Franco Frattini (Sette – maggio 2010)

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Proprio mentre sto per chiedere a Franco Frattini quanto sia complicato fare il ministro degli Esteri con un Berlusconi premier che appena può sfodera la sua diplomazia personale con i leader del globo, squilla il telefono. «Mi scusi», dice, chiedendomi di spegnere il registratore, «ho il Capo di Stato in linea». Parlano della trasferta del presidente della Repubblica a Washington, del nucleare iraniano e di Lula. Frattini riattacca sorridente e spiega che con Napolitano ha un rapporto antico: «Si saldò quando lui era ministro dell’Interno e io a capo del comitato di controllo dei servizi segreti. Nel 1996».
Incontro il numero uno della Farnesina in una stanzetta-museo. Foto con presidenti vari ammucchiate su un tavolo di vetro e gagliardetti assortiti di reparti militari alle pareti. C’è anche quello del reggimento a cui appartenevano i due alpini appena morti in Afghanistan. Partiamo da qui. Anche perché in Italia, ogni volta che cade un soldato si riapre il dibattito sul senso della nostra presenza militare all’estero. Persino il ministro leghista Calderoli (poi zittito da Bossi), si è chiesto che cosa ci stiamo a fare dalle parti di Kabul.

L’exit strategy prevede l’inizio del ritiro delle truppe nel 2011. È una data realistica?
«Sì. Ma non è un ritiro. Cominceremo il disimpegno solo nelle province in cui la polizia afghana sarà in grado di prendere il controllo del territorio».
Lei ha detto: «Ci si è accorti troppo tardi che in Afghanistan, oltre a portare i militari, si devono costruire ospedali e scuole».
«Ce ne siamo accorti noi italiani. E abbiamo appena aperto due ospedali a Herat. Mi fa piacere che dall’amministrazione Obama arrivi condivisione del nostro metodo».
Gino Strada, di Emergency, urla da un decennio lo slogan: «No alla guerra. Più ospedali, meno Predator».
«E infatti lo abbiamo sempre aiutato. Ma Strada sbagliava a parlare di guerra».
Perché è così complicato usare quella parola?
«In Afghanistan c’è stata una missione voluta dall’Onu per liberare il Paese dal regime talebano. E ora è in corso un’azione di stabilizzazione che richiede sicurezza sul territorio».
Si bombarda. La sinistra italiana sperava che con Obama le cose cambiassero.
«Solo una lettura superficiale di Obama da parte della sinistra con le bandiere arcobaleno poteva far pensare a un leader americano pacifista in ritirata. I più intelligenti, come D’Alema, sapevano bene che Obama non se ne sarebbe andato dall’Afghanistan. E che, anzi, avrebbe mandato più truppe».
Obama ha vinto il Nobel per la pace.
«Obama vuole la pace come la vogliamo noi: disarmando i terroristi e riducendo le armi nucleari nel mondo. Il Nobel se lo merita, anche perché dopo averlo ricevuto, ha avuto il coraggio di sedersi al tavolo con la Russia per pattuire un disarmo ambizioso: l’accordo Start II. Quello tanto auspicato da Berlusconi».
Auspicato al punto che recentemente ne ha rivendicato la paternità.
«La ripresa dei rapporti tra Nato e Russia è figlia del vertice di Pratica di Mare, l’incontro organizzato dal premier nel 2002».
Berlusconi non esagera nell’attribuirsi questi meriti?
«Se voi della stampa ce li attribuiste autonomamente, non ce ne sarebbe bisogno».
Se non lo facciamo è perché riscontriamo qualche esagerazione. Sono meriti reali?
«Lo dice la Storia».
Come sono i rapporti tra Italia e Stati Uniti, da quando non c’è più l’“amico” Bush?
«Sono politicamente più strutturati. Meno personali».
Il sottosegretario Bertolaso, dopo aver criticato la gestione Usa dell’emergenza ad Haiti, ora ha azzardato un parallelo tra la sua massaggiatrice Monica e la clintoniana Lewinsky.
«Ero con la mia amica Hillary Clinton quando è arrivata l’eco di quella dichiarazione. Ho preso le distanze, ovviamente».
La diplomazia Usa non ha perdonato a Berlusconi la battuta sull’Obama “abbronzato”.
«Gli americani quando hanno problemi con la Russia o con la Libia vengono da noi».
Per i rapporti personali che Berlusconi ha con Putin e Gheddafi?
«Berlusconi ama coltivare rapporti umani cortesi e cordiali».
Ha lodato persino le doti del leader bielorusso Lukashenko, non esattamente un sincero democratico.
«Non è andata così. Abbiamo aiutato la Bielorussia ad aprire le porte all’Europa. E comunque il carattere di Berlusconi ha favorito l’azione diplomatica».
Berlusconi ha chiesto scusa a Gheddafi per il passato coloniale italiano in Libia.
«Ci vuole coraggio politico anche per chiedere scusa. Ora l’Europa sta preparando un accordo con la Libia sulla falsariga del nostro».
Iran. L’Italia era il secondo partner commerciale europeo…
«Attualmente gli investimenti in Iran sono congelati».
Come mai non siamo mai riusciti a entrare nell’avanguardia dei trattati sul nucleare iraniano?
«Si riferisce al cinque più uno?».
Sì, il tavolo formato dai cinque membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania.
«Quel tavolo non ha portato e non porterà nessun risultato. Zero. Alla trattativa dovrebbe partecipare l’Alto rappresentante europeo».
Come andrà a finire la “questione iraniana”?
«Si andrà alle sanzioni. Per raggiungere un negoziato. Obama mi sembra molto determinato».
Com’è Obama di persona?
«Carismatico. E con una semplicità di approccio sorprendente».
Una semplicità di approccio…?
«Va oltre il tuo ruolo, ti mette a tuo agio. Non è da tutti. Anche

