Antonio Skármeta (Sette – luglio 2010)

8 commenti

Ha venduto milioni di libri in tutto il mondo ed è l’autore de Il postino di Neruda, il romanzo che ispirò l’ultimo film di Massimo Troisi (Il postino). Antonio Skármeta, 69 anni, cileno, è il gigante amabile della letteratura latinoamericana. È stato pluripremiato da accademie e critici assortiti. E le sue opere sono tradotte in trentacinque lingue. Cosmopolita e globetrotter, vive a Santiago, ma è stato per molti anni in Germania: prima come esiliato e poi come ambasciatore.
Lo incontro in Italia. Per il Napoli Teatro Festival ha scritto una pièce appassionata. Titolo: 18 carati. Me ne parla mentre sprofonda nella poltrona di un albergo partenopeo. Skármeta somiglia a uno dei personaggi che ha più amato da bambino: il Garrone di Cuore. Grande, grosso e cortese. Ogni frase un sorriso, avvolto in uno spagnolo morbido con cui cita poeti e narratori. Quando viene a sapere che gli chiederò qualcosa sul rapporto tra scrittura, informazione e tecnologia, dice: «Non vorrei sembrare un vecchio gagà, ma sms, Twitter e quella roba lì non mi entusiasmano». Partiamo da qui, allora.
Che cosa ha contro la tecnocomunicazione?
«La tecnologia tende a comprimere il messaggio. E lo scambio di informazioni accelerato mi interessa poco».
Vorrebbe meno informazioni in circolazione?
«No. Vorrei più comunicazione. Roba con l’anima. Gli strumenti “hi tech&on line” hanno creato un vortice di news spesso inesatte o che già si conoscono. Il banale che replica il banale nel regno del luogo comune».
Lei usa molto Internet?
«Sì. E considero Google una grande espressione di democrazia. Una democrazia fantastica, ma un po’ tonta».
Tonta?
«Pagherei molti soldi per un motore di ricerca che usasse fonti sicure e che desse certezza delle informazioni. Lo dico perché me ne sono successe di tutti i colori».
Un esempio?
«Una casa editrice spagnola mi ha ribattezzato Juan Antonio Skármeta».
C’è un Juan di troppo.
«Già, ma su Internet gli risultava così e quindi… Altri hanno aggiunto un Esteban al mio nome, andandolo a pescare all’anagrafe di Antofagasta, il paesino dove sono nato. Su una rivista ho letto che con la mia seconda moglie, Nora, avrei due figli: Fabián e Javier. Be’, Javier è figlio di Internet. Non mio».
Lei scrive col computer?
«Sì. Di mattina. In una dépendance della mia casa di Santiago».
Ha qualche rito particolare?
«I miei figli più grandi, Beltrán e Gabriel, dicono che mentre scrivo ballo. Senza accorgermene mi agito. Sarà per dare leggerezza al mio corpaccione. Ho proprio una passione per l’atto di scrivere. La pagina bianca, il ticchettio della tastiera…».
Quando ha cominciato a scrivere?
«A otto anni. Poesie e piccole avventure. Raccontavo ai miei compagni le storie che mia nonna raccontava a me».
Viveva con sua nonna?
«Ci passavo molto tempo. Quando mancava la corrente, mi chiedeva di inventare un seguito alle novelle radiofoniche di cui lei era ascoltatrice vorace. Mi sentii grande il giorno in cui mi chiese di improvvisare il racconto anche se c’era la corrente. Quell’immersione nella narrazione orale è stata fondamentale per la mia scrittura».
Una gavetta involontaria?
«È stato un allenamento alla spontaneità del linguaggio. Spontaneità che si sta perdendo per colpa dell’iperintellettualizzazione della scrittura e della pesantezza del sapere».
Il suo sembra un invito alla leggerezza.
