Antonio Citterio (Sette – aprile 2010)

3 commenti

Ormai dedica al design solo il tempo libero, perché gran parte della sua attività si è spostata sull’architettura, ma Antonio Citterio, 60 anni, è un simbolo del design industriale brianzolo. In quarant’anni di attività ha disegnato e realizzato lampade e divani, lavandini e sedie che arredano decine di migliaia di case nel mondo. Con la sua serie Mobil, disegnata per la Kartell, si è guadagnato un Compasso d’Oro (l’Oscar dei designer) e un posto nella collezione permanente del MoMA. Quando gli accenno alle nuove tendenze artistiche di certi designer, quelli che confezionano pezzi unici e li vendono a cifre spropositate, mi dice subito che quello è un altro mestiere. Che il design, quello vero, può nascere solo dall’humus industriale. Partiamo da qui, allora. Dall’humus brianzolo.
È vero che la Brianza, malgrado le tentazioni del mercato globalizzato, resta il luogo dove si produce il design di tutto il mondo?
«Sì. Questo comporta una grande responsabilità».
Quale?
«Se si comincerà a delocalizzare la produzione, anche i designer scompariranno dal Paese».
Processo creativo e processo industriale sono così legati?
«Lei oggi mi saprebbe fare il nome di un designer di computer italiano?».
No.
«Non c’è. Perché non c’è più quell’industria. Se oggi i designer inglesi e francesi vengono a produrre qui, è perché c’è un’industria di eccellenza. Se si delocalizza, i prossimi Saloni del mobile li vedremo a Shanghai o a Mumbai».
Se si delocalizza è perché la manodopera in Oriente costa meno.
«Infatti qui è rimasta un’industria di eccellenza. Ma senza i grandi numeri non si va avanti».
Citterio, lei sembra più un economista che un architetto/designer. Ha una soluzione?
«La robotizzazione del manifatturiero».
Tradotto?
«Da qualche anno i sanitari si producono in Egitto perché lì la anodopera non costa nulla. Ora gli svedesi si sono ripresi una parte di queste produzioni grazie a industrie altamente robotizzate che hanno bisogno di operai ultraspecializzati».
Le grandi quantità. Lei ha mai fatto un conto di quanti dei suoi pezzi sono in circolazione?
«No. Comunque in termini di quantità il design ha vissuto un boom solo tra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta».
Perché?
«Perché prima, tra i 50 e i 70, si mettevano in produzione pochi pezzi, il design copriva solo il 5% del mercato dell’arredamento. Ora, invece, il mercato è diviso tra i pezzi brandizzati, firmati e abbastanza costosi, e il modello Ikea».
L’Ikea vi ha rovinati?
«L’Ikea ha copiato molto. Magari pezzi vecchi. Ma ha copiato molto. Solo da pochissimo tempo hanno cominciato a disegnare cose loro».
Lei quando si è avvicinato al design?
«Sono nato a Meda, in Brianza. Mio padre era artigiano. Diciamo che ho sempre respirato quell’aria».
Suo padre produceva pezzi firmati?
«Lui era più di scuola tradizionale. Discutevamo spesso. Anche perché io, dai tempi del liceo, già seguivo le evoluzioni del design europeo».
Che studi ha fatto?
«L’istituto d’arte a Cantù».
Ha trascorso molte estati “a bottega” con papà?
«Sì. Ma facevo anche di più. Nel 1963, per migliorare il disegno, passai tutto agosto nello studio di uno scultore. Dopo il diploma mi trasferii a Milano».
Il ’68 della Milano infuocata dalla contestazione?
«Ero un contestatore anch’io. Ma al Politecnico entrai in conflitto con i movimentisti».
Perché?
«Già allora consideravo l’industria un’opportunità e non un nemico. I gruppettari mi chiamavano “architetto di facciata e di facciate”. Loro invece erano più concentrati sull’urbanistica, sul sociale. Nel 1970 aprii il mio primo studio».
Il primo pezzo di design che ha realizzato?
«Un materasso arrotolabile che diventava una poltrona. Una roba un po’ hippy».
Il primo mobile mandato in produzione?
«Un divano: Baia del 1974. Con B&B. In quel momento il design italiano era al top. Al MoMA di New York lo si celebrava con una mostra. E i maggiori produttori venivano proprio dal mio villaggetto brianzolo».
La caratteristica di questo divano Baia?
