Enrico Rossi (Sette – luglio 2010)

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Enrico Rossi, 51 anni, presidente della Toscana, è figlio dell’antico apparato comunista e della provincia operaia. Lo incontro a palazzo Strozzi Sacrati, a Firenze: affreschi alle pareti e wireless in ogni stanza. Mi accoglie in maniche di camicia. È alto e parla con voce piana. Sfoggia toscanismi: duecentocinquanta euro, diventano dogenginquanteuro. È antiblairista, antileaderista e sostiene che un po’ di berlusconismo abbia attecchito anche tra i “democratici”. Quando gli cito il suo collega del Pd, Enrico Letta, che vorrebbe un “partito più sexy”, mi guarda come se fossi un marziano. Rossi, che prima di diventare governatore ha amministrato la salute dei toscani per due lustri, è un paladino della sanità pubblica (“Laica e con i conti a posto”). Ora è in trincea per difendere le casse delle Regioni dai tagli tremontiani: «Vedo un governo centralista, che usa il federalismo per scaricare la crisi sui livelli regionali».
Dovete tagliare e tagliare.
«In Toscana abbiamo tagliato pure il numero di assessori da 14 a 10».
I governatori Zaia e Cota si ridurranno lo stipendio.
«Anche dopo la riduzione, il loro stipendio sarà molto superiore al mio».
Lei quanto guadagna?
«Settemilacinquecento euro al mese. Tanto. Però viaggio in seconda classe. Lo dovrebbero fare tutti. Fa bene. Si sta tra i cittadini».
L’accuseranno di demagogia.
«So che risparmi simili sono più simbolici che efficaci. I problemi sono altri. Ma la sinistra deve riappropriarsi anche di gesti simbolici».
Il suo slogan/simbolo per il futuro del Pd?
«Il Pd deve viaggiare in seconda».
Le Regioni spendono e spandono per la sanità.
«La sanità toscana ha i conti in regola: pareggio di bilancio. È stata lodata pure da Tremonti».
Come ci siete riusciti?
«Con regole anti-lottizzazione per la scelta del personale, autovalutazioni quotidiane e con l’occhio fisso sui conti».
La differenza fondamentale con la sanità lombarda?
«In Lombardia la sanità è in mano ai privati. Al profitto. Questo mette a rischio l’equità di accesso ai servizi».
Il Lazio…
«Nel Lazio c’è il non governo della sanità. Da anni. Troppe pressioni e troppi privati in gioco. Per gestire la sanità bisogna faticare giorno dopo giorno. La politica deve imporre anche sacrifici».
La sua mannaia dove ha colpito?
«Ho chiuso cinquanta ospedali e molti “punti nascita” periferici, per esempio. Ma poi qui abbiamo tolto il ticket sui farmaci. E grazie alla sanità in pareggio, le nostre tasse regionali (Irap e Irpef) oggi sono di 16,30 euro pro capite. Nel Lazio se ne pagano 178,31».
È vero che da voi la fecondazione assistita è gratis?
«Si paga un ticket di qualche decina di euro. L’ho considerata una scelta pro-life».
Il fronte pro-life contesta la sperimentazione della pillola abortiva Ru486.
«Siamo in Europa. Punto».
La sanità toscana, il 70% del bilancio regionale, è sempre stata gestita da ex Pci. Ora lei l’ha affidata a Daniela Scaramuccia, manager 36enne di McKinsey.
«Una scelta gramsciana: la competenza in politica. L’opposto del chiacchiericcio televisivo. Scaramuccia è una scelta innovativa».
Anche nel Pd si dovrebbe rinnovare la classe dirigente?
«Sì. Ma premiando il merito. E dando al merito un’accezione non berlusconiana».
E cioè?
«Quella che mi ha suggerito mio figlio Cesare, ventunenne, durante l’ultima campagna elettorale: la meritocrazia è il principio per cui si premia chi si impegna di più per dare di più agli altri».
Una socialmeritocrazia.
«Accettabile pure da chi ha radici egualitariste come me».
Radici. Mi racconta la sua infanzia?
