Pierluigi Celli (Sette – luglio 2010)

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È stato top manager nell’Enel di Kaiser Franz Tatò, tagliatore di teste nell’Olivetti guidata da Carlo De Benedetti, capo del personale nella neonata Omnitel e leader della formazione nell’Eni di Bernabè. Ma dato che è stato pure direttore generale della Tv di Stato, il vero specchio delle brame italiane, Pierluigi Celli, 68 anni, si ritrova sempre a raccontare di quando era il boss di viale Mazzini. Dopo un’ora d’intervista, un’ora zeppa di raccomandati e di trombati, mi dice: «Ma non staremo parlando un po’ troppo della Rai?».
Celli ha nuotato con disinvoltura nelle acque alte del potere italiano e ne ha tratto una conclusione: Comandare è fottere. Qualche anno fa ci ha pure scritto un libro. Dopo aver “comandato&fottuto” durante tutta la Seconda Repubblica, da cinque anni dirige l’Università confindustriale Luiss. Ci è arrivato da montezemolino e dato che ora la presidenza dell’ateneo è passata nelle mani di Emma Marcegaglia, i maligni sostengono che la sua poltrona sia un po’ traballante.
Celli nel frattempo si diverte a lanciare provocazioni. Tra le ultime c’è una lettera aperta a suo figlio Mattia, in cui lo invita ad andarsene da quest’Italia incancrenita che premia il mediocre e non il merito. I più critici hanno grugnito: «Ma perché non se ne va lui?». Lui ha spiegato: «Volevo solo far parlare del futuro dei giovani».
Lo incontro nella sede pariolina dell’Università, dove a settembre verrà inaugurato un corso per iniziare i laureati alla gestione della politica, una School of Government. Partiamo da qui.
Una scuola di governo, nell’Italia dei politici cooptati?
«Prepariamo i ragazzi in attesa che si cominci a scegliere chi è preparato. Questa tendenza a cooptare solo i fedeli portaborse deve finire».
Un politico non si forma meglio in una sezione di partito?
«Era così quando i partiti, oltre alle sezioni, avevano anche le loro scuole. La Dc aveva la “Camilluccia”, il Pci le “Frattocchie”. Cercheremo di dare un’apertura internazionale agli studenti. Oggi, comunque, oltre ai professori servirebbero dei maestri».
Gramsci scrisse: «Nel succedersi delle generazioni può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio: la generazione che abbia potuto educare i giovani».
«La mia generazione in parte ha scelto di non prendersi questa responsabilità. Ora è tempo di rimediare e di dare spazio ai ragazzi».
Dicono tutti così.
«Alla Luiss ci sono una radio e una tv gestite dagli studenti. Il mio vice l’ho nominato che aveva 33 anni. Premio il merito».
Il merito è da anni il suo “Leitmotiv”.
«Ma nella classifica dei guai nazionali l’assenza di meritocrazia è stata superata dall’assenza di vergogna: regalie, aiutini, vorticosi cambi di opinione. Quando vedi che al vertice ci si permette di tutto, anche tu che stai sotto ti senti giustificato».
Il vertice? Si riferisce al premier?
«Il sistema diseducativo ha figliato anche nel centrosinistra».
Mi fa un esempio?
«Quando sono diventato direttore generale della Rai ho imposto a mia moglie di lasciare il suo posto di dirigente della Fiavet, la federazione delle agenzie di viaggio, che aveva rapporti con viale Mazzini. Mi sarei vergognato se fossimo incappati in un conflitto di interessi. Ora trovare un incarico alla propria moglie o alla propria fidanzata sembra diventato un obbligo morale».
Raccomandazioni. Lei stesso ha raccontato di aver ricevuto molte segnalazioni quando era al vertice della Rai. Un politico le portò una ballerina zoppa da sistemare. E la giornalista Anna La Rosa…
