Pietro Scott Jovane (Sette – aprile 2010)

3 commenti

Nella sede del colosso Microsoft Italia, a Segrate, l’età media dei dipendenti è 38 anni. L’amministratore delegato, Pietro Scott Jovane, ne ha 41. Pur di origini napoletan-scozzesi, parla con cadenza meneghina e srotola progetti futuribili con l’entusiasmo di un bimbo davanti a un gelato: «Tra pc, sistemi operativi, servizi on line e console per videogiochi, nel mondo ci sono più di un miliardo di persone che hanno a che fare con Microsoft».
Incontro Jovane in una sala che definire hi-tech è poco: tavolo triangolare, con al centro un dispositivo di telecamere e specchi che permette videoconferenze multiple. Il pensiero va subito al film Tra le nuvole, con George Clooney, storia di un super licenziatore (tagliatore di teste) viaggiatore che rischia di diventare un sedentario video-licenziatore per colpa di un apparecchietto simile a questo. Partiamo da qui. Anche perché se avessimo fatto questa intervista in video-conferenza o via chat non avrei mai saputo che Jovane è altissimo e che qui tutti (non scherzo, tutti!) girano con un computer portatile in mano: adagiato su un braccio come se fosse un neonato, acceso e pronto all’uso.
Jovane, Internet riduce i rapporti umani e fa perdere i particolari.
«La Rete riduce gli spazi tra le persone e aumenta le potenzialità. Poi si può scegliere di usarla o no».
Gli italiani si fidano poco. Siamo in fondo alle classifiche sull’utilizzo di Internet e dei pc.
«La situazione sta cambiando. Soprattutto nel mondo delle piccole e medie imprese».
Avete fatto breccia nei loro portafogli?
«Cominciano a considerare Internet e digitale come investimenti, non solo come costi».
Come li avete convinti?
«La spinta è venuta dal basso. I privati usano Internet per informarsi, fare acquisti e prenotazioni… poi vanno al lavoro e vedono che lì non hanno queste possibilità. Quindi chiedono alle proprie aziende di aggiornarsi».
Quanto dovrà passare prima di vedere un’Italia digitalizzata?
«L’Italia ha investito tonnellate di euro sull’informatica».
Non mi pare si vedano i risultati.
«Un po’ di tempo ci vuole. Le priorità sono la sanità e la giustizia. Ma con il ministro Brunetta abbiamo collaborato anche a molti progetti per le scuole».
Su questa collaborazione c’è un dibattito in Rete. Si dice: la Microsoft dà i software gratis alle scuole perché tanto poi gli studenti per usare gli stessi programmi a casa dovranno pagare una licenza.
«Con le nuove Office web application potranno usare i programmi gratis via web».
Perché in Italia la politica snobba Internet?
«Non ne ha capito le potenzialità: tramite Internet si può avere un feedback immediato dagli elettori».
Mi fa un esempio?
«Per la Provincia di Genova, noi abbiamo ideato un sistema con cui la Giunta, prima di approvare una delibera, la può sottoporre on line ai cittadini. È la democrazia diretta. In Italia di queste cose si parla poco».
Perché?
«C’è anche un problema generazionale. Ma negli Usa sia Obama, sia il suo avversario McCain…».
…non esattamente un giovincello…
«avevano tra i primi punti del programma la nomina di un National Technology Officer».
Chi sarebbe un buon National Technology Officer per l’Italia?
«Il ministro Renato Brunetta, o Vittorio Colao di Vodafone, o Stefano Pileri, presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, o Federico Fagin di Intel, o Diego Piacentini, di Amazon…».
Si fermi, la prego.
«Il problema è che da noi si parla solo dei rischi di Internet e non delle potenzialità per gli studenti, per le aziende…».
I rischi però ci sono.
«Certo. Prenda il nuovo giochino di moda: la chatroulette, inquietante programma con cui si videochatta con qualcuno a caso. Microsoft sarà meno cool, ma non svilupperebbe mai un social network che mette un minorenne di fronte a un possibile molestatore».
Microsoft è il colosso contro cui lottano due gruppi super cool: Apple e Google. Lo ammetta: lei ha un iPhone in tasca e fa le ricerche on line usando Google.
«No. Uso uno smartphone Windows e faccio ricerche con Bing, il nostro motore di ricerca».
L’ho provato. In Italia è scarsetto.
«Crescerà. Anche perché sarà conveniente».
In che modo?
«Chi acquisterà un servizio dopo averlo rintracciato su Bing riceverà degli sconti».
Quanto vi ha danneggiato nell’eterna lotta con Apple aver messo in circolazione un sistema operativo pachidermico come Vista?
«Vista non era pachidermico».
Per aprire un file di Word con Vista ci voleva un minuto e la benedizione di un santo.
«Non siamo riusciti a comunicare agli utenti che quel tempo serviva alla loro sicurezza. Ora con Windows7 va molto meglio. Anche perché è un sistema operativo che sette milioni di utenti hanno contribuito a realizzare».
Come?