Berlusconi…».
Anche Berlusconi ha “semplicità d’approccio”?
«In questo è maestro. È la caratteristica che ti colpisce di più quando lo incontri».
Quando ha conosciuto Berlusconi?
«Nel 1994. Gianni Letta mi chiamò a Palazzo Chigi per fare il Segretario generale. Se Berlusconi veniva a sapere che mia figlia di tre anni aveva l’influenza, mi chiamava a casa per informarsi sulla sua salute. Né Amato né Ciampi, con cui avevo lavorato alla Presidenza del Consiglio, avevano mai fatto una cosa simile».
Nel 1994 Berlusconi sapeva dei suoi trascorsi barricaderi?
«Parla dei tempi del liceo?».
Sì, lei ha raccontato che negli anni Settanta frequentava il gruppo del Manifesto.
«Da adolescente. Ma poi a ventidue anni ero già magistrato. Berlusconi valuta le persone col fiuto e studiando il background professionale».
Mi racconta il suo periodo da contestatore?
«Frequentavo il liceo romano Giulio Cesare».
A quei tempi era un fortino dei giovani di destra.
«Certi fascistoni! C’era Izzo, quello del delitto del Circeo. Caradonna con un gruppetto poco raccomandabile. Menavano di brutto».
È mai stato coinvolto in qualche scontro politico?
«Ti aggredivano senza una ragione. Vedevano l’eskimo e… giù botte. Fortunatamente avevo una moto molto veloce».
Anni duri.
«Nel 1982, da magistrato, ho partecipato al primo processo Moro. Per chi ha vissuto quel periodo non è bello vedere gli ex terroristi che oggi salgono sulle cattedre universitarie».
Di chi parla?
«L’elenco è lunghissimo: da Morucci ex Br, alla Mambro ex Nar. Non è giusto che i parenti di chi è stato ucciso dal terrorismo vedano gli esecutori materiali dell’omicidio, in tv, mentre fanno lezioncine sugli anni Settanta. Ci vuole rispetto».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«C’è una lunga lista. Me li sono perdonati tutti».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Fare una figlia. Diciannove anni fa».

