Carlo Colombo (Sette – aprile 2010)

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Il biglietto da visita dice “architetto”, ma per sua ammissione Carlo Colombo, 42 anni, è ancora soprattutto un designer. Lo incontro nella hall di un grande hotel romano. Siamo circondati da sediole e poltroncine firmate. Gli faccio un test. Gli chiedo se sa chi ha disegnato e prodotto i pezzi che ci stanno intorno. Lui osserva, tasta l’imbottitura, studia i rivestimenti, e risponde: nome del designer e azienda («il tessuto è malvagio»). Poi davanti a un cameriere sbigottito afferra un tavolino, lo ribalta e mi mostra l’etichetta. «Visto? Sono preparato». Durante le due ore di conversazione ogni tanto Colombo si alza, mima una spillatrice, poi una cucitrice, descrive scocche, cuciture, capitonné, disegna in aria le decorazioni di un tessuto fashion rieditato per un letto. È ultra fiero di quel che fa e non lo nasconde: «Dicono che faccio pezzi senza tempo». Nei suoi due studi ha una ventina di collaboratori e l’elenco delle sue attività è impressionante: ogni anno produce mega-progetti architettonici in Asia, opere di art-design, ristrutturazioni di interni. Per il Salone del Mobile 2010, quello in corso a Milano in questi giorni, ha disegnato duecento (200!!!) pezzi. Cominciamo da qui. Dal Salone.
È ancora così importante?
«È rimasto l’unico ad avere un peso reale».
Colonia, Parigi, il Belgio…
«In fumo. Deserti. Investitori e architetti ormai si concentrano solo su Milano: la capitale del design».
C’è una ragione particolare?
«Certo: il processo produttivo. Le aziende top del design sono tutte italiane. Quasi tutte brianzole. A Milano si viene a imparare come si fa il design».
Dall’inizio della sua attività, quanti progetti ha presentato al Salone?
«Circa mille. Quest’anno è particolarmente impegnativo. Anche perché io, a differenza di molti colleghi, non mi limito a consegnare il progetto».
Che cos’altro fa?
«Curo il marketing, le presentazioni… Ne ho una pure con Piero Chiambretti».
Che c’entra Chiambretti con il design?
«È un appassionato. Mi ha anche chiesto di progettare una sua casa milanese. Sto per regalargli una delle mie Ball».
Una che…?
«Una poltrona/scultura. Una sfera schiacciata in modo da ospitare una seduta. Ce ne sono dieci esemplari nel mondo».
È art-design?
«Sì. Non è design industriale».
Si considera un artista?
«Amo sperimentare. È uno sfogo personale».
Il suo pezzo preferito in mostra al Salone?
«La mia poltrona Blueberry, disegnata per l’azienda Byografia: scocca d’acciaio e seduta composta da 232 sfere gommose rivestite di stoffa».
Ma è comoda?
«Sembra di essere avvolti in un batuffolo. È necessaria una settimana per realizzare ogni esemplare».
Anche questa molto poco industriale. Come nasce un suo progetto?
«Le racconto come è nato uno dei miei letti tessili di Flou?».
Mi dica.
«L’ho pensato mentre guardavo una cameriera rimettere a posto un lenzuolo in una camera d’albergo».
Si è segnato l’idea sul taccuino?
«Non è servito. Sono andato nell’azienda che mi aveva commissionato il letto e ho cominciato a lavorare sulle sagome di polistirolo, con spilli e stoffe. Ci sono voluti otto prototipi prima di arrivare a quello che ci piaceva».
Otto?
«Oltre alla forma, tra l’uno e l’altro sono cambiati anche i materiali».
Ogni pezzo richiede tutto questo lavoro?
«Direi di sì. È un continuo perfezionamento. Io passo molto tempo nelle aziende con cui lavoro».
Ha progettato anche pentole. Ma lei cucina?
«No. Per le ultime mi sono fatto aiutare da un cuoco. I suoi consigli sono stati fondamentali: dopo averci parlato ho cambiato il materiale e l’inclinazione delle impugnature».
La leggenda vuole che lei si porti i prototipi a casa per provarli.
«È la verità. Un divano lo vivo. Lo lascio sedimentare nel leaving. È in casa che vedo se funziona».
Come si è avvicinato al design?
«Mio padre è un ottimo artigiano. Ancora oggi lavora per aziende che producono mobili».
L’ha aiutata?
«Be’, invece che coi disegni, sin da ragazzo mi presentavo alle aziende direttamente con dei prototipi che realizzavamo insieme. È un bel vantaggio».
Lei che studi ha fatto?
«Rapidi. Architettura al Politecnico di Milano. Ho partecipato all’ultimo corso di Achille Castiglioni. Era una leggenda».
Com’è stato avere un professore/leggenda?
«Si presentava a lezione con i prototipi delle sue lampade ammassati nelle buste della spesa e la Gibigiana sotto braccio».
La Gibigiana?
«È una lampada piuttosto nota. Ho ancora delle foto autografate che feci a Castiglioni durante la lezione».
Dopo la laurea?
«A 22 anni avevo già in produzione un letto con l’azienda Cappellini, Kyoto. E poi ho aperto subito uno studio».
Se non fosse nato in Brianza avrebbe fatto il designer?
«Non avrei avuto questo successo».
Quanti pezzi ha venduto in venti anni di attività?
«Tanti, ma proprio tanti».
Non riesce a quantificare?
«Be’, insomma. Una sedia di plastica, solo per rientrare dei costi, va stampata in decine di migliaia di esemplari. Di pentole se ne fanno milioni».
Col design si diventa ricchi?
«Dipende dal progettista. Le royalties per ogni pezzo sono bassissime».
Lei è anche architetto.
«Costruisco ovunque. Il mio studio ha una joint venture a Singapore».
Perché ha scelto di espandersi in Asia?
«Singapore, Hong Kong… sono la mia seconda casa. La cultura asiatica è conciliante. È basata sulla buona educazione, il rispetto, la pulizia. I valori che mi ha insegnato mio padre e che in Italia ormai latitano».
Addirittura?
«Siamo un popolo che spesso non valorizza le proprie meraviglie».
Questo influisce sul gusto?
«No, fortunatamente, no. Gli italiani mantengono standard ancora alti di arredo e di attenzione all’arte».
Qual è l’oggetto di casa sua a cui non rinuncerebbe?
«Parto dal presupposto che il primo input per un acquisto è l’emotività e la sintonia. Be’, io non mi priverei mai di alcuni pezzi d’arte asiatica presi a Manila. Prima butterei le sedie firmate».
Qual è il pezzo storico che userebbe per rappresentare il Design?
«La Lambretta. Una meraviglia che ha cambiato il costume degli italiani».
Mi fa il nome di un designer promettente?
«Uhm… Aspetti… Non c’è».
Teme la concorrenza?
«Figuriamoci. C’è posto per tutti».
Lei ha mai vinto il Compasso d’Oro?
«No, ma sinceramente non è una cosa a cui tengo particolarmente. Spesso si vince per ragioni politico-professionali».
A cena col nemico?
«Con un comunista».
Uno a caso?
«Sì. Per chiedergli come può pensare un mondo senza libertà. Io sono stato nei Paesi dell’Est…».
Il Muro è crollato.
«Ma chi era comunista credeva in quel mondo. Io sono un libero professionista. Prima libero e poi professionista. Il comunismo non lo concepisco».
Lei ha un clan di amici?
«Sì, ma non sono designer. Uno su tutti: Roberto, vende prosciutti».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Vendere Captain Royal, il mio cavallo da corsa. Da bambino sognavo di diventare un grande allevatore di purosangue».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Fare un figlio, me l’ha cambiata in meglio».
Ha un film preferito?
«Il miglio verde, con Tom Hanks».
La canzone?
«Albachiara di Vasco. Sono un fan».
Il libro?
«Sono un fallaciano. Ne scelga uno di Oriana».
Che cosa guarda in tv?
«Ne guardo poca. Non ho tempo».
Sa quanti anni ha la Costituzione?
«Sessantadue».
Quanto costa un litro di latte?
«Non ne ho idea».
Sa che cosa è Twitter?
«No».
È un servizio di microblogging.
«Non navigo su Internet».
Come, scusi?
«E non uso il computer».
Ma lei è un designer iper hi-tech. Deve usare il computer.
«No. Uso carta e matite. Poi do il disegno ai miei collaboratori e loro lo trasformano in digitale».
Ma…
«Guardi che tutti i designer fanno così».
Sicuro?
«Certo. Se dovessi mettermi pure al computer come farei a fare tutte le cose che faccio?».
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Categorie : interviste
Commenti
Elfrida Heider Pasqual 15 maggio 2010

