Oliviero Toscani (Sette – luglio 2010)

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Oliviero Toscani, 68 anni, fissa la telecamerina. Ci siamo accordati per un’intervista via Skype. Compare sullo schermo del mio pc in camicia nera e occhiali dalla montatura rossa. La conversazione è graffiata dai difetti della connessione Internet. Gli slogan e i giudizi perentori, però, sono comprensibilissimi. I pubblicitari? «Sacrificano la creatività sull’altare del consenso». Il premier? «Sembra il comico Carlo Dapporto». I vestiti griffati? «Sono il burqa delle donne italiane». Toscani è maestro e icona della comunicazione. Ora ha ideato il progetto “Nuovo Paesaggio Italiano” (NPI): tutti gli italiani sono invitati a mandargli uno scatto che testimoni la deturpazione del paesaggio. Le foto vengono stampate su un gigantesco rotolo di carta. Il primo è in mostra in questi giorni a Petra-Suvereto. «Per pulire gli escrementi del Paese. Potrebbe essere una vera rivoluzione». Partiamo da qui.
Le foto che fanno la rivoluzione?
«Una rivoluzione pacifica. Uno scatto può essere più dirompente di un esercito».
Già. Ma che cosa deturpa il paesaggio e cosa no? Chi lo decide? Lei e Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa e co-promotore di NPI, per esempio, la pensate diversamente sui parchi eolici.
«A me le pale eoliche in certi luoghi sembrano stupende. Il guaio è che le mafie hanno fiutato l’affare e ci stanno mettendo le mani sopra. Ma allora che facciamo, non costruiamo neppure il Ponte sullo Stretto?».
Lei è favorevole al Ponte?
«Certo».
Gli ambientalisti più intransigenti considerano il Ponte il padre di tutte le deturpazioni.
«L’Italia non è la Patagonia. Qui non si viene per vedere la natura. L’Italia è il Paese dei paesaggi costruiti dall’uomo, dei grandi architetti: da Brunelleschi a Renzo Piano. La deturpazione è fatta di cattiva architettura. In Italia dal 1945 a oggi il 4% degli edifici è stato costruito da architetti, il 96% da “geometri con la tessera di partito”. Il problema non è il cemento. Ma come viene usato».
Da milanese condivide la preoccupazione di chi teme un’ondata di cemento con l’Expo 2015?
«Temo la mediocrità. Per l’Expo avevo proposto a Stanca e agli organizzatori di fare di Milano la capitale del dibattito sui grandi temi che il mondo ha paura di affrontare: lo sfruttamento minorile, l’integrazione…».
Che cosa le hanno risposto?
«Nulla. Ora sono pronto a scommettere che l’Expo sarà mediocre. Una cagata. Sento parlare di cibi tipici e tende bianche. Da milanese sono imbarazzato».
Milano, capitale della moda.
«La moda, il burqa delle donne occidentali».
Barbara Alberti ha detto che il vero burqa è la chirurgia estetica.
«Sul rapporto tra donne e bisturi sto preparando una campagna. Quelle facce siliconate senza espressione… Sa qual è la verità? Mentre la donna musulmana si vuole bene, la donna occidentale ormai non accetta più se stessa. E comincia sin da ragazza a non avere più rispetto della sua bellezza. Le spiego come funziona un set della moda?».
Racconti.
«La maggior parte delle volte le modelle arrivano già in forma di larva, scheletriche. Quando non è così, e si presentano delle ragazze bellissime, in scarpe da ginnastica e coda di cavallo, ci pensano i parrucchieri e le stylist delle riviste a rendere irriconoscibili quelle bellezze. Le giovani che poi leggono i giornali si sentono inadeguate. Pensano che così come sono saranno emarginate e allora corrono dal chirurgo o a comprare vestiti orribili».
Lei lavora da anni nel lucente mondo della moda.
«Quando vedo un comportamento degenerato lo denuncio: ricorda la campagna contro l’anoressia? Prima le modelle non erano mica così…».
Come erano?
«Sono stato tra i primi a fotografare Monica Bellucci. La chiamavo “il panetto di burro”. Rende l’idea? Naomi Campbell era toblerona… anzi… toblerina… e quando la incontro ancora cinguetta quel nickname».
Come si è arrivati agli scheletri?
«Con il dominio gay. Meno donne scopabili, più stampelle ambulanti».
Le daranno dell’omofobo.
«Ma figuriamoci. Sull’omofobia ho scritto un libro: Homofobicus».
Come si è avvicinato alla moda?
«Per ridere. Quando ho cominciato a fare il fotografo facevo reportage sulla mia generazione. Quelli della Rizzoli videro un lavoro sull’esplosione delle minigonne e mi chiesero di occuparmi di moda».
La sua prima foto?
«A cinque anni. Mio padre, Fedele, è stato il primo fotoreporter del Corriere. Ha fondato un paio di agenzie. Mi regalò una macchinetta. Il primo scatto lo feci a mia madre, mentre stava alla macchina da cucire».
Un’infanzia a pane e rullini?
«Abbastanza. L’agenzia di mio padre era accanto allo studio di Indro Montanelli».
Si conoscevano?
«Certo. È di papà la foto di Montanelli seduto su una pila di giornali, mentre scrive con l’Olivetti Lettera 22. Quello studio era più che altro un pied-à-terre. Indro era un mandrillone. Ci portava le signorine».
Il suo primo servizio di moda a quando risale?