«Le cuciture. Era fatto con una macchina speciale che si chiamava Mammut».
Quanto contano le macchine nella progettazione di un pezzo di design?
«Tanto. La mia matrice e la mia storia sono esattamente questo: si parte dalla comprensione di come si producono le cose. E si procede pensandole in uno spazio».
Si spieghi meglio.
«Io non sono uno di quei designer puri che progettano oggetti a prescindere dagli spazi abitativi. Quando nel 1984 penso il divano Sity, il primo con una specie di penisola che ne allarga la seduta, lo faccio perché ormai il divano è un luogo in cui si mangia, si dorme e si vede la tv. Non è più solo il luogo della conversazione».
Divani anni Ottanta, nella Milano da bere.
«Vivevo in via Solferino. In quegli anni a Milano esplodeva la moda, la città era piena di stilisti, fotografi, designer. Nei locali sotto casa incontravi gente interessante anche se non gli davi appuntamento».
Un ambiente creativo.
«In quella Milano ho conosciuto Sottsass e i suoi amici del gruppo di Memphis. Sottsass, in quel periodo, mi fece conoscere anche Doug Tompkins del gruppo Esprit. E quello fu uno degli incontri più importanti della mia vita».
Perché?
«Be’, mi ha aperto le porte al mondo intellettuale della West Coast. E poi grazie a lui ho conosciuto mia moglie, Terry Dawn».
Altri incontri fondamentali?
«Quello con Rudolf Fehlbaum, l’anima di Vitra, la fabbrica di mobili produttrice, tra l’altro, delle sedie di Eames. Ho avuto il piacere di lavorare con l’ingegnere con cui Eames ha realizzato i suoi ultimi pezzi. Ci discutevo e lui sentenziava: “Eames l’avrebbe fatto così”».
Lei è anche un collezionista di design?
«Be’, qualche pezzo ce l’ho».
Per esempio?
«Un tavolo di Ron Arad, bellissimo…».
Qual è il pezzo storico che userebbe per rappresentare il Design?
«La lampada Arco, di Castiglioni. Un’icona. Quando un designer riesce a realizzare un’icona ha raggiunto il massimo. Tutti ci provano, pochi ci riescono».
Philippe Starck ci è riuscito col suo spremiagrumi a forma di ragno.
«Sì. Philippe è un mio amico ed è straordinario, inarrivabile. Ma il suo spremi-agrumi è quanto di meno funzionale ci sia al mondo. Il succo si sparge ovunque».
Un oggetto di design deve essere funzionale?
«Sì, anche se non si può ridurre il design alla funzionalità. Sarebbe banale».
Le capita mai di andare in casa di amici e trovare sue creature?
«Certo. Purtroppo mi capita di trovarne anche in case bruttissime».
A cena col nemico?
«Un direttore a caso di quelle riviste specializzate che non riescono ad accettare che un designer possa fare pure l’architetto e viceversa».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Rifiutare l’invito di mio padre a occuparmi dell’azienda di famiglia».
L’errore più grande che ha fatto?
«Non avere avuto il coraggio di partire per la Scandinavia, prima che il lavoro mi rapisse con ritmi travolgenti. Mi è mancata un’esperienza giovanile forte».
Il libro preferito?
«Elias Canetti, Il gioco degli occhi. E tutto Ernest Hemingway. Lui e i suoi personaggi hanno sempre rappresentato quel che non riuscivo ad avere: il tempo per godermi la vita».
La canzone?
«Born in the Usa, di Bruce Springsteen».
Il film?
«Sarò sincero. Amo i film di guerra. Tipo Tora! Tora! Tora! L’avrò visto venti volte».
Che cosa guarda in tv?
«News e film. Ma ammetto che uso la tv come sonnifero».
Quanti articoli ha la Costituzione?
«Non lo so».
Centotrentanove. Conosce i confini di Israele?
«Mi vuole mettere in imbarazzo?».
Ma no, è un gioco. Quanto costa un pacco di pasta?
«Queste domande sono davvero crudeli».

Categorie : interviste
Commenti
ticonoscobene 21 giugno 2010

questo signore si chiama storia! progetti atemporali, icone discrete

rina 27 gennaio 2011

conplimenti ,lei parla del papà.
ma
la sua MAMMA era intelligente saggia,
non la dimentichero MAI .

Mariagrazia Bettinzoli 8 giugno 2015

Mi hanno regalato Kevin della Flos è una bellissima lampada disegnata da questo signore: complimenti per questo oggetto d’ arte che mi permette e aiuta a continuare una delle mie passioni preferite: leggere

Lascia un commento