«Non lo è. A me piace la complessità. Ma non si deve sacrificare la capacità di rendere il suono, anche ludico, della scrittura. Un tratto, peraltro, tipicamente sudamericano. Borges è un esempio di questo connubio: pur gonfiando di sapere le sue opere, ha mantenuto un sapore orale. Certe sue pagine sembrano una milonga».
Qual è stato il suo primo lavoro?
«I miei genitori erano poveri. Emigrarono in Argentina per trovare lavoro. A dieci anni facevo il garzone di un fruttivendolo di origini napoletane a Buenos Aires. Poi sono tornato a studiare filosofia in Cile. E mi sono specializzato a New York, alla Columbia. Rientrato a Santiago ho cominciato a fare pure il giornalista».
Nel Prologo de “Il postino di Neruda” racconta che da cronista la mandavano a carpire i segreti della vita sessuale del poeta.
«È un’invenzione. In realtà andavo a trovare Neruda sulla mia “due cavalli” per chiacchierare. Ci portavo anche la mia fidanzata per farle vedere di chi ero amico».
Il suo primo libro?
«El entusiasmo, del 1967. Ai tempi del colpo di Stato di Pinochet, nel 1973, insegnavo all’Università ed ero già abbastanza noto».
Faceva anche politica?
«Sì, in un gruppetto che si chiamava MAPU: Movimento di azione popolare unitaria».
Dopo il colpo di Stato fuggì in Germania.
«Un regista tedesco che era venuto a girare un film sulla primavera di Salvador Allende mi trovò una “borsa di lavoro” e io ne approfittai. Prima però passai un anno in Argentina. La mia famiglia soffre ancora oggi per la mia scelta di andar via».
Fu una scelta obbligata?
«Due miei amici sparirono in quei giorni. Tutti i miei colleghi universitari si rifugiarono in qualche ambasciata».
In molti suoi libri manca una generazione, la sua.
«È vero. È la generazione soffocata dalla dittatura. Esiliata. Desaparecida. Cerco di limitare le parti che ne parlano perché altrimenti il dolore si ingoierebbe tutto il romanzo».
L’esilio…
«In Pinocchio, romanzo che lessi da bambino, c’è una metafora perfetta dell’esilio. Il burattino arriva sulla spiaggia dopo essere fuggito dal ventre del pescecane e dice: “Potrei avere qualcosa da mangiare senza rischiare di essere mangiato?”. Cioè: posso continuare a essere me stesso senza che la società che mi ospita divori la mia identità?».
Lei ha scritto “Il postino di Neruda”, in esilio.
«Il titolo originale è Ardiente paciencia. Un’espressione che Neruda aveva usato durante la cerimonia del Nobel, presa in prestito da Rimbaud».
Perché cambiò titolo?
«Agli editori italiani sembrava più appropriato Il postino di Neruda».
Una volta disse che deve molto al film con Troisi.
«Prima i miei romanzi erano tradotti in 15 lingue e ne veniva stampata una nuova edizione ogni tre anni. Dopo il film si passò a 35 lingue e a un’edizione l’anno. A settembre Placido Domingo porterà in scena a Los Angeles un’opera lirica ispirata al Postino».
Lei ha conosciuto Troisi?
«L’ho incontrato una volta. Mi voleva mostrare come avrebbe interpretato il protagonista. Poi parlammo per ore: di donne e di calcio».
Donne. Il Cile ha avuto per quattro anni una presidentessa donna: Michelle Bachelet.
«Bachelet è una metafora, un simbolo vivente del Cile: il padre era un militare contrario a Pinochet, che morì dopo l’arresto. Lei è stata imprigionata, esiliata, ha fatto la resistenza, è stata ministro e infine, da presidente, ha dimostrato un forte spirito di riconciliazione».
Ora in Cile c’è un presidente di centrodestra, Piñera. È anche un imprenditore televisivo. Come il nostro Berlusconi.
«E come lui non è altissimo. Bachelet ha lasciato la presidenza con l’80% dei consensi. Ma non era rieleggibile. Tra quattro anni si potrà ripresentare. Posso essere sincero?».
