Giuseppe Ayala (Sette – giugno 2010)

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Incontro Giuseppe Ayala, 65 anni, nella sua abitazione romana, in pieno centro. Parla svelto e con forte accento palermitano. Ogni tanto traduce: «“Accura” vuol dire “stai attento”». Spara un «m-i-n-c-h-i-a», sospirato, quando gli leggo le agenzie con le dichiarazioni del procuratore antimafia Pietro Grasso sulle bombe del ’93 tese a causare disordine per dare “la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione”. Spiega: «Grasso è persona cauta. Se ha detto certe cose…».
Attualmente Ayala è consigliere presso la corte d’Appello de L’Aquila, ma in passato, oltre ad aver frequentato la politica (prima con i repubblicani e poi con i Ds), è stato uno dei magistrati blindati nella trincea del maxi-processo antimafia. Su quel periodo, vissuto al fianco di Falcone e Borsellino, ha scritto un libro: Chi ha paura muore ogni giorno (Mondadori, 2008). Subito dopo avergli stretto la mano, chiedo: «Sbaglio o il suo saggio ha bisogno di un aggiornamento?». Sorride: «Già». Tra barbe finte acquattate dietro ogni pertugio siciliano, dna riscontrati dopo ventuno anni e trattative segrete bisbigliate nei corridoi ministeriali, la storia di quegli anni viene continuamente riscritta.
Il giornalista Attilio Bolzoni, nel libro “FAQ Mafia” (Bompiani), rivela nuovi particolari sul fallito attentato a Falcone del 21 giugno 1989 all’Addaura. Si parla di un mafioso che si butta in acqua col telecomando della bomba per non farsi vedere dalla polizia e di servizi segreti buoni e cattivi che si incrociano sugli scogli.
«È la conferma alle parole di Falcone».
Quali parole?
«Quelle che mi disse subito dopo aver saputo dell’attentato, quando lo portarono al Palazzo di Giustizia. Poi ribadì tutto in un’intervista pubblica».
Mi racconta l’incontro dopo l’attentato?
«Falcone aveva mezza barba fatta e mezza no, perché lo avevano strappato via dal luogo dell’attentato. Non lo sapevo, quindi lo presi in giro. Ma non era dell’umore».
Che idea si è fatto dell’attentato?
«Cito Falcone: “Ci troviamo di fronte a menti…”».
“…raffinatissime che cercano di orientare certe azioni della mafia”. Parole ultra note.
«C’è di più. Falcone disse anche che “esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi”».
Intendeva i servizi segreti?
«Pezzi deviati dei servizi».
Sugli scogli dell’Addaura si affrontarono apparati sani e meno sani dello Stato?
«Direi di sì. La mafia, da sempre, è una componente organica nella gestione del potere in Italia. Perché non ci dovrebbero essere anche schegge dei servizi legati alla mafia?».
Ne avevate mai avuto il sospetto?
«La possibilità non ci sfuggiva. Una volta raccontai a Giovanni che Contrada mi aveva voluto incontrare. Lui mi prese a braccetto e disse: “Accura a Contrada”: stai attento».
I servizi compaiono anche nella famosa “trattativa”. Massimo Ciancimino ha raccontato di tal signor Franco…
«Non conosco le carte del processo. E non conosco Massimo Ciancimino. Però ho firmato il mandato di arresto del padre, don Vito».
Si sarà fatto un’idea sull’accordo tra Stato e mafia di cui parla Ciancimino jr.
«È una storia molto scivolosa. Chi si sarebbe seduto al tavolo a trattare?».
Totò Riina per bocca di Vito Ciancimino e poi gli ufficiali del Ros, De Donno e Mori, no?
«Vogliamo scherzare? E la copertura politica in grado di soddisfare le richieste della mafia da chi sarebbe venuta?».
Sono spuntati vari nomi di politici che sapevano…
«Mancino e Rognoni, lo so. Ma gli smemorati non ricordano che Rognoni è l’autore della legge che introdusse il 416bis e rafforzò le confische dei patrimoni mafiosi. Mancino firmò il ddl che salvò il maxi-processo. Io metto la mano sul fuoco solo su me stesso. Ma insomma…».
Durante un’intervista lei ha citato l’incontro tra Mancino e Borsellino in cui si sarebbe parlato proprio della “trattativa”.
«Ho chiarito con la procura di Caltanissetta. Si è trattato di un’intervista telefonica con lapsus… Volevo dire che l’incontro secondo me non c’è stato, vista la mancata annotazione sull’agenda di Mancino. Mi è sfuggito di dire la parola “mancata”».
C’è chi ha detto che si è rimangiato tutto.
«Da uomo d’onore, nel senso buono del termine, ribadisco che l’annotazione sull’agenda di Mancino non c’era».
Uomini d’onore. Lei è di Caltanissetta. Da ragazzo percepiva la presenza della mafia?
«Raramente si sentiva pronunciare quella parola. Si sapeva chi comandava. Ma non si conosceva l’entità del fenomeno. Lo stesso Borsellino rimproverò a se stesso una “colpevole indifferenza”, fino a quando non se ne è occupato per lavoro. Sarò poco modesto…».
Non lo sia.
«La mafia in pratica l’abbiamo scoperta noi che abbiamo fatto il maxi-processo. Prima non si sapeva davvero quanto fosse potente e che rapporti avesse la mafia con la politica».
Lei come si avvicina alla magistratura?
