Luca Pancalli (Sette – agosto 2010)

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Luca Pancalli, 46 anni, vicepresidente del Coni e presidente del Comitato Paraolimpico italiano, ex pentatleta ed ex nuotatore pluridecorato, mi accoglie nel suo ufficio di Roma Nord, zeppo di coppe e di medaglie. Mi fa accomodare a un tavolo ricoperto di quotidiani. I titoli di quelli sportivi sono tutti per gli acquisti milionari dell’estate. Lo provoco: «Ancora troppi soldi, no?». E lui: «I contratti d’oro indignano. E sono favorevole al fairplay finanziario proposto da Platini. Ma non si può dire agli imprenditori come spendere i loro soldi». Pancalli, da 29 anni su una sedia a rotelle, ha avuto a che fare con quegli imprenditori tra il 2006 e il 2007, quando è diventato Commissario della Figc, prendendo il posto di Guido Rossi. Il football italiano era ancora nel vortice calciopolistico. C’era da riscrivere lo Statuto, da riorganizzare il sistema arbitrale e da registrare il funzionamento della giustizia sportiva. Chiamarono lui come immagine dello sport pulito. E lui, prima di immergersi nella vasca degli squaletti del calcio, mise le cose in chiaro. Da buon romano, si presentò davanti ai club citando Gigi Proietti: «Sappiate che io sono come il Cavaliere nero». Per chi non sa di che cosa si tratti, si consiglia una rapida ricerca su YouTube. Parole chiave: Proietti/Cavaliere. Ma insomma, il Cavaliere nero è uno che se gli rompi le scatole reagisce in modo vigoroso. In un paio di occasioni, Pancalli pietrificò i suoi interlocutori recalcitranti: fermò il campionato a tempo indeterminato dopo la morte dell’ispettore Raciti ed entrò in tackle verbale sui presidenti che volevano boicottare le partite per protestare contro i provvedimenti anti-violenza di Amato. Sono passati tre anni. C’è chi considera quell’esperienza di governo del mondo del calcio come una parentesi di discontinuità riformatrice e chi, invece, la ricorda come un’illusione momentanea e gattopardesca data in pasto alla stampa e che alla fine ha dato pochi risultati. Di sicuro, Pancalli ha un’idea precisa di quel che andrebbe ancora fatto per risollevare il calcio italiano. Partiamo da qui. Anche perché il ricordo della spedizione fallimentare in Sudafrica è lontano, ma le discussioni sul campionato che sta per cominciare sono vivissime. Prima di tutto. Il dopopartita Rai non sarà più lo stesso. Hanno praticamente abolito la moviola.
«Evviva. Io sono favorevole all’uso della tecnologia. Ma non per aizzare le polemiche tra i tifosi, come accade spesso in tv».
È favorevole alla moviola in campo?
«Sì, se ben regolamentata. Per smascherare i gol fantasma, per definire gli off side…».
Così non si snatura il gioco del calcio?
«Lo snaturano di più i giocatori quando simulano falli subiti o aggrediscono gli avversari sperando di non essere visti».
Lei sarebbe favorevole a far parlare gli arbitri nel dopopartita? Magari per ammettere un errore…
«Sì. Anche perché sbagliare è umano e un’ammissione forse placherebbe le polemiche. Detto ciò, i problemi sono altri».
La querelle sugli oriundi in Nazionale?
«Non sono contro gli oriundi, ma non si può puntare su di loro a scapito dei giovani dei vivai».
Parlano tutti dei vivai, ma poi non li cura nessuno.
«Ha visto la Nazionale tedesca? Giovane e multietnica. Lì i ragazzi under 19 giocano in serie A. Da noi se gli va bene finiscono in Lega Pro».
Vivai vs oriundi. Più Balotelli e meno Amauri?
«Balotelli è il simbolo di un’Italia che cambia e si arricchisce. Anche gli oriundi sono una ricchezza, ma…».
La Nazionale di Calcio a 5 per molto tempo è stata costituita per quattordici quindicesimi da oriundi brasilian/argentini!
«È l’Italia che vuole vincere a ogni costo. Uno sportivo vero, invece, sa bene che la soddisfazione autentica si raggiunge dopo aver sudato e mangiato fango. Churchill diceva: “La strada della vittoria è lastricata di sconfitte”. Ecco, in Italia ci si è scordati la fatica. Forse ci si è abituati ad avere troppo tutto e subito. Non mi ha ancora fatto dire da dove dovrebbe ripartire il calcio».
Da dove?
«Dallo sport di base. Dai campetti di periferia, troppo trascurati, anche dalla politica. Le famiglie e le società sportive sul territorio vanno aiutate».
«Signora mia, mancano le palestre». Questa è antica retorica social-sportiva.
«Sarà retorica, ma lo sport vero nasce sul territorio. Ed è lì che può contribuire a cambiare in meglio il Paese».
Addirittura?
«Un buon allenatore per un ragazzo è anche un educatore. È quello che gli insegna la lealtà. Spesso sono i genitori a essere un problema: hanno smesso di considerare lo sport come momento ludico indispensabile per la crescita dei figli, e hanno cominciato a considerarlo un investimento. Il figlio campione come svolta economica per tutta la famiglia».
Vivai rinsecchiti, sport di base impoverito o in mano a genitori rampanti… Ci metta il fallimento della Nazionale e il quadro è completo: un calcio da buttare. Vede una luce in fondo al tunnel?
