Giovanna Mezzogiorno (Sette – maggio 2010)

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Giovanna Mezzogiorno, 35 anni, attrice pluripremiata, è la diva anti-divismo del cinema italiano. Passeggia sui tappeti rossi perché è il suo mestiere, però ne farebbe a meno. Non frequenta colleghi, rifugge il chiacchiericcio e quando non è sul set ha una mise da rapper metropolitano più che da star del grande schermo. La incontro nel bar di un albergo torinese. Ha fama di essere diretta, a volte ruvida. Lo sa e ci gioca: a un certo punto, dopo centoquaranta minuti di intervista, mi sorprende mentre sfoglio delle carte. Smette di parlare. Un attimo di silenzio e spara: «Ma… mi stai ascoltando?». Ha interpretato di tutto: una sposa errante e una moglie cornificata, una giornalista trucidata e una terrorista trucidante… L’obiettivo dichiarato è «dar vita a personaggi universali». Cinematograficamente non è di bocca buona e anche per questo fece il gran rifiuto: disse “no” al sequel dell’Ultimo bacio. Gabriele Muccino si imbufalì. Avendo collezionato per anni Nastri d’argento, David di Donatello e premi vari come attrice, ora è stata chiamata a Cannes, come giurata. E allora cominciamo da qui.
Il cinema secondo Giovanna. Distribuiamo qualche Palma d’oro ideale. Il regista?
«I fratelli Dardenne. Amo il loro “naturalismo”. Mette a dura prova gli attori».
L’attore?
«Yoshi Oida. Uno della compagnia di Peter Brook. Viene dal teatro kabuki. È lui che mi ha insegnato a non lasciare margini alla casualità e a seguire un rigore assoluto».
L’attrice?
«Pupella Maggio. È stata per anni l’anima del teatro di Eduardo De Filippo. Quella tradizione fa parte della mia storia. Mio padre ha cominciato lì».
Che Palme snob. Solo attori di teatro.
«Rappresentano la storia della recitazione».
Certo, ma tu sei “giurata” in un premio cinematografico.
«Allora Isabelle Huppert. Gran classe, incisiva, mai volgare. E Javier Bardem. Con lui ho fatto L’amore ai tempi del colera. Mi ha aiutata molto. È meticolosissimo. Diceva: “Il nostro è un mestiere che ha a che fare con tutto, ma non con la pigrizia”».
Non hai citato nemmeno un americano. Ti rendi conto?
«Che cosa volevi che dicessi? Meryl Streep, De Niro e Scorsese? Non voglio fare la colta, ma quelle sono scelte scontate».
Tra gli italiani?
«Devo proprio?».
Direi di sì. I preferiti…
«Ermanno Olmi, un regista ricercatore eccezionale. L’attrice è Margherita Buy perché ti porta dentro le storie come poche altre. L’attore è Elio Germano».
La “motivazione”?
«È uno che in scena si sente. Lo paragonerei a Tim Roth, come tipo. Ha potenziali da star, corre solo il rischio di restare attaccato alla sua romanità».
Un produttore che cresce bene?
«Mario Gianani, con cui ho fatto Vincere».
Vai molto al cinema?
«Una o due volte alla settimana».
C’è qualche film italiano che hai visto di recente che meriterebbe un premio a Cannes?
«No. A Cannes c’è quello di Luchetti. Non so come andrà, ma sono contenta che ci sia».
Giurata Mezzogiorno, qual è lo stato di salute del cinema italiano?
«Uhm… non mi far dire cose tremende. C’è una nuova generazione buona di attori e di autori, ma non c’è equità».
Spiegati meglio.
«Ci sono registi troppo coccolati, a volte tenuti in vita col polmone d’acciaio».
Fuori i nomi.
«Mai. Anche perché non sono polemica. È giusto che ci sia un cinema istituzionale. Il problema è che poi i trenta-quarantenni sono tenuti completamente fuori dal circuito industriale e dalla distribuzione».
Forse succede perché hanno poco da dire?
«No. Sono invisibili. Come fa a emergere un giovane autore se i suoi lavori vengono distribuiti soltanto in due sale? E poi voglio dire una cosa…».
Dilla.
«I finanziamenti ministeriali vanno dati solo alle opere prime vere. Basta coi bacucchi al centesimo film finanziato dal governo».
Sacrosanto. Tu hai tenuto a battesimo molti giovani registi.
«Marengo, Puglielli, Papaleo… ora sta per uscire Sono viva di Dino e Filippo Gentili». Come li hai scoperti? «Ehm, sono miei cugini. Girano davvero bene. È un noir con un’atmosfera DylanDoghiana».
Giampaolo Letta, boss di Medusa Film, qualche tempo fa disse a Sette che tra i problemi del cinema italiano c’è l’assenza di uno star system.
«Immagino parlasse della professionalità degli attori». Parlava di gente che si presenta svogliata alle conferenze stampa, come se la promozione di un film non facesse parte del lavoro. «Letta ha ragione. Ma spesso sono proprio le case di produzione a viziare troppo i protagonisti ».
In che modo?
«Gli vengono permesse cose per cui in America verrebbero cacciati».
Mi fai un esempio?
«Parlano al telefono prima di un ciak, lasciano la suoneria accesa durante le riprese, si presentano sul set senza sapere le battute. Se fossi un regista li prenderei a calci in culo. Ma non si può, anche perché molti film vengono prodotti in funzione di certi attori. Eppure c’è scritto nei contratti che devi sapere le battute».
Nei tuoi contratti inserisci sempre anche una clausola sui nudi.
«Non per moralismo. Ma un nudo deve avere senso, non può essere buttato gratuitamente in scena. Quindi, se è previsto, prima ne voglio parlare col regista».
In Vincere di Bellocchio hai girato il tuo primo nudo integrale.
«Lì aveva senso».
Ti pare che si vedano troppi nudi e troppe signorine scosciate in giro?
«Sì, ma non faccio polemiche sull’uso del corpo femminile in Italia. Se ne è parlato abbastanza. Dico una sola cosa: le donne non sono vittime».
Come, scusa?
«Chi le obbliga ad andare in giro conciate in quel modo?».