«Dopo la laurea in legge, divenni avvocato. Ma nel 1973, durante un processo ad Agrigento, cominciai a pensare che la prospettiva di difendere anche i mafiosi non mi stava bene. Passai alla magistratura».
Il primo incarico?
«Pretore a Mussomeli. Un comune in provincia di Caltanissetta con una storia mafiosa importante».
Alla procura di Palermo quando ci arriva?
«Nel 1981. Falcone era già stimatissimo».
Come lo conobbe?
«Tramite Alfredo Morvillo. Un amico, la cui sorella Francesca allora cominciava a frequentare Giovanni. La prima volta lo incontrai nel bar del tribunale. Fu la svolta della mia vita. L’altra è stata quando ce l’hanno tolto».
La strage di Capaci: 23 maggio 1992.
«Nino Caponnetto, monumento dell’antimafia, disse che Giovanni cominciò a morire nel gennaio 1988: quando il Csm preferì Meli a Falcone come capo dell’Ufficio Istruzione».
Nel suo libro lei è durissimo con il Csm.
«Con la maggioranza che prese quella decisione. Si sapeva che Meli avrebbe indebolito il pool: aveva un’altra idea della lotta alla mafia. Chi meglio di Falcone, trionfatore del maxi-processo, avrebbe potuto ricoprire quel ruolo? Il Csm ha una responsabilità storica».
Lei come spiega quella decisione?
«Per quanto riguarda il Csm, a voler essere generosi, si trattò di sciatteria istituzionale. Ma in quel periodo lo Stato fermò se stesso».
Possibile?
«Sì. Noi avevamo avuto grande libertà di manovra durante la guerra di mafia tra corleonesi e palermitani. Cioè quando a quella parte di politica e di istituzioni disposta a brigare con la malavita era mancato un interlocutore solido in Cosa Nostra. Fu un periodo magico. In pochi mesi venne costruita pure l’aula bunker. Manderei le scuole a visitare quell’edificio… Perché è la dimostrazione del fatto che quando lo Stato vuole, può! Dopo la sentenza del maxi-processo, del dicembre 1987 però, le cose cambiarono».
Come mai?
«La guerra di mafia era finita. I corleonesi avevano trionfato e la parte marcia dello Stato aveva di nuovo i suoi interlocutori malavitosi».
Lei ha un clan di amici?
«Quelli della gioventù palermitana: Antonio, inguaribile repubblicano, Raffaele, avvocato penalista, Roberto, ricco barone, ma che lavora. Erano cari amici Paolo e Giovanni. Lo sa che la foto di loro due che sorridono insieme è stata scattata durante un convegno per lanciare la mia candidatura coi repubblicani nel 1992?».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Ne ho fatti molti, ma nani».
Credevo mi dicesse l’episodio del suo scoperto bancario che le costò il trasferimento da Palermo.
«Il Csm anche in quell’occasione ha scritto una brutta pagina. Non avevo fatto nulla di male. Molti mi hanno chiesto scusa».
Falcone nei suoi ultimi anni di carriera venne attaccato anche dalla politica.
«Quelli del Pds lo criticavano perché lo consideravano troppo vicino ai socialisti. Mentre nel 1991 Leoluca Orlando fece un esposto contro di lui al Csm. Nessuno si è ancora scusato».
Falcone definì gli orlandiani “komeinisti”.
«Quando venimmo a sapere dell’esposto, pensammo a Sciascia e ai professionisti dell’antimafia».
Camilleri ha detto che Sciascia avrebbe dovuto evitare di scrivere “Il giorno della civetta”: perché il protagonista mafioso è troppo affascinante.
«Un po’ è vero. Ma Sciascia fu anche il primo a parlare di mafia. E si sa che il silenzio è il miglior alleato della mafia. Per quanto riguarda le fiction che mandano in onda oggi il discorso è diverso».
Berlusconi ha criticato “Il capo dei capi”.
«Una volta ho parlato con insegnanti del quartiere Brancaccio infuriati per la serie».
Che cosa guarda in tv?
«Sport e film. I talkshow politici li guardo solo per far divertire mia moglie. Le anticipo le risposte di Tizio e di Caio…».
Il libro preferito?
«Cent’anni di solitudine di Márquez. Un giorno alzai lo sguardo dalle pagine e mi accorsi che era l’alba. L’avevo iniziato dopocena».
Il film?
«Sarò banale: Il gattopardo. Per un bel po’ il cinema è stato un lusso».
Quando viveva sotto scorta?
«Sì. Tra il 1983 e il 2002. Tante piccole rinunce alla fine logorano. Per fortuna le condividevo con altre persone».
Con chi?
«Con lo stesso Falcone. Facevamo le vacanze insieme. Una volta, a Vulcano, ci chiamarono d’urgenza perché un libanese vicino ai servizi, Bou Chebel Ghassan, sosteneva che fosse in preparazione un tremendo attentato».
Contro chi?
«Falcone o il prefetto De Francesco».
Era una balla?
«L’allarme era giusto. Il bersaglio no. Poco dopo morì Rocco Chinnici, punto di riferimento dei giovani magistrati palermitani».
I confini di Israele?
«Non ricordandoli tutti, mi astengo».
Siria, Giordania, Libano ed Egitto. Quanti sono gli articoli della Costituzione?
«Centotrentanove».
Sa che cos’è Twitter?
«È un modo per comunicare via Internet?».
Diciamo di sì.
«Ho un rapporto di diffidenza coi computer. Sono di generazione cartacea».
 www.vittoriozincone.it
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Categorie : interviste
Commenti
Salvatore 5 giugno 2010

