Monsignor Agostino Marchetto (Sette – marzo 2010)

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Ci incontriamo in un palazzone romano di proprietà del Vaticano. In una stanza tappezzata di ritratti. Papi assortiti alle pareti. L’arcivescovo Agostino Marchetto, 70 anni, cinquantuno dei quali al servizio della Chiesa, mi accoglie con una grossa croce d’oro appesa al collo e un mazzo di appunti in mano. Lui è il segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, ovvero, semplificando, l’esperto tonante della Santa Sede quando si parla di immigrazione.
Vicentino, è stato per decenni nel corpo diplomatico vaticano e parla un italiano macchiato dal multilinguismo. Un esempio: mentre discutiamo sui risvolti elettorali della propaganda xenofoba, definisce l’argomento “candente”, in spagnolo, e non trova il corrispettivo (incandescente) nella sua lingua madre.
Ex globetrotter in abito talare, ora si occupa anche di chi trotta in giro per il mondo in cerca di un lavoro o di un rifugio. Lo fa con un’ottica planetaria. «Capisco che voi pensiate che io mi pronunci solo sulle vicende italiane. Succede, si parva licet, anche al Santo Padre. Ma noi ci rivolgiamo al mondo e abbiamo una visione globale». A causa di questo suo trattare con pari dignità chi arriva sulle nostre sponde su un gommone e chi vuole difendere quelle sponde con il fazzoletto verde al collo, negli ultimi mesi Marchetto si è trovato in mezzo alle polemiche più furiose: sui respingimenti, le ronde, i permessi. Alcuni leghisti gli hanno dato del cattocomunista.
Partiamo con un test. È favorevole a concedere la cittadinanza ai figli di extracomunitari nati in Italia?
«Sì. Lo ius soli, andrebbe intrecciato con lo ius sanguinis».
È favorevole a dare il diritto di voto per le elezioni amministrative agli immigrati regolari?
«Sì».
È favorevole o contrario alle ronde?
«Quello contro le ronde è stato uno dei miei interventi più duri».
Anche quello contro i respingimenti in mare non scherzava.
«Ho solo ribadito il principio del “non refoulement”, il non respingimento, sancito dagli accordi internazionali del Unhcr nel 1951: bisogna dare alle persone la possibilità di chiedere asilo. Il trattato di Schengen prevede persino che ci sia un appello, quando si è respinti».
La Segreteria di Stato vaticana è intervenuta per dire che lei parlava a titolo personale.
«Come si può sostenere che il “non respingimento” non sia la posizione della Chiesa? Capisco che la Segreteria di Stato abbia l’incombenza dei rapporti con il governo italiano, ma io mi occupo delle migrazioni».
I clandestini…
«Non usiamo quella parola. Esiste anche un diritto all’emigrazione».
E quindi?
«Parliamo di irregolari, di chi trasgredisce le norme che regolano l’ingresso in un Paese».
Gli irregolari sono argomento di propaganda politica.
«La tentazione di sfruttare il tema è comune».
Chi lo fa, come alcuni leghisti, attaccando soprattutto i musulmani, sostiene di difendere le nostre radici cristiane.
«Nelle proposte di rastrellamenti, mi riferisco al post via Padova, e di respingimenti ci sono evidenti segni “non cristiani”: non possono certo essere fatte passare come difesa dell’identità cristiana».
Lo stesso Berlusconi, a Reggio Calabria, in pratica ha detto: meno immigrati, meno reati.
«Avrebbe dovuto specificare che parlava di immigrati irregolari. Comunque non condivido un approccio che criminalizza il migrante».
Molti lo condividono, questo approccio.
«Lo so. E so che la politica ha le sue esigenze di mediazione. Ma l’accoglienza è evangelica. La dottrina sociale della Chiesa non può essere considerato un optional. È un aspetto fondamentale della morale cristiana».
Dopo gli scontri milanesi di via Padova, il ministro dell’Interno, Maroni, ha stoppato i colleghi leghisti che proponevano rastrellamenti.
«È stata una gioia sentirlo. Ha capito che il problema complesso della convivenza non è risolvibile con un approccio semplicistico».
Il sindaco di Padova, Zanonato, per garantire questo processo ed evitare i ghetti vorrebbe mischiare etnie in ogni condominio.
«È un tentativo. Ma spesso sono proprio i gruppi etnici a volere il ghetto».
Ha una soluzione da proporre?
«Intanto un presupposto. Parliamo di integrazione e non di assimilazione: l’“altro” che emigra non deve diventare una nostra copia. E si deve rispettare sia la cultura di chi accoglie sia quella di chi arriva».
La cultura di chi accoglie: ora arriva il permesso di soggiorno a punti.
«Non mi piace».
Perché?
«Le rispondo con le parole del sottosegretario Giovanardi: “Il meccanismo costringerebbe persone che lavorano e risiedono regolarmente in Italia a un gravoso adempimento”».
Si richiede la conoscenza dell’italiano.
«Io sono veneto. Dalle mie parti molti parlano e pensano in veneto: molti, soprattutto gli anziani, non sanno l’italiano. Comunque, Amato stilò un documento ottimo sui valori che gli immigrati dovrebbero condividere».
Velo sì o velo no?
«A me non piace se si tiene coperto il volto, che è espressione di Dio, ma non credo si debba legiferare su queste cose. Dovrebbe vigere il principio dello Sitz im Leben: valutare le situazioni caso per caso».
Le croci in classe, i minareti…
«Serve ragionevolezza. Sulle croci gli immigrati dovrebbero capire che in Italia quello non è solo un simbolo religioso. Sui minareti: non sono contrario, ma si deve investire nel dialogo con le persone e nel rispetto dei paesaggi che devono ospitarli».