Sua figlia farà politica?
«Spero di no. Fa Giurisprudenza e si trova bene».
Guardi che anche lei ha cominciato così.
«Per caso. E quando finirò quest’esperienza politica, tornerò nella mia casa istituzionale: il Consiglio di Stato. Ci sono entrato con un faticoso concorso vinto a 28 anni: sono stato il più giovane consigliere della storia d’Italia».
Lei si considera ancora un civil servant?
«Ormai potrei “servire” solo in un governo di centrodestra. Non in un governo tecnico».
Il film preferito?
«Dersu Uzala, di Akira Kurosawa».
Scelta raffinatissima.
«Ma no… silenzi, boschi e montagne. Il massimo».
Il libro?
«Se questo è un uomo, di Primo Levi. L’ho letto a 14 anni. Mi colpì. E poi il Piccolo principe».
Il libro di Saint-Exupéry è un marchio veltroniano.
«Come l’Africa? Facciamo che sono marchi miei».
La canzone?
«A sedici anni ero dj a RadioGammaRoma. Mandavamo musica folk anglosassone: Neil Young, su tutti».
Chi ha scritto: “Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò qui sotto”?
«Non lo so».
È Leopardi. L’incipit dei Pensieri. Suo padre era docente universitario e leopardologo.
«Di Leopardi amo Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia».
Sa quali sono i confini dell’Afghanistan?
«Iran, Pakistan, Uzbekistan, Tagikistan…».
Sprechi. Anche la Farnesina li ridurrà?
«Li eliminiamo proprio. Abbiamo ridotto le Direzioni generali e razionalizzato ambasciate e consolati, muovendoci su tre pilastri: sicurezza, Europa, sistema Italia».
Sa cosa esce se si digita il suo nome su YouTube?
«No».
Una sua intervista ruvida alla Bbc. Hardtalk.
«Quella trasmissione mi piace. Molti miei colleghi hanno paura di partecipare. È dura. Ma se c’è onestà intellettuale io rispondo a tutto».
Lei ha mosso la nostra diplomazia per fare pressing sulle testate giornalistiche straniere che non ci trattano bene.
«Solo per farci conoscere meglio. E per evitare trattamenti disonesti».
Mi fa un esempio di trattamento disonesto?
«Con l’Economist è successo spesso. Avevano gli elementi per raccontare la verità e invece hanno distorto i fatti».
Intervistato da Fausto Carioti, su Libero, lei ha citato la copertina dell’Economist sull’Italia, Paese della corruzione.
«L’ho citata perché l’avevano letta molti miei colleghi. Sono appena rientrato dal Sudamerica e lì molti mi chiedevano: “Che cosa sta succedendo da voi?”. Ho provato un certo imbarazzo».
L’affaire “Anemone & Cricca”…
«Se io mi faccio ristrutturare un bagno gratis, commetto un reato. Se pago e faccio fattura, no, ma potrebbe comunque essere immorale. All’estero si chiedevano quanto sia diffuso il fenomeno».
Quanto è diffuso secondo lei?
«Il rischio è che ci sia una penetrazione nella rete amministrativa».
Una nuova Tangentopoli?
«La situazione potrebbe essere più grave. Allora la corruzione toccò i vertici dei partiti. Ora potrebbe essere meno visibile, ma più diffusa. Per questo dobbiamo essere rapidi a intervenire con una norma anticorruzione. Su Twitter ho scritto “liberiamoci subito dei corrotti e degli immorali”».
Lei usa Twitter?
«Quando devo dare un flash. Sennò preferisco Facebook».
È uno dei pochi politici veramente aggiornati su internet. Lei, Di Pietro…
«Non facciamo accostamenti azzardati».
Anche Vendola è un “internettaro”.
«Ecco, Vendola è una persona colta».
A cena col nemico?
«Massimo D’Alema».
Lei ha un buon rapporto con molti esponenti del Pd.
«Non ci sono mai state porcherie personali».
La farebbe una passeggiata per le strade di Beirut con un deputato di Hezbollah, come fece il suo predecessore D’Alema?
«No. Quello fu un errore».
Ha un clan di amici?
«Sono quelli del liceo. Con cui vado a sciare».
Già. Lei è anche maestro di sci.
«Saper fare lo slalom a porte strette in diplomazia aiuta».
Dimenticavo. È uscita la notizia che si sposerà con la trentatreenne Stella Coppi.
«Di queste cose preferirei non parlare».

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Categorie : interviste
Commenti
Ugo 26 novembre 2010

ma che gli vuoi dire ad uno così…..

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