Avendo letto l’articolo desidero fare una semplice precisazione e cioè che il primo incarico di Pretore da parte del dott. Ayala è stato svolto a MUSSOMELI(CL) e non come erroneamente indicato nell’articolo Mussumeli. Grazie
Distinti saluti.
Salvatore

vz 7 giugno 2010

@Salvatore:
correggo subito!
v.

fabio 24 giugno 2010

Ottima intervista tranne che per la parte su Sciascia e lo scivolone sul professionismo dell’antimafia: è ora di fare pesare questo errore di un grande scrittore verso gli eroi della lotta alla mafia.
fabio

vz 25 giugno 2010

Caro Fabio,
non sono d’accordo. Quello di Sciascia non fu affatto uno scivolone. Era un manifesto civile all’impegno collettivo. Per mettere in guardia i cittadini dalla retorica dell’eroismo e per invitarli a non ridursi ad essere un popolo che ha perennemente bisogno di eroi. Mi spiego: viva gli eroi, purché non siano usati dal resto della cittadinanza per sciacquarsi la coscienza (“tanto ci pensa Falcone, tanto ci pensa Saviano”) e per delegare ad altri la lotta alla mafia (che dovrebbe essere di tutti e quotidiana).

carmela torchiaro 7 luglio 2010

…AMMIREVOLE!