«A metà anni Sessanta. Per Annabella. Due ragazze con impermeabili colorati e due tubi dell’acqua sgargianti. Scattammo nel cortile della Rizzoli. Preferivo ragazze rimorchiabili alle modelle tipo Capucine, che si presentavano sul set coi levrieri».
C’è un momento preciso in cui sfonda?
«Feci una specie di concorso per una campagna dell’Eni. E Cefis scelse proprio me. Il servizio uscì sulla prima doppia pagina centrale a colori del Giorno. Cominciarono a chiamarmi da tutto il mondo».
Andò a vivere a New York.
«Dal ’72 al ’76. Divertentissima. Si usciva con Lou Reed e David Bowie. Prima ero stato nella swinging London per sei mesi. Ho avuto un culo pazzesco».
Invece stava rivoluzionando la comunicazione fotografica. Tra il 1982 e il 2000 è stato l’uomo dell’immagine Benetton.
«Per la pace, contro la pena di morte, per l’integrazione, contro il razzismo».
Campagne social, ma pur sempre per vendere vestiti.
«L’artista, per avere la libertà espressiva che gli serve e di cui gode tutta la società, deve prima di tutto arricchire il committente».
Sembra una formula auto-giustificante.
«Molti capolavori del passato nascono come pubblicità per la Chiesa. Ma poi l’opera d’arte resiste. Le mie campagne e le mie foto, se le ricordano tutti».
Preti che baciano suore, malati di Aids, divise insanguinate. Ora c’è qualche campagna pubblicitaria in giro che l’ha impressionata?
«No. Si spendono miliardi per spot osceni della telefonia. Un testimonial e via. I pubblicitari non hanno le palle per imporre la creatività. Si tengono sempre sotto la linea del prodotto: creano in funzione del prodotto. Io faccio il contrario».
Cioè?
«Ho un’idea, un messaggio che parla di un problema. E cerco qualcuno a cui interessi».
Non sempre il messaggio è compatibile con un prodotto da pubblicizzare.
«Questo lo pensano i creativi senza idee».
Visto che critica le compagnie telefoniche, regali loro un’idea.
«“Nuovo Paesaggio Italiano” è già un’idea. “Un mms gratis a chiunque invii una segnalazione di paesaggio deturpato”. Oppure “Razza Umana”…».
Altro suo progetto, con ritratti di gente comune.
«Siamo arrivati a 10mila. Ogni uomo è un’opera d’arte».
C’è qualche campagna di cui si è pentito?
«No, al massimo avrei dovuto osare di più. La comunicazione vera lascia il segno».
Lei ha difeso pure il fotomontaggio di Saviano all’obitorio.
«Certo».
Saviano è davvero minacciato dalla camorra. Rischia la vita.
«Quell’immagine ci ricorda che saremo tutti responsabili se gli succederà qualcosa. Basta col moralismo sull’arte! Il problema è la camorra, non quella foto. Il problema è la mafia, non chi ne parla. La politica invece di censurare dovrebbe risolvere i problemi».
Politica. Lei è radicalpannelliano. Alle ultime regionali si stava per candidare alla presidenza della Toscana.
«Ho chiesto un passaggio al centrodestra».
Perché poi ha desistito?
«Anche perché da Salemi, dove sono stato assessore di Sgarbi, mi arrivò una strana telefonata da parte di un vecchio politico siciliano in odor di malaffare. Diceva: “In Toscana abbiamo amici, se ti serve…”. Pensai: “Se qualcuno ci ha intercettato, anche se ho rifiutato l’aiuto, appena mi candido mi arrestano”. La politica in Italia fa cagare».
Non si salva nessuno?
«Bersani. Anche se non ha ancora avuto il coraggio di ringiovanire e ribaltare il partito. È capace. Invece qui si preferisce Carlo Dapporto».
Chi sarebbe?
«Berlusconi. Gli somiglia no? Dovrebbe governare, invece è comico. Ma che cosa è successo a questo Paese? Si sono spenti tutti i cervelli. Siamo in piena idiotocrazia».
Idio… che cosa?
«Idiotocrazia. Con cittadini teleidioti. Impigriti davanti alla tv».
Lei che cosa guarda in tv?
«Solo il calcio».
A cena col nemico?
«Il Papa. Mi piacerebbe fare il suo mestiere».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Smettere di voler fare il prete. Quando ho scoperto le ragazze, a tredici anni».
Sa quanto costa un litro di latte?
«No. Per molto tempo non ho saputo nemmeno quanto costasse un rullino fotografico».
Quanti anni ha la Costituzione?
«Hanno finito di scriverla nel 1948».
Il libro preferito?
«Pinocchio, o uno qualsiasi di Emil Cioran».
La canzone?
«The times they are a-changin’, di Dylan».
Il film?
«Il cinema mi annoia. L’unico film che salvo è Nostra signora dei turchi, di Carmelo Bene. Lui era un vero genio».
Lo ha conosciuto?
«Nel 1967, a Roma, feci un servizio per Vogue uomo, con alcuni giovani talenti. Lui si presentò sotto la pioggia in ciabatte di feltro, zuppo. Poi indossò la giacca del servizio, cominciò ad arricciarla e si mise le mani in tasca. Con quella sua voce che è un’orchestra mi chiese: “C’è qualcosa che non va?”».
Lei che cosa rispose?
«Nulla. Era perfetto. Pur essendo tutto sbagliato. Era un’immagine rivoluzionaria. È stata una folgorazione».

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Categorie : interviste
Commenti
katia meneghel 24 luglio 2010

Toscani for president!!!!

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