«Be’, peggio di così… Abbiamo appena cominciato a risollevarci».
Anche lei fa parte del coro che avrebbe voluto le dimissioni di Giancarlo Abete dopo il Mondiale?
«No. So che non ha un compito facile».
In Francia il presidente della Federazione calcistica si è dimesso.
«Ma Abete, al di là del risultato sportivo della Nazionale, sta lavorando bene. Persino dall’apertura del dialogo/scontro sul numero di extracomunitari tra la Federazione e la Lega potrebbe venir fuori qualcosa di buono».
Petrucci e Abete. Coni e Figc. Sembrano stare lì da sempre. C’è chi, dopo Calciopoli, sperava in un ricambio che marcasse la discontinuità… Si valutò anche la sua candidatura… Non servirebbe un ricambio ai vertici dello sport?
«Il sistema è fondato su libere procedure elettive. I dirigenti più giovani dovrebbero avere più coraggio e farsi avanti».
Lei si candiderà per qualche incarico?
«Bisogna avere equilibrio».
Lei ne ha anche troppo.
«Ho imparato a stare al mondo. Ho degli obiettivi, ma so che ci vorrà tempo e pazienza per raggiungerli. Niente scorciatoie».
Parla della presidenza del Coni?
«Non ho detto questo».
A che cos’altro potrebbe aspirare?
«Se le dicessi che non mi piacerebbe continuare a essere al servizio dello sport, sarei un falso. Io vivo per lo sport, da quando avevo cinque anni».
Qual è il primo che ha praticato?
«Il nuoto. Poi a dodici anni, quando ho capito che non ero un campione, ho cambiato e ho cominciato pentathlon. Abitavo all’Appio Claudio, Roma Sud. Tutte le mattine mi svegliavo alle cinque, mi sedevo sul letto e dicevo: “Ma chi me lo fa fare?”. E poi via: cinque autobus per raggiungere le piscine all’Acqua Acetosa, a Roma Nord, nuotare due ore e poi andare a scuola. Nel pomeriggio: ancora allenamenti».
Una vitaccia!
«Sport, sport, sport. Sognavo la maglia azzurra e l’inno nazionale alla fine di una gara».
Era adolescente durante gli Anni di Piombo.
«E portavo l’eskimo. Una sera un gruppo di fascistelli mi diede un sacco di botte. Nella colluttazione persi il portafogli coi documenti. Sfortunatamente qualcuno li trovò».
Sfortunatamente?
«Senza i documenti, pochi giorni dopo, non sarei partito con la Nazionale per Vienna».
A Vienna ebbe l’incidente che la costringe sulla sedia a rotelle.
«Durante la prova di equitazione, il cavallo, Condor, si bloccò. Venni catapultato oltre l’ostacolo, il cavallo mi cascò addosso e mi spezzò il collo».
Immagino che ogni volta che vede un cavallo…
«No, anzi. Mia figlia fa equitazione».
La riabilitazione.
«Subito dopo l’incidente muovevo ancora tutti gli arti. Ma nelle quarantasei ore successive pian piano la paralisi cominciò a salire. Fino a quando una mattina mi sono svegliato e mi sono accorto che riuscivo a muovere solo gli occhi. Panico. Anzi, terrore. Ero solo, in un ospedale austriaco, con una gran paura di morire».
Ci fu un momento preciso in cui capì che c’era qualche speranza di recupero e decise di reagire?
«Il giorno più brutto della mia vita è stato quando mi sono visto per la prima volta sulla sedia a rotelle. Ero in un centro di riabilitazione vicino Innsbruck. Ma proprio lì, vedendo dei giocatori di basket in carrozzina, realizzai che avrei potuto continuare a fare sport».
Tre anni dopo, nel 1984, conquistò tre medaglie d’oro nel nuoto alle Paraolimpiadi.
«Ho realizzato il mio sogno. L’ultima vittoria risale al 1996. Paraolimpiadi di Atlanta. Nel frattempo mi ero laureato e aspettavo il primo figlio».
Quando decide di fare politica sportiva?
«Subito. Volevo portare in Federazione le istanze degli atleti/operai. Nel 2000 sono diventato presidente».
Ormai sono dieci anni che è lì.
«Sì. È tempo di lasciare. Non sono attaccato alla poltrona».
Ha mai avuto il sospetto che la misero a capo della Figc come paravento, per dare solo l’immagine di un cambio di stagione?
«Che la mia nomina fosse strumentale all’inizio l’ho sospettato pure io, ma poi credo di aver contribuito a cambiare qualcosa».
A cena col nemico
«Nemici? Sono talmente egocentrico che non mi curo di quel che dicono gli altri di me».
Il libro preferito?
«Sono un divoratore dei volumi di Tiziano Terzani».
La canzone?
«Quella che ascoltavo ai tempi dell’incidente: The winner takes it all degli Abba».
Il film?
«Momenti di gloria… ricorda le musiche di Vangelis?».
Quanto costa un litro di benzina?
«Vado a gasolio: un euro e ventisette, circa».
I confini dell’Afghanistan?
«Pakistan… Sono sempre stato negato in geografia».
Quanti articoli ha la Costituzione?
«Poco più di un centinaio».
Centotrentanove.
«Può scrivere che ho risposto bene?».
Non si può.
«Ammazza che crudeltà!».

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Categorie : interviste
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