Forse il mercato cine-televisivo?
«No. Sono loro che cercano di corrispondere a un’immagine dominante. Si vede sui giornali, in tv, in mezzo alla strada».
Se una ragazza vuol fare spettacolo si attiene al modello richiesto. Potrebbe resistere?
«Certo. Guarda come vado in giro io: scarpe da ginnastica e maglione largo».
Tu sei un’attrice pluripremiata. Non hai bisogno di farti notare.
«Ma io non parlo solo delle ragazzine che aspirano ad andare in tv. Ci sono donne, star, che hanno raggiunto il gotha del cinema mondiale, multimilionarie… Be’, continuano a fare mossette sul tappeto rosso per mostrare le chiappe. Modello “bona fatale”. Sono i-m-b-a-r-a-z-z-a-n-t-i. Non voglio fare la bacchettona, ma insomma…».
Da ragazza volevi fare l’attrice?
«No».
Nel documentario su tuo padre Vittorio, Negli occhi, compari tu bambina…
«Si sente pure la mia voce. Avevo una cadenza romanesca».
Mi racconti la tua infanzia? È stata un continuo di set e dietro le quinte?
«No. Ho vissuto i primi nove anni di vita a Casal Palocco, a Roma Sud. Mio padre era spesso in tournée. Il primo set che ho visto è stato quello di La luna nel rigagnolo di Jean-Jacques Beineix a Cinecittà. A 6 anni. Quando ne avevo nove ci trasferimmo a Parigi».
Quanto sei rimasta in Francia?
«Fino al 1987. Quando rientrammo a Milano».
Giusto in tempo per goderti da adolescente la Milano da bere e i paninari.
«A scuola mi facevano i cori contro, perché ero romana. Io venivo dall’esperienza multiculturale e cosmopolita del Mahabharata di Peter Brook, in cui recitava mio padre, e mi sono ritrovata a combattere con le chiusure del protoleghismo milanese. Un trauma. Vedevo la fine del liceo come un miraggio. Mi hanno bocciata due volte».
Quando ti sei avvicinata al teatro e al cinema?
«A diciannove anni. Dopo la scomparsa di mio padre sono fuggita da Milano a Parigi. Feci una full immersion: ero contemporaneamente uditrice al Conservatorio di arte drammatica, apprendista di Clémence Massarart-Weit e allieva di Peter Brook».
L’esordio in scena?
«Brook mi propose di fare Ofelia nel suo Qui est là?».
Brook era il regista di tuo padre. Non ti sei mai sentita incastrata in un solco non tuo?
«A un certo punto mi è sembrato tutto naturale. Fu proprio Brook a dirmi che dovevo insistere a recitare».
Non ti sei più fermata. Hai lavorato con Rubini, Placido, Muccino, Ozpetek, Bellocchio…
«In realtà c’è stato un periodo a Parigi in cui facevo molti provini e mi scartavano».
Ti è capitato anche in Italia?
«Certo. Con Bellocchio per la Balia e con Moretti, che mi segò sia per La stanza del figlio sia per Il caimano».
Sei stata scartata, ma hai anche scartato. La tua avversione per i cinepanettoni e per certi prodotti tv è celebre.
«Io combatto contro questo personaggio che mi hanno appiccicato addosso della snobbetta rompipalle… Dico solo che non farei quella roba».
Christian De Sica sostiene che i film di Natale sono una critica ai vizi degli italiani.
«Christian è un attore eccezionale. Ma io non condivido il principio per cui alla gente puoi dare anche la merda, che tanto se la mangia».
C’è qualcosa di quel che vedi in tv che faresti volentieri?
«Vedo poca tv. Fammi qualche esempio».
Accetteresti una parte in Tutti pazzi per amore o in Boris?
«No. Preferirei una miniserie biografica. E guarda che io non sono affatto contro il cinema e la tv commerciali. Mi riservo solo la libertà di scegliere».
A cena col nemico.
«Gianfranco Fini».
È diventato un po’ il paladino della sinistra.
«Attacca Berlusconi… e quindi».
Berlusconi ha inveito contro chi ha fatto La piovra. Tuo padre…
«Lasciamo perdere. La piovra era una serie straordinaria, con una cura eccezionale per la ricostruzione dei fatti».
Tu hai mai fatto politica?
«No. Ma sono dichiaratamente di sinistra».
Se Vendola ti chiamasse per appoggiare una sua candidatura alla premiership nel 2013…
«Uhm. La politica è una cosa seria. Spesso, quando vedo i miei colleghi sul palco accanto ai politici, penso che non lo facciano per passione civile. Ma per farsi pubblicità».
Al settimanale francese L’Express hai detto che gli italiani non hanno più la forza di reagire.
«Quando mi chiedo come sia possibile che gli italiani continuino a votare Berlusconi, mi do una risposta pesantissima».
Quale?
«Lo votano perché incarna gli istinti peggiori del nostro popolo. Quelli a cui non si resiste ».
C’è chi dice che è a causa di giudizi come questo che la sinistra perde.
«Il decadimento dei costumi nazionali è sotto gli occhi di tutti. C’è un’atmosfera da Basso Impero».
È vero che sei tecnorepellente?
«Lo ero. Da cinque anni ho il telefonino e da tre il computer».
Sei su Facebook e frequenti Twitter?
«No. E i profili aperti a mio nome non hanno nulla a che fare con me».
Non ami i social network?
«Non lavo i miei panni sporchi in pubblico. Ti pare che vado a mettere on line che cosa ho comprato al supermercato o come ho preparato una cena?».
Lo fanno in tanti.
«Pensano di avere una vita così interessante?».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Il matrimonio».
Con Alessio Fugolo, macchinista conosciuto sul set di Vincere. Sai quanto costa un biglietto del cinema?
«Sette euro».
Un litro di benzina?
«Il pieno mi costa 40 euro circa».
Sei ecocompatibile?
«Riciclo, sto attenta all’acqua, faccio la differenziata… Il minimo per un cittadino civile ».
Sai qual è l’ultimo articolo della Costituzione italiana?
«No».
I confini della Somalia?
«In geografia, sono pessima».
Ma lì ci hai girato un film su Ilaria Alpi, no?
«Il set era in Marocco. Depone a mio favore?».

