Bruno Vespa (Sette – aprile 2010)

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Bruno Vespa, 65 anni, è un “homo mediaticus” implacabile. Quattro volte a settimana domina le seconde serate dell’ammiraglia di Stato, Raiuno, con il suo Porta a porta. Scrive su quotidiani nazionali assortiti. E sforna un best seller all’anno. I suoi libri hanno raggiunto una mole tale che il designer Giulio Iacchetti ci ha realizzato un Vespa Table.
Decano del video-giornalismo nazionale, biasimato da chi gli rinfaccia conduzioni troppo filogovernative, Vespa si fa scivolare addosso anche le critiche più spietate. Qualche volta se le va pure a cercare: di fronte agli studi Rai di via Teulada, durante il sit-in del “popolo viola” contro la chiusura dei talk show, è salito sul palco accanto a Santoro per dire che era colpa di Annozero se c’era stato il blocco. Dopo i primi fischi, ha annunciato che se non lo facevano parlare tornava tranquillamente a casa, anche perché aveva gente a cena. Risultato: altri fischi e qualche buuu. 
Incontro Vespa nel suo ufficio romano, in un palazzo Rai che definire sgarrupato è poco: pareti annerite dai termosifoni e mobili anni Settanta sdruciti. Lui entra col telefonino saldato all’orecchio. Bisbiglia: «Più tardi chiamo il Cardinale allora…». Sono le trattative per una puntata sulla Sacra Sindone. Prima di parlare di censure, talk show e conduttori, vorrei consultare il Vespa cerimoniere della Terza Camera dello Stato (che per Francesco Cossiga sarebbe il salotto tv di Porta a porta).
Passate le Regionali, ci aspettano tre anni senza campagne elettorali.
«Berlusconi ha 73 anni».
E quindi?
«Fossi in lui mi giocherei gli ultimi tre anni di questo governo da statista».
Pensa che aspiri alla Presidenza della Repubblica?
«Ho ritrovato nei miei libri alcune pagine in cui D’Alema e Veltroni dicono che Berlusconi è eleggibilissimo al Quirinale».
È un’ipotesi plausibile?
«Con il sistema vigente verrebbe impallinato dai “franchi tiratori”, come accadde a Forlani e Andreotti. È per questo che vuole il presidenzialismo e l’elezione diretta, eh eh».
Dopo le Regionali coalizioni più stabili?
«No. Negli schieramenti ci sarà movimento».
Perché?
«Ricorda il laboratorio pugliese che avrebbe dovuto portare Casini a Palazzo Chigi col centrosinistra? Che fine ha fatto?».
In Puglia ha vinto Vendola, il candidato non voluto da Casini.
«Appunto. Vendola è il figlio politico di Bertinotti. Torna l’Unione, senza pugni chiusi».
L’Unione non è un bel ricordo per il centrosinistra.
«Magari avrà un altro nome. Ma Bersani può rinunciare a Vendola? No. Può fare a meno di Di Pietro o dei Verdi? No. Deve stare attento a Grillo? Sì. Mica può rompere con tutti per abbracciare Casini. E Casini può tornare con la Lega? No. Un bel casino».
Si parla da tempo di un super progetto centrista con Rutelli e Montezemolo.
«Montezemolo è abbastanza saggio da rinunciare momentaneamente alla prospettiva».
Fini?
«Se aspira a diventare il leader di uno schieramento moderato, gli giova litigare continuamente con Berlusconi? No».
Politica in tv. Durante la campagna elettorale delle Regionali sono stati azzerati i talk show.
«L’ho già detto, è stata una scelta sbagliata».
Ha detto anche che la chiusura dei talk show alla fine ha sfavorito il Pdl.
«Berlusconi durante gli approfondimenti avrebbe potuto giocare di rimessa».
Nei talk show censurati si sarebbe potuto parlare delle pressioni su Agcom, della sentenza Mills…
«Penso che comunque al netto di tutto ci abbia rimesso proprio il premier».
Santoro…
«Sono un suo estimatore, sa fare bene la tv. E l’ho sempre difeso, sin dai tempi dell’editto bulgaro. Ma non c’è dubbio che il problema sia nato da lui: non rispetta alcuna regola».
Regole. Le pressioni di Berlusconi su Innocenzi dell’Agcom…
«Ho già detto che sono inammissibili. Ma Agcom e Rai, sul caso Santoro hanno dimostrato la loro impotenza. È un problema».
Da ex direttore, si è stupito quando ha sentito il Tg1 di Minzolini dire che l’avvocato Mills era stato assolto, invece che prescritto?
«Non si può crocifiggere un direttore per una parola sbagliata. E non mi pare che Lineanotte su Raitre sia più equilibrato del Tg1».
Anche a lei viene attribuita una discreta faziosità. Tabucchi l’ha definita “un portavoce del governo pagato col canone”, Travaglio “l’insetto” e Curzio Maltese “il mandarino per tutte le stagioni”.
«In Italia essere moderati è pericoloso. La sinistra non si rassegna al fatto che un moderato abbia un ruolo come il mio».
Non le si rinfaccia di essere moderato, ma di essere ultragovernativo.