Certo.
«Piñera sta seguendo esattamente la linea della concertazione democratica dei precedenti governi a guida socialista e democristiana: Bachelet, Lagos…».
Lagos nel 2000 la fece ambasciatore in Germania. Allende nominò Neruda ambasciatore a Parigi.
«Sono stati ambasciatori anche il messicano Carlos Fuentes e il guatemalteco Octavio Paz. È un modo per far capire al mondo quanto amiamo la letteratura».
Neruda, Paz… Tutti Nobel…
«Io no».
Lei ha preso altri premi: il Planeta, il Medici…
«Sono legato al Premio Flaiano. Mi riconosco in una frase dello stesso Flaiano: “Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole”. Io sono un sognatore».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Per molto tempo mi sono preoccupato solo di me stesso. Fino al 1969. Poi ho imparato a occuparmi degli altri. Si vive meglio».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Nel 1967. Quando ho deciso di scrivere a modo mio. Senza badare alle mode o alle pressioni degli editori. Così ho trovato la mia identità narrativa».
Che cosa guarda in tv?
«Solo il calcio. Ma la tv mi piace. Rientrato dall’esilio, dopo il 1989, ho condotto una trasmissione che si chiamava Lo show dei libri. All’inizio non volevano farmela fare».
Perché?
«Per snobismo. Perché si aspettavano un impegno più politico. E perché i libri in tv non sfondano. Per me, invece, era importante riavvicinare i cileni alla lettura».
Risultato?
«La prima settimana facemmo il 3% di share. La seconda il 7%. Alla quinta, la nostra era una delle cinque trasmissioni più seguite del Paese. Sono andato avanti dieci anni».
Qual è il libro della sua vita? Il preferito?
«L’Amleto di Shakespeare».
Un autore italiano?
«Calvino e Pratolini».
Il film?
«I soliti ignoti… esilarante. E poi Cabaret: sintesi di musica, politica e spettacolo».
La canzone?
«Ne me quitte pas, di Jacques Brel e In my life dei Beatles. In my life, I’ve loved them all…».
Che fa, canta?
«E quando posso ballo».
Specialità?
«Il twist. Quando ero ragazzo, a Santiago, ci scatenavamo con Edoardo Vianello: “Guarda come dondolo”. Scrivo pure canzoni. Ora sto finendo i testi per un disco di Toquinho, il chitarrista brasiliano. Lavoriamo insieme da due anni. Mi ha regalato la chitarra con cui ha composto Acquarello. La tirerò fuori dalla custodia solo se Eric Clapton mi verrà a trovare a Santiago e mi chiederà di suonarla».
Domanda finale. Quanto costa un litro di latte?
«Non lo so. Se entro in un supermarket, mi viene uno svenimento». 
 www.vittoriozincone.it
 © RIPRODUZIONE RISERVATA

Categorie : interviste
Commenti
akio 16 luglio 2010

grazie vittorio per questa perla!

vz 16 luglio 2010

@akio:
prego!

uic 20 luglio 2010

una delle più belle.

vz 20 luglio 2010

@uic: evviva evviva!

sacco 22 luglio 2010

stupefacente… grazie di esistere

panzetta 22 luglio 2010

non ci sono parole…

vz 22 luglio 2010

@sacco&panzetta:
Grazie Sacco, ma soprattutto grazie Panzetta. So che vengono dal cuore.

Tiziano Tommesani 29 ottobre 2011

Egr. dott. Zincone,

Il teatro Dehon di Bologna (www.teatrodehon.it) vorrebbere mettere in scena ARDENTE PAZIENZA di Antonio Skarmeta, ma non riusciamo a metterci in contatto (per i diritti d’autore) con un suo rappresentante italiano né con lui. Lei, con la sua infinita gentilezza, potrebbe fare qualche cosa per noi? La ringrazio in anticipo. Cordiali saluti. Tiziano Tommesani. Cell. 347-5737776

Lascia un commento