Mentre si dialoga, scoppiano le emergenze.
«Non ricordo chi, ma dopo gli scontri di via Padova qualcuno ha detto: “Non serve l’esercito in divisa, ma un esercito di educatori”».
Puntare sulla scuola, quindi? Il ministro Gelmini vuole un tetto del 30% di immigrati per ogni classe.
«Non sarei così rigido sulle percentuali, ma capisco l’esigenza. Lo sa che cosa serve veramente?».
Mi dica.
«Una legge-quadro sull’immigrazione. Partendo naturalmente dalla distinzione tra migranti forzati e migranti lavoratori».
A proposito di lavoratori. Rosarno: lei ha detto che le condizioni in cui vivono quegli africani sono disumane.
«C’è una convenzione internazionale che riguarda tutti i lavoratori migranti. L’Unione europea ha raccomandato di ratificarla».
Che cosa dice?
«Che tutti gli immigrati, regolari o irregolari, devono avere gli stessi diritti sul lavoro».
Poi non si lamenti se le danno del cattocomunista.
«Quella definizione mi ha fatto ridere. È evidente che chi mi ha chiamato così è male informato».
In realtà è un cattolico tradizionalista?
«No. Come mi ha insegnato il Concilio Vaticano II…».
… su cui lei, che è anche uno storico, ha scritto un volume…
«… cerco di essere un cattolico che si aggiorna. Mi apro al mondo di oggi, senza tradire la mia identità».
Quando le è venuta la vocazione?
«Mi vuole confessare? Da adolescente ho cominciato a fare volontariato e a occuparmi di giovani. Poi ho deciso che avrei voluto dedicare tutta la mia vita all’impegno di formatore. A 19 anni sono entrato in seminario e a 23 sono stato ordinato sacerdote».
Quando si trasferì da Vicenza a Roma?
«Nel 1964. Studiavo e studiavo. Giravo in bici, per risparmiare i soldi del tram. Nel 1968 accettai di entrare nel corpo diplomatico».
Prima destinazione?
«Zambia e Malawi. Nel 1971 venni trasferito a l’Avana».
La Cuba di Fidel…
«Il mio superiore, monsignor Zacchi, sosteneva che Castro fosse eticamente cristiano».
Lei ha conosciuto il líder maximo?
«Certo. Ha qualcosa di stimabile. Io parlavo più con il fratello».
Raul…
«Ricordo che lo convinsi a esonerare i seminaristi dal servizio militare».
Dopo Cuba?
«Il Maghreb: Algeria, Tunisia, Marocco… e poi giù nello Zimbabwe e nel Mozambico in guerra. In tutti quei posti mi sono sempre occupato dei migranti: italiani, inglesi, tedeschi».
I migranti occidentali non sono come quelli del Sud o dell’Est del pianeta.
«Cambia l’impatto e la prima necessità. Ma il migrante è sempre un migrante: anche in lotta con la solitudine».
Quante lingue conosce?
«Oltre al veneto? Eh eh… Ricordo la fatica per imparare l’italiano in prima elementare».
Intendevo oltre l’italiano.
«Inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese… il latino vale?».
Certo.
«Un po’ di swahili e di lingue bantù… nyanja, bemba e tonga, con cui predicavo. Il bielorusso, ma poco. E poi avevo cominciato con l’arabo ad Algeri».
Boffo.
«Che cosa c’entra l’ex direttore di Avvenire con i migranti?».
C’entra con la Santa Sede. C’è chi sostiene che la vicenda sia un regolamento di conti consumato tra le mura Vaticane.
«Posso dire solo che la vicenda si è rivelata per quella che è: un attacco alla Chiesa».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Andar prete. E poi diventare vescovo».
Quando è successo?
«Nell’85. Ho 25 anni di episcopato, sono vecchio».
Diventerà cardinale?
«Non credo proprio».
Il libro della vita?
«Il Vangelo».
Il film?
«Ho visto recentemente Avatar. Non male».
Le è piaciuto il panteismo degli alieni?
«La chiamerei comunione con la natura».
Lei è in comunione con la natura?
«Cerco di inquinarla il meno possibile».
Quanto costa un litro di latte?
«Non faccio la spesa. Vivo in una casa di accoglienza per sacerdoti proprio perché gli altri provvedano a me e io mi possa dedicare a quel che gli altri non possono fare».
Un prete non dovrebbe essere più a contatto con la realtà vissuta dai fedeli?
«Ma io ascolto i fedeli tutti i giorni. Sugli autobus, per strada…».
Che cosa dice l’articolo 5 della Costituzione?
«Avrei un bel da fare se dovessi conoscere tutti gli articoli delle costituzioni dei 170 Paesi con cui abbiamo rapporti diplomatici».
I confini di Israele?
«Ho una bella carta geografica».
Che cosa guarda in televisione?
«Non guardo la tv».
Sa chi ha vinto Sanremo?
«Non ho guardato Sanremo, è un peccato grave?».
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Commenti
alfonzo 9 aprile 2010

I nemici della nostra Patria vanno puniti anche se sono monsignori. Traditori loro e tutti quelli che hanno favorito l’invasione del nostro Paese.

vz 10 aprile 2010

@alfonzo: mi faccia capire… perché Monsignor Marchetto sarebbe un traditore della patria? E a quale invasione fa riferimento? Inviterei tutti a pensare un centinaio di secondi prima di scrivere certe sciocchezze.
(ho dovuto modificare il commento di alfonzo perché conteneva pure una piccola minaccia)

jacky 1 settembre 2010

Sarebbe interessante ed apprezzabile se Monsignor Marchetto avesse fatto analoghe reprimende direttamente alla comunità europea, paladina a parole, ma piuttosto latitante in disponibilità economiche verso i clandestini.

enrico giuseppe pretto 25 gennaio 2012

perfetto

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