«Abbiamo interpellato la Rete. E dalla Rete sono arrivati input per molte modifiche».
Lei ha mai conosciuto il leggendario fondatore di Microsoft, Bill Gates?
«L’ho incontrato un paio di volte. Anche a cena».
Racconti: a tavola col più ricco del mondo.
«Gates è un timido. Ascolta in silenzio, probabilmente per studiarti».
Ora non è più lui il numero uno…
«Ha consegnato il “mouse del comando” a Steve Ballmer».
Lei com’è arrivato alla Microsoft?
«Attraverso un cacciatore di teste, nel 2003».
Che studi ha fatto?
«Cosmopoliti. Mio padre, dopo aver insegnato all’Mit (Massachusetts Institute of Technology) di Cambridge negli States, è tornato in Italia. Sono nato in America, ho fatto l’asilo a Napoli, elementari tra Bari e Milano, medie e liceo a Oxford».
In uno di quei college alla “Another country”, tutto divise, ordine e disciplina?
«Esatto. Il luogo perfetto per imparare a muoversi tra le gerarchie e le relazioni umane».
Ha mai fatto politica?
«Mai».
Il suo primo lavoro?
«Finita l’università a Pavia, ho collaborato a una delle prime privatizzazioni italiane: il gruppo Vetrario Siv acquisito dall’inglese Pilkington. All’inizio facevo fotocopie. Nel ’98 mi sono trasferito a New York, col gruppo Versace e all’inizio dei Duemila sono tornato in Italia con Telecom».
Quale è stato il suo primo computer?
«Ehm… non so se dovrei dirlo… L’Apple 2 Europlus, alla fine degli anni Settanta».
La concorrenza.
«Schermo nero e scritte verdi. Stupendo. Poi sono passato allo Spectrum ZX81 e infine agli Ibm».
Era un “nerd”, un secchione tutto casa e pc?
«No. Ma i miei genitori mi fecero fare lezioni di programmazione. Ora sono abbastanza smanettone: mi assemblo da solo il pc e testo l’installazione dei nostri software prima della loro uscita sul mercato».
Si diventa ricchi in Microsoft?
«No. Ma se avessi insistito la prima volta che ho mandato il curriculum nel ’94 e fossi entrato prima, ora sarei più ricco».
Perché?
«Da noi si prendono bonus in soldi per gli obiettivi raggiunti e bonus in azioni per chi fa qualcosa per il futuro dell’azienda…».
È vero che viaggiate tutti in classe economy?
«Sì. Io ho appena fatto un’eccezione perché mi sono rotto il tendine di Achille e la classe economy rischiava di essere un martirio».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Quella su come educare i miei figli».
E cioè?
«Il tipo di scuola, le abitudini… Gaia ha 8 anni, Giacomo ne ha 6… Gli ho aperto due caselle di posta elettronica».
Già usano la posta elettronica?
«No. Ogni giorno gli invio una email: foto, commenti alle news o impressioni su ciò che abbiamo fatto insieme…».
Che senso ha?
«Quando saranno più grandi, si ritroveranno un diario della loro vita e del loro mondo. Avremo modo di confrontare le prospettive».
Quando saranno più grandi secondo lei i suoi figli come si informeranno?
«Su Internet, ovviamente».
Fine della carta stampata?
«Diciamo che probabilmente chi è nato dopo il Duemila non andrà in edicola a cercare le news. Già oggi, i ragazzi trovano tutto on line. Ed è facile intuire che ci sarà una rivoluzione anche nelle scuole: invece delle cartelle gonfie di volumi, avranno un portatile o un lettore digitale».
Lei li usa i lettori digitali?
«Sì, certo. Ho un Kindle. E spesso compro volumi on line. Ma non rinuncio al piacere della libreria. E in mezzo ai libri ci porto pure i miei figli».
A cena col nemico?
«Vado sul facile: Steve Jobs, il fondatore di Apple, o Larry Page, il padre di Google…».
Andrebbe mai a lavorare per Google o per Apple?
«Questa domanda mi ricorda quella che mi fa ogni tanto mia moglie: sposeresti mai un’altra donna? La risposta è no».
Lei ha un clan di amici?
«Sono quelli delle vacanze a Locorotondo, paesino pugliese dove ho un trullo».
Quante ore passa davanti al pc?
«Circa 4, con lo smartphone sempre acceso».
Che cosa guarda in tv?
«Gli approfondimenti. Spesso con il portatile sulle gambe».
Il film preferito?
«Nuovo cinema Paradiso, di Tornatore».
Il libro?
«Il giovane Holden, di Salinger».
La canzone?
«Stairway to heaven dei Led Zeppelin. La preferita da quando un professore di musica al liceo spiegò che musicalmente è perfetta».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Un euro e qualcosa».
Ma lei fa la spesa?
«La fa mia moglie, spesso on line».
Sa qual è l’articolo 21 della Costituzione?
«Uhm».
Quello sulla libertà di espressione.
«Lo aggiornerei con un comma. Sulla libertà di Internet».

 www.vittoriozincone.it
 © RIPRODUZIONE RISERVATA

Categorie : interviste
Commenti
lina sotis 9 aprile 2011

Mica male lo scozzese napoletano. lina

simone 10 settembre 2012

interessante…

angiola Tremonti 7 novembre 2012

caspita! Credo nei giovani, possono solo fare meglio dei vecchi che credono di sapere tutto loro. Gallina vecchia io.

Lascia un commento