GRANDE !!!

PASSIONE VERA X IL LAVORO. PROGETTI AFFASCINANTI E CREATIVI. BRAVO BRAVO

ticonoscobene 4 giugno 2010

bla bla bla! rispetto??? io farei una bella intervista ai tuoi collaboratori o alle persone che ti conoscono…

vz 4 giugno 2010

@ticonoscobene:
che ci direbbero le persone che conoscono bene Colombo? dicci… dicci…

ticonoscobene 15 giugno 2010

ti cito un’azienda per render l’idea con una similitudine… zerodisegno! Geniale riuscirci chiaramente. Questa è una parte schierata. Esclusi gli invidiosi, io invidio o meglio stimo Starck e molti altri, rimangono quelli che pensano sia un coglione. ps dimenticavo i leccapiedi

ticonoscobene 15 giugno 2010

poi scusa leggi l’intervista sopra, ti sembra un umile De Lucchi a parlare? un visionario ironico Starck? un puro e tecnico Citterio? per me il migliore al momento è Jean Marie Massaud senza dubbio.

vz 15 giugno 2010

A breve dovrei intervistare la Antonelli, direttrice di Moma design. Se hai domande particolari gliele giro (ma calcola che i lettori non sono tecnici, come vedi le mie interviste su Sette spaziano dai politici agli attori).

ticonoscobene 21 giugno 2010

Sicuramente eccellenza, si parla di Moma, di un’italiana, di un’organizzatrice, di una promotrice del giovane, non certo per età creativa ma come monito per il futuro. Il punto di vista giusto.

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