«Sarei più schierato di chi lavora a Raitre? Vogliamo fare davvero questo confronto? E c’è bisogno di insultare chi la pensa diversamente? Ancora: esiste una domanda che non ho mai fatto a Berlusconi e che altri gli hanno fatto?».
La prossima volta che avrà Berlusconi ospite gli chiederà come intende sconfiggere il cancro? Il premier lo ha promesso in campagna elettorale…
«Quella è stata una stupidaggine: una promessa non mantenibile. Gli è scappata».
Lei venne intercettato mentre diceva al portavoce di Fini che avrebbe cucito una puntata su misura all’ex leader di An.
«Era un modo di dire. La puntata era delicata. Fini era ministro degli Esteri e si sarebbe parlato di ostaggi».
Porta a porta ha bisogno di convincere i politici a intervenire? Credevo ci fosse la fila…
«Casini la sera dei risultati delle Regionali ha dato forfait.  Le ragioni sono chiare».
Le capita spesso che le diano buca?
«I politici vengono quando gli conviene».
E lei non reagisce? Maurizio Costanzo ha raccontato a Sette che lei dice ai suoi ospiti: «Se vai in quell’altra trasmissione qui non ci torni».
«Mai successo niente di simile. Al massimo ho cercato di non far inflazionare gli ospiti. Con alcuni poi si creano incomprensioni».
Mi fa un esempio?
«Rosy Bindi per un po’ ha pensato che non la volessi invitare. Non era vero. Abbiamo chiarito l’equivoco, ora viene. Poi Di Pietro…».
Di Pietro disse che «Vespa sta al giornalismo come la sedia elettrica alla vita».
«Si è scusato».
Davvero?
«Certo. L’ho incontrato di fronte a Montecitorio. Mi ha proposto uno scambio di bottiglie di vino per fare pace. Affare fatto. È tornato con un chiarimento in video. In quindici anni di Porta a porta nessuno si è alzato dicendo che l’avevo fregato. Tiro fuori notizie anche senza fare imboscate».
Un esempio di notizia uscita dagli studi di Porta a porta?
«Amato che candida Rutelli alla presidenza del Consiglio nel 2000».
Amato. Lei lo fece giocare a tennis in trasmissione. Un momento storico del teatrone della politica…
«Era una stagione diversa. D’Alema cucinò un risotto in diretta».
Inaugurò anche il mix politici/showgirl.
«Fini con Valeria Marini e Prodi con Milly Carlucci. In quel periodo dovevamo far conoscere i protagonisti della Seconda Repubblica».
Vede in giro un erede di Bruno Vespa?
«Esiste certamente. Ma non si rivela».
Maurizio Costanzo ha detto che se i giovani non emergono è anche colpa di Vespa che non lascia spazio.
«Senti chi parla… Appena Costanzo è tornato, alla Rai hanno rivoluzionato dalla sera alla mattina i palinsesti per fargli spazio. Cosa mai successa. Lo hanno mandato a Sanremo. Va bene il ritorno del Figliol Prodigo, ma qui hanno fatto strage di vitelli grassi».
Perché con Costanzo vi beccate così?
«Abbiamo un buon rapporto personale. Ma credo che lui non abbia mai digerito che nel 2001 ho cominciato a fare più ascolti di lui. E che nel 2003 con la guerra in Iraq l’ho praticamente fatto chiudere. Guardi le cifre…».
Ancora audience? Ricordo la diatriba con Matrix….
«Facendo una media Mentana l’ho sempre battuto. Sono pronto ad andare in giudizio dati alla mano».
È normale che Mentana non sia in tv?
«No. Ma lui ha un profilo professionale molto alto. Ha raggiunto il massimo. Non è facile piazzarlo. Spero che torni a Mediaset».
Alessio Vinci.
«Lo stimo, ma viene da un mondo diverso, e la conduzione dei talk show non s’improvvisa».
Quando ha iniziato a fare il giornalista?
«A 15 anni. Scrivevo per un giornale aquilano che si chiamava Ja raschiu, il graffio. Poi cominciai a collaborare con il Tempo e nel 1962 feci i primi collegamenti radio con la Rai».
Quale scelta le ha cambiato la vita?
«Il concorso in Rai, nel 1968».  
Ha fatto le barricate nel 1968?
«No. Ma ho vinto il concorso con un tema sul Maggio francese».
L’errore più grande che ha fatto?
«Dire che il mio editore di riferimento era il governo, quando dirigevo il Tg1».
Pentito?
«Avrei dovuto solo pensarlo. Invece ho detto  come il bimbo nella favola: “Il re è nudo”».
A cena col nemico?
«Santoro. Credo che sia pure un gourmet. Aveva aperto un ristorante, no?».
Il film preferito?
«Il concerto, straordinario. Ha superato L’uomo della pioggia, il preferito finora».
Il libro?
«Fontamara di Ignazio Silone».
Che cosa guarda in tv?
«Poco o niente».
I confini dell’Iraq?
«Ah no guardi… Non faccio più né esami, né test. Non voglio scoprire d’essere ignorante».
Che cos’è Facebook?
«Appena scoppiata la moda di Facebook sono venuto a sapere che c’erano tre profili registrati a mio nome. Ho chiamato la polizia postale per chiedergli di chiuderli».
Censore.
«Ma come… c’era la mia foto, facevano finta di essere Bruno Vespa!».

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