«…era sponsorizzatissima. In maniera bipartisan. Il più infervorato era Lamberto Dini. Ci litigai perché la voleva vicedirettore».
Anche lei venne “raccomandato” dalla politica, in quota Massimo D’Alema.
«Sì. Ma io D’Alema quasi non lo conoscevo. Io stavo benissimo all’Enel con Tatò, quando mi telefonarono lui e Franco Marini, nel 1998».
Se non era un fedelissimo, perché chiamarono lei a capo della ultra-politicizzata Rai?
«Gli serviva un manager che avesse avuto esperienza in Rai. Io ero stato capo del personale nel 1993. Credo che sulla mia nomina poi abbia pesato la segnalazione di Gianni Minoli».
Lei ricambiò il favore facendolo fuori. Zac.
«Eravamo amici da decenni. Pensi che nel 1979, nel numero zero di Mixer, c’ero io che simulavo di essere un generale in un dibattito sulla guerra».
Ora Minoli le dedica appellativi poco lusinghieri, come “manager per caso”.
«Dovevo mantenere l’unicità del comando. E Minoli è uno che la mette in discussione e tende a condizionarti. Oggi non rifarei quel taglio. Minoli è un fuoriclasse».
Ha raccontato di essersi dimesso dalla direzione Rai, nel 2001, in polemica con la trasmissione di Luttazzi con Travaglio ospite. Travaglio le ha fatto notare che quando lei si è dimesso, lui non era neppure stato invitato.
«Ho sbagliato la ricostruzione temporale. Ma non le ragioni delle dimissioni: consideravo un errore schierare la Rai contro Berlusconi. Lo dissi sia al presidente Zaccaria sia a Veltroni. Veltroni ora me ne dà atto».
La sua Rai fu…
«Celentano, Fiorello… Fiorello non lo voleva nessuno. Quando lo incontro ancora mi ringrazia».
Come le sembra la Rai di oggi?
«Disarticolata. C’è un arretramento incredibile. Prima, con la lottizzazione, i partiti cercavano di piazzare i loro campioni per non sfigurare. Ora la cosa importante è avere buoni servitori. Pronti anche a fare pessime figure».
Sull’attuale direttore Masi ha detto: «Più sei protetto, meno sei autonomo».
«Le protezioni non sono mai gratuite».
Lo stesso Masi ha parlato di pressioni “che manco nello Zimbabwe”.
«Se non ti vergogni più di niente, le cose le capisci, ma le fai lo stesso».
Le trasmissioni di Santoro e di Dandini sono a rischio.
«Tagliare chi fa ascolti è deleterio. Basterebbe dargli delle regole e gestirli con saggezza. Lo dice uno che non ha mai avuto un buon rapporto con Santoro. Lui rientrò in Rai con me direttore».
Dopo la parentesi di Mediaset.
«Sì, lo volle Saccà, che allora era direttore di Raiuno».
Poi, nel 2002, da direttore generale Saccà fece fuori Santoro, dopo l’editto bulgaro di Berlusconi. Anche lei, nel 1994, era stato allontanato dalla Rai.
«La presidente Letizia Moratti mi costrinse alle dimissioni per giusta causa. Non mi voleva più come capo del personale».
E lei fece causa alla Tv di Stato.
«Per essere risarcito. Non per essere reintegrato. Se un manager non è gradito alla proprietà è inutile che resti».
Ruffini, direttore di Raitre, ha appena ottenuto il reintegro in Rai. E anche Caprarica del Gr lo ha chiesto.
«Ruffini è bravissimo. Ma ha un po’ la sindrome di chi è stato allevato in Rai: alla fine pensa che non ci sia un altro sbocco».
Alla Rai, nel ’93, lei cominciò da licenziatore.
«C’erano da fare tagli pesantissimi. La Rai aveva voragini in bilancio. Prepensionammo centinaia di persone».
Allora venne epurato pure Vespa.
«Il presidente Dematté non lo voleva. Io allora consigliai di nominare Vespa capo delle relazioni istituzionali Rai, il corrispettivo di quel che era allora Letta per la Fininvest. Non mi ascoltarono».
La sua fama di tagliatore di teste poi si è consolidata alla Olivetti.