«Sono nato nel padule di Bientina. Mia madre era operaia tessile. Mio padre camionista».
Lei era adolescente negli anni Settanta. È stato gruppettaro?
«Al ginnasio ho avuto una piccola sbandata per il gruppo del Manifesto. Avevo già la tessera dei giovani comunisti della Fgci. In quel periodo conobbi Renzo, un compagno operaio della Piaggio di Pontedera. Mi fece da guida».
Università?
«A Pisa. Filosofia. Avrei voluto fare politica lì. Ma il partito mi chiese di candidarmi a Pontedera».
Obbedì?
«Certo. Dopo la laurea cominciai a collaborare con il Tirreno. Feci pure domanda per insegnare in una scuola di Lecco».
Non la presero?
«Al contrario. Ma nel frattempo mi era arrivata l’offerta di fare il funzionario di partito. Per me era il massimo. Divenni vicesindaco».
Da sindaco di Pontedera vinse la battaglia per mantenere in città gli stabilimenti Piaggio.
«Volevano trasferirli a Nusco, in Campania. Bloccammo tutto e poi facemmo l’accordo. Quelli di Rifondazione tappezzarono la città con manifesti in cui mi si dava del traditore. Loro l’accordo non lo gradivano».
La storia si ripete. A Pomigliano con la Fiat.
«Lì si esagera. Nell’accordo si tocca un principio fondamentale: il diritto allo sciopero».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Accettare di fare politica, nel 1989».
Come visse in quell’anno il crollo del Muro, la svolta di Occhetto, il cambio del nome…
«Ero d’accordo con la svolta. Sono meno d’accordo con chi non rivendica il nostro passato».
Fassino e Veltroni in tempi diversi hanno detto che Craxi innovò più di Berlinguer.
«Non amo il revisionismo degli epigoni che lei ha citato. Anche loro sono figli della storia del Pci. Una storia fatta di eticità della politica. Certo, negli anni Ottanta eravamo ingessati. E prima avevamo commesso un vero delitto».
Quale delitto?
«Non uscire in tempo dalla gabbia sovietica. Recentemente a una cena pisana in cui si discuteva della qualità della classe dirigente, ho chiesto ad Alfredo Reichlin: “Se eravate così bravi, perché non vi siete accorti di quanto fosse tragico il legame con l’Urss?”».
Che cosa le ha risposto?
«Credo che nel suo ultimo libro, Il midollo del leone, su questo punto ci sia una forte autocritica».
Reichlin scrive anche: «Non è stata solo colpa della destra se l’asse della politica si è spostato verso una sorta di neoindividualismo rampante».
«Musica per le mie orecchie».
Enrico Letta recentemente ha lanciato una provocazione: «Dopo Berlusconi, sarà possibile avere una guida non carismatica?».
«Se per leader carismatico si intende quello che va in tv, il fighetto, mi auguro che se ne possa fare a meno. Anche perché Berlusconi il carisma ce l’ha, e gli viene dalla sua storia. Su quel piano, partiamo sconfitti».
Mi sembra di capire che non fa suo lo slogan lettiano “Dobbiamo diventare più sexy”.
«Direi di no. Invece di aspirare a una sensualità politica dovremmo tornare a rappresentare il lavoro. L’idea che un partito laburista non debba avere un blocco sociale di riferimento viene da Tony Blair. Io considero il blairismo una malattia mortale della sinistra».
Opposizione debole e litigi. Ignazio Marino recentemente ha definito il Pd un bradipo quando si deve muovere sul territorio e un rapace quando c’è da gestire le poltrone.
«Definizione fantasiosa».
Si discute anche sulla selezione della classe dirigente: primarie sì o no.
«Ho fatto le primarie due volte per essere candidato consigliere regionale».
Ma non per la candidatura alla presidenza della Regione.
«Non ce n’è stato bisogno».
Il segretario del Pd va scelto con le primarie?
«Il segretario va scelto dagli iscritti. Il candidato premier con le primarie allargate».
C’è chi pensa che un buon candidato del centrosinistra potrebbe essere Vendola.
