avrebbe rimontato certe scene per migliorare i personaggi. Da lì ho capito che la fiducia si fonda sull’onestà. E non ho più smesso di dire la verità in faccia ai registi».
Le è ricapitato con lo stesso Stone?
«Certo. Sono stato nel suo gruppo di lavoro più di cinque anni. Mi ha cresciuto gradino dopo gradino fino ad affidarmi la responsabilità del montaggio di JFK».
E lei ha conquistato il suo primo Oscar.
«Anche lì ci fu una discussione con Oliver. Io avevo un’idea precisa di come far cominciare il film. Lui tentennava. Dopo aver visto il mio lavoro sui primi sette minuti però cominciò a saltare di gioia. Mi abbracciò dicendo: “Abbiamo un maestro”».
Lei chi considera il suo maestro?
«Oliver: non era sempre presente in sala di montaggio, ma il confronto era continuo. Vedeva la lavorazione del film come una trincea. Anche per proteggersi dalle pressioni esterne. Comunque credo di aver imparato qualcosa da tutti i registi con cui ho lavorato: Ridley Scott, Bernardo Bertolucci, Sam Raimi, Gus Van Sant».
Con tutti ha avuto la stessa libertà creativa?
«Con Bertolucci in sala montaggio non si parlava esplicitamente del montaggio».
E di che cosa parlavate?
«Mi raccontava di Pasolini, di Sergio Leone o di come Godard usa il “carrello”. Ascoltandolo e studiando il suo modo di girare capivo che cosa voleva: il “disegno”, la valorizzazione della luce sulla pelle di Liv Tyler… Stesso discorso per Gus Van Sant».
E Ridley Scott?
«Con lui, dopo sette anni insieme, quasi non c’è più bisogno di parlare: si fida delle mie scelte e io conosco bene le sue intenzioni».
Con Scott ha montato Soldato Jane, Black Hawk Down, American Gangster, Il Gladiatore…
«Nel Gladiatore c’è un esempio classico che spiega il potere del montaggio. Ha presente la prima inquadratura?».
La mano che sfiora le spighe di grano?
«Esatto. Quella è un’immagine che era stata pensata e girata per la fine del film. Io ho suggerito a Ridley di metterla all’inizio. Per incuriosire lo spettatore e coinvolgerlo. Per introdurre l’idea omerica del ritorno a casa del protagonista… Tra l’altro anche per il finale del Gladiatore il montaggio è stato fondamentale».
Perché?
«Perché a tre settimane dalla fine delle riprese è morto Oliver Reed, fantastico interprete del mercante di gladiatori Proximo».
E come avete fatto?
«C’erano da girare ancora tre scene con Proximo. Ridley sarebbe potuto ricorrere all’assicurazione, prendere un altro attore e rigirare tutto».
Perché non lo ha fatto?
«Non voleva rinunciare all’interpretazione di Oliver Reed. Quindi durante un weekend mi sono rivisto tutte le immagini girate con Reed, ho scelto quelle riutilizzabili con un po’ di lavoro grafico e mentre gliele proponevo, Ridley disegnava un nuovo storyboard per le scene da realizzare col materiale riciclato. Un film riscritto col montaggio».
Il suo film preferito?
«Uno solo? 2001: Odissea nello spazio».
Il libro?
«Una lettura giovanile: Il lupo della steppa, di Hermann Hesse».
La canzone?
«Quelle siciliane che mi cantava mia nonna? No… Once in a lifetime dei Talking Heads. Mi ricorda quando arrivai la prima volta a New York».
Ha un clan di amici?
«La maggior parte sono italiani. Uno su tutti: Gino Campagna, chef televisivo».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Emigrare negli Stati Uniti».
L’errore più grande che ha fatto?
«Trascurare i primi mesi di vita dei miei figli Julian e Maia, per lavoro».
Sa quanto costa un litro di latte?
«Un gallone, che sono più di tre litri, costa quattro dollari».
I confini dell’Iraq?
«Iran, Turchia, Arabia Saudita, Siria… Amo la geografia. E faccio spesso quiz a mia figlia».
Con lei che lingua parla?
«Inglese. Mia madre mi rimprovera perché non ho insistito abbastanza nell’insegnare ai miei figli l’italiano. Ora sto recuperando».
Come?
«Cerco di trasmettere loro qualcosa dell’Italia facendogli vedere film e cucinando piatti italiani».
Tornerebbe a vivere in Italia?
«Ho casa in Umbria, dove vado troppo poco. Ma lavorarci mi sembrerebbe complicato».
Da Los Angeles segue le vicende italiane?
«Certo. La grande soap opera. Il gioco politico, i personaggi… Fantastici dal punto di vista drammaturgico. Ma per gli italiani una situazione inquietante».

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Categorie : interviste
Commenti
Pierluigi 7 novembre 2010

Sto cercando di contattare il Dott. Scalia, ma non riesco a trovare i contatti, potete darmi qualche punto di riferimento?

vz 8 novembre 2010

Gentile Pierluigi,
purtroppo non le posso fornire recapiti privati di Scalia. Al massimo posso girare a lui la sua email.
grazie arrivederci

pacciolla giuseppe 6 marzo 2014

Ho avuto l’onore , dopo che aveva vinto il suo primo Premio Oscar, di avere mio ospite a cena, in Gallipoli, Pietro Scalia con tutta la sua famiglia e genitori. Quello che posso affermare e che Pietro è un vero gentiluomo. Egli, tra le altre tante cose, con i suoi grandi successi raggiunti, ha saputo dare alla figura del montatore quella visibilità che forse non ha mai avuto; molto poche persone sanno che il vero creatore del film è il montatore: l’arte del montaggio sta nel fatto di saper “tirera fuori” da sei, sette ore di pellicola un film che al massimo ne dure 2 o 3 ore coinvolgendo lo spettatore e facendolo rimanere soddisfatto dello spettacolo a cui ha assistito. Comunque, la passione comune per la fotografia è stata galeotta per l’incontro con Pietro e la sua famiglia.

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