Katia 31 agosto 2010

Di certo l’articolo di Sciascia, come era facilmente prevedibile, fu molto strumentalizzato. Chi è di questo mondo e pensa che non servano gli eroi o è un mafioso o è un sognatore.

katia 1 settembre 2010

Noto, con piacere, di essere stata censurata.

vz 2 settembre 2010

@katia: ma perché il leggendario popolo di Internet salta subito a conclusioni tragiche? Censurata? L’ha mai sfiorata il pensiero che i commenti qui sono moderati e il moderatore ieri era in viaggio tra aeroporti e lavoro? O è più fico pensare subito: mi hanno censurata?
Nel merito: io non sono un sognatore e di sicuro non sono mafioso, ma vorrei vivere in un Paese in cui la lotta alla mafia la fanno tutti i giorni tutti i cittadini, a piccoli passi. In cui l’Antimafia (e questo voleva dire Sciascia al di là di ogni fraintendimento o strumentalizzazione) non è un modo per conquistare il potere politico o per fare carriera, ma lo strumento per sconfiggere i malavitosi, senza ideologie. Se poi lei pensa che sia meglio delegare a qualche eroe la lotta alle cosche, così che poi ognuno si può fare gli affari suoi (“tanto ci pensano Falcone e Borsellino”), abbiamo decisamente idee diverse. Senza il supporto dei cittadini non c’è eroe che tenga. E certo, so bene che le figure eroiche servono a risvegliare nei cittadini un po’ di senso civico, ma troppo spesso le persone amano delegare le proprie responsabilità. Agli eroi, appunto.

Katia 2 settembre 2010

Le chiedo scusa per la conclusione affrettata, cui sono giunta, riguardo al mio commento.
Gli eroi, soprattutto in un Paese come il nostro, sono fondamentali. Non già per delegare loro tutte le responsabilità, ma per porre le basi di quella coscienza civile che, per ragioni storiche ed opportunistiche, è, praticamente, inesistente. L’articolo di Sciascia arriva in un momento storico in cui l’opinione pubblica è fin troppo manipolabile e l’integrità di persone come Falcone e Borsellino messa continuamente in discussione. Purtroppo, dovevano morire (loro come molti altri) per risvegliare qualche coscienza. Mi chiedo quante coscienze abbia risvegliato l’articolo di Sciascia.
Mi scuso ancora per essere stata molto precipitosa. Cordiali saluti. Katia Quaranta

vz 2 settembre 2010

@katia: Sciascia prima di scrivere quell’articolo era stato il primo a parlare in maniera esplicita di mafia nei suoi romanzi. Il primo. Dato che lei mi sembra abbastanza attenta ai contesti, converrà con me che se una critica ai professionisti dell’Antimafia (che tra l’altro non si riferiva affatto a Falcone, sfiorava Borsellino e puntava soprattutto su Orlando e Pintacuda) viene dallo scrittore che per primo si è occupato di mafia in letteratura, con un effetto dirompente, andrebbe letta criticamente, come un contributo al dibattito. Solo un professionista dell’Antimafia la poteva considerare uno strumento per delegittimare l’antimafia. O no?

Katia 2 settembre 2010

Ho letto l’articolo. Così come ho letto il libro del dottor Ayala e l’intervista qui sopra riportata. A mio parere, l’articolo non sfiora Borsellino, lo tira proprio in mezzo, se mi è consentita l’espressione, gettando molte ombre sulla sua integrità. Orlando e Pintacuda non vengono menzionati (almeno non nell’articolo che ho letto io), i loro nomi possono essere dedotti solo da chi sia molto informato su certe faccende. Comprendo la diplomazia di Ayala nei confronti di Sciascia, che è, e resta, uno dei massimi esponenti della cultura italiana, del nostro secolo.

luigi 26 ottobre 2010

mi piacerebbe tanto che venga abrogato l’art 30 della legge 626/82 c.d. “rognoni la torre “, in quanto è una grandissima TRUFFA.

Fiorella 15 marzo 2012

Lei per me rappresentaval’essenza della giustizia e della legalità’.Quando piangendo per la morte dei nostri amati Falcone eBorsellino ha detto :e’finita: , io,come milioni di Italiani, dicevo no, non e’finita, finche’ ci saranno persone come Ayala. Oggi Lei viene a Civitavecchia a sostenere quel
candidato a sindaco. Credo che questa volta sia proprio finita,almeno pernoi. ed io oggi sto piangendo

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