«Nel ’94 De Benedetti mi chiamò per lo start up di Omnitel, ma poi mi chiese di passare alla Olivetti».
Perché?
«C’erano da tagliare migliaia di posti di lavoro. Accettai a patto di cominciare dai manager. Il primo fu il suo assistente. Era in età da pensione. De Benedetti volle comunicarglielo di persona».
Si è mai sentito in colpa per aver lasciato tanta gente senza lavoro?
«Certo. Di notte non dormivo».
Nel libro Comandare è fottere lei conclude dicendo che la gestione del potere ti rovina la vita. Lei se l’è rovinata?
«No. Io ho sempre salvaguardato una parte della mia vita dalle dinamiche del potere. Pensi che non sono mai stato nel salotto della Angiolillo. E lei si infuriava per i miei rifiuti».
Non è che spunta una foto d’antan del dagospiante Pizzi che la smentisce?
«Impossibile. E comunque io ho cominciato a far carriera a cinquant’anni».
E prima?
«Mi sono occupato di formazione in pratica fino al ’93. Sono nato in una famiglia abbastanza povera. Mio padre era muratore. Dopo il collegio, cominciai a fare lo stradino: fissavo a terra i sampietrini. A furia di stare rannicchiato mi si spappolò la cistifellea».
Ahi.
«Be’, se è per questo in Angola, dove lavoravo come formatore per i Progetti Snam, mi presi la malaria. E sei anni fa ho avuto un doppio tumore. Vivo per miracolo».
A cena col nemico?
«Marco Travaglio. È bravo, anche se continuo a considerarlo la gastrite della sinistra».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Il secondo matrimonio. Dal primo ho avuto una figlia, Maddalena, suora di clausura. È clarissa a Gorizia».
Che cosa guarda in tv?
«I Tg. Soprattutto il Tg2 di Orfeo. Bravo».
Il Tg1 di Minzolini?
«Un po’ troppo fazioso».
Chi sarebbe un buon direttore del Tg1?
«Mentana, il più bravo».
Mentana ora è a La7.
«E sono contento. Un Paese che tiene lontano dal video uno come lui non funziona bene».
Il film preferito?
«Orizzonti di gloria, di Kubrick».
La canzone?
«La guerra di Piero, di De André».
Il libro?
«I miserabili di Hugo. È il miglior testo manageriale in circolazione: la descrizione di come si gestisce una corte è eccezionale».
Sa quali sono i confini di Israele?
«Giordania, Egitto, Libano… la Siria?».
Sì. Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e qualcosa. Faccio la spesa».
Quanti articoli ha la Costituzione?
«Centoquaranta e qualcosa?».
Centotrentanove. Che cosa è Twitter?
«Un sistema di comunicazione sintetico».
Lo usa?
«Non esageriamo. Fino a un anno fa scrivevo solo a penna».

www.vittoriozincone.it
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Categorie : interviste
Commenti
osvaldo 16 luglio 2010

Meritocrazia???Lui che in Luiss ha portato il clientelismo, si è circondato di una marea di consulenti “amici” ed imprese “amiche” allle quali REGALA i soldi dell’università!!
Meritocrazia??Io direi un’infinità di ipocrisia….CHI LO SA SE LA MARCEGALI SA TUTTE QUESTE COSE

vz 19 luglio 2010

@osvaldo:
elencare consulenti amici e imprese amiche, please. le accuse generiche sono troppo semplici!

stefania 5 novembre 2010

Ho avuto la fortuna di conoscere Piero Celli in un particolare momento della vita. Parlo di fortuna perchè ho incontrato un uomo di rara umanità, capace di dare attenzione e affetto come solo le persone vere, che hanno conosciuto il dolore e la sofferenza sanno trasmettere.
Lo stimo e lo apprezzo per il grande lavoro svolto in Luiss. Basta vederlo quando sta con i ragazzi dell’Università, per i quali fa moltissimo, per capire lo spessore della persona.

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