 www.vittoriozincone.it

Categorie : interviste
Commenti
Domenico 15 maggio 2010

E’ la prima volta che commento.
L’altra mattina, entro nel solito bar per il mio cappuccino della mattina. Trovo ‘Sette’ con la bellissima Mezzogiorno in copertina. Mi leggo l’intervista sorseggiando il cappuccino. E ora non posso non farle i complimenti. Grazie.

vz 17 maggio 2010

@domenico: grazie, grazie. E continui a leggere e commentare.

ariel 19 maggio 2010

Giovanna Mezzogiorno nata nel¿74? hai 35 anni

vz 19 maggio 2010

@ariel:
Giovanna è nata il 9 novembre 1974. Siamo nel 2010. A novembre compirà 36 anni. Attualmente ne ha 35. E quindi?

Laura Bigioia 28 settembre 2011

ma volevo sapere se…

Laura Bigioia 28 settembre 2011

…se ti ricordi di una famosa…

Laura Bigioia 28 settembre 2011

…LUA…

Carla Cassera 6 aprile 2013

Costei è una bugiarda ed è falsa. Se non fosse stata la figlia di Mezzogiorno, avrebbe fatto la cassiera di un supermercato., con le pezze al culo. Ringraziasse Brook e Placido che erano amici del padre. Roba da matti……

eggidio del giudice 2 febbraio 2014

Avrei bisogno di contattare Giovanna , è cosa importante. Sono architetto , 65 anni di Napoli. Da sempre invischiato in una storia tanto vera quanto segreta che sarà pubblicata e quindi svelata in un libro da me scritto edito dal gruppo Feltrinelli. Troppo lungo da spiegare , confido in chi legge per stabilire un contatto . Grazie.

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