«Reintrodurrei il costume per cui prima di candidarsi premier si dovrebbe svolgere fino in fondo il ruolo per cui si è stati eletti. Trovo singolare il modo in cui la nuova politica sembra allergica al cursus honorum».
Vendola ha decenni di esperienza alle spalle.
«È appena stato rieletto. Dimostri di gestire bene la sanità e di non sfondare i bilanci, prima di ambire alla premiership. Vengo da una scuola politica in cui i passaggi avvengono secondo un principio di rinnovamento nella continuità. Il Pd dovrebbe ritrovare questo passo».
Vede molti saltatori di tappe?
«Succede quando il partito smette di avere una progettualità, di essere un insieme di persone con lo stesso obiettivo al servizio del Paese. Oggi prevale un’idea berlusconiana e liberista».
Anche nel Pd?
«Anche. C’è la centralità assoluta dell’individuo».
È un male?
«Sì. Se il successo personale va a scapito di quello collettivo».
Lei è favorevole alla doppia affiliazione: partito/massoneria?
«Appartengo alla nobile razza di chi ritiene l’iscrizione alla massoneria prima di tutto volgare. Passare dal partito di massa al partito massone, mi pare eccessivo».
Un ex sindaco di Pistoia del Pd ha proposto di eliminare tutte le vie intitolate a Togliatti.
«Mi pare un errore. Soprattutto storico».
Errori. Negli ultimi anni, il Pd toscano ha avuto molti guai giudiziari: assessori indagati e costretti alle dimissioni… E poi, Criccopoli…
«Distinguiamo. Alcuni esponenti del Pd sono stati sottoposti a verifiche giudiziarie. Ma non ci avviciniamo nemmeno lontanamente alla situazione di Criccopoli».
A cena col nemico?
«Con Fini. Anche se, diciamolo: lui alza il dito contro il premier e poi lo stesso dito lo usa per votare le leggi di Berlusconi… Così alla fine la compagine di governo resiste».
Lei ha un clan di amici?
«Pochi. Uno su tutti: Roberto. Fa teatro».
L’errore più grande che ha fatto?
«Mi conosco abbastanza per sapere che lo rifarei».
Il libro preferito?
«L’Odissea. C’è tutto. L’ho letto a mio figlio quando aveva cinque anni».
Il film?
«Amo Kubrick. Ma Blade Runner di Ridley Scott è il massimo».
La canzone?
«Perfect Day di Lou Reed».
Quanto costa un litro di benzina?
«Uno e trentasette?».
Sa che cos’è Twitter?
«Sì, ma preferisco Facebook».
I confini dell’Afghanistan?
«Pakistan, Iran e qualche ex repubblica sovietica?».
All’incirca. L’articolo 41 della Costituzione?
«È quello che sancisce la libertà di iniziativa privata. Devo ancora capire perché Berlusconi ci tiene tanto a modificarlo».

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Commenti
Carlo Roggi 19 aprile 2011

Sono pontaderese, ho 72 anni e un passato di sindacalista (35 anni in CGIL dei quali molti come dirigente nel sindacato delle telecomunicazioni) e di iscritto al PCI.
Ho fatto tutto il percorso fino al PDS, poi ho detto basta perchè non capisco più dove va la sinistra.
Ho molta stima per Enrico Rossi e ne ho sempre avuta, condivido tutte le sue idee sull’argomento della provenienza, a me il partito ha dato molto, mi ha insegnato le regole di vita fondamentali; è vero ha anche fatto degli sbagli ma meglio gli sbagli del vecchio PCI che i non sbagli di chi non sa scegliere una strada e lascia aperte tutte le ipotesi perchè ha paura di perdere voti.
Spero di arrivare a vedere uomini come Enrico rossi alla guida del PD, allora riprenderò la tessera perchè ci sarà da lavorare duro per recuperare il terreno perso dagli attuali dirigenti.
Forza Enrico, continua così, ogni volta che ti sento parlare mi ricordi un altro ENRICO.
Auguri per tutto e per la tua vita.
Carlo Roggi.

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