Jean-Marie Colombani (Sette – febbraio 2010)

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La stanzetta con pareti in vetro si affaccia sulla redazione. Accanto alla scrivania c’è una montagna di scatoloni pieni di libri. Incontro Jean-Marie Colombani negli uffici del suo quotidiano on line Slate.fr. Parla a bassa voce, con tono semi-accademico. Si scalda solo quando racconta le minacce più ruvide che ha subìto dai politici e gli scontri con Villepin. Sorride amaro quando spara giudizi sull’Italia.
Colombani, 61 anni, è una specie di leggenda nel giornalismo transalpino. È stato direttore di Le Monde, il quotidiano francese più autorevole, dal 1994 al 2007. Le sue iniziali, JMC, amate e discusse, sono state per un ventennio sinonimo di peso politico. Tre anni fa, dopo aver dato le dimissioni dalla testata parigina, ha deciso di ricominciare dalla Rete. Ora il suo mantra è “il futuro è su internet”. Partiamo da qui, allora.
Passare dal più importante quotidiano francese a un sito internet non è un trauma?
«No. È una sfida e un divertimento. Ho portato con me molti amici di Le Monde. Giornalisti esperti mischiati con giovani internettari: è una formula che funziona».
Quanti sono i suoi redattori?
«Quelli assunti sono una decina in tutto. E poi ci sono molti giornalisti di altre testate che collaborano sotto pseudonimo».
A “Le Monde” quanti cronisti aveva?
«I dipendenti del gruppo editoriale, tra quotidiani e riviste erano arrivati ad essere circa tremila. I redattori di Le Monde, trecento».
Quanti visitatori ha il suo “Slate.fr”?
«Novecentomila “utenti unici” al mese».
Non è un sito a pagamento. Chi vi finanzia?
«Il 60% è di proprietà del piccolo gruppo di giornalisti che lo ha fondato. Il 25% circa è di un fondo di investimento che ci ha garantito la sua presenza per almeno quattro anni e il resto è del Washington Post, che è proprietario di Slate.com».
Una volta esaurito l’investimento iniziale, chi pagherà gli stipendi dei redattori? Sul finanziamento delle testate on line c’è un dibattito piuttosto complicato in corso.
«On line ci saranno tre fonti di guadagno: la pubblicità, i contenuti ad hoc (per esempio quelli che noi oggi vendiamo per le news sui telefonini) e le applicazioni per usufruire dei contenuti su qualsiasi piattaforma. Si pagherà per essere ubiqui: fare tutto da qualsiasi luogo. Fra tre anni circa saremo autosufficienti».
Quanti anni di vita restano ai quotidiani di carta?
«Non credo che moriranno. Spariranno le grandi cattedrali, con le loro gigantesche rotative e la distribuzione capillare. Ma i giornali resteranno in edicola, magari con edizioni ridotte e locali».
Le grandi testate nazionali…
«Spero diventino centri di produzione di informazioni, di qualità, buone per qualsiasi medium. Sa qual è il motto di Slate.fr?».
Me lo dica.
«Pas pavlovien».
E cioè?
«I giornalisti francesi sono un po’ pavloviani. Scattano infiammandosi di fronte a qualsiasi vicenda, all’unisono. E il giorno dopo si scordano di tutto. Noi vorremmo tornare a riflettere e a mettere i fatti in prospettiva».
Il giornalismo come entra nella sua vita?
«Sono nato a Dakar, in Senegal, e cresciuto in Nuova Caledonia, nel Pacifico. A diciotto anni, mi sono trasferito a Parigi per studiare Scienze politiche. Dopo l’Università, invece di entrare all’Ena…
… la leggendaria scuola di amministrazione da cui viene tutta la classe dirigente francese…
«… feci un concorso per entrare all’Ortf, che allora era il corrispettivo della vostra Rai. Tornato in Nuova Caledonia, dove vivevano i miei genitori, cominciai a lavorare in tv».
Ricorda i suoi primi servizi?
«Tre documentari sui nativi kanaki e i loro primi vagiti indipendentisti. Alla direzione parigina diedero un po’ fastidio».
La censurarono?
«Non mi rinnovarono il contratto. In Nuova Caledonia avevo cominciato a collaborare pure con Le Monde. Rientrato a Parigi, mi assunsero loro».
Il suo primo scoop?
«Nel giornalismo politico non contano gli scoop, ma le analisi. Le mie erano molto seguite. Divenni capo del servizio politico e poi caporedattore. Cominciai a condurre degli approfondimenti tv».
Chi la propose come direttore di “Le Monde”?
«All’inizio degli anni Novanta, Le Monde aveva vissuto molti momenti di crisi. Nel 1994 uscii vincitore dalle elezioni tra i redattori».
Il direttore di “Le Monde” viene nominato dalla redazione?
«Il meccanismo di successione è un po’ complesso. Ma sostanzialmente sì. Anche perché il personale e i giornalisti sono azionisti di maggioranza e il direttore gestisce anche l’impresa».
Durante i suoi quattordici anni di direzione l’identità del giornale è cambiata?
«No. È rimasta quella di un giornale di centrosinistra, moderato, che vuole accompagnare la modernizzazione del Paese. La storia e l’identità di Le Monde sono caratterizzate da importanti editoriali».
Un esempio?
«Due: il primo è “La Francia si annoia”. Uscì nel 1968, quindici giorni prima dell’esplosione del Maggio parigino. Preannunciava cambiamenti profondi».
E il secondo?
«Il mio “Siamo tutti americani”. Del 12 settembre 2001».
Anche l’editoriale di Ferruccio De Bortoli sul “Corriere” aveva quel titolo.
«Lo so. Ma qui c’è una forte cultura nazionalista che ritiene Washington la capitale del male: quel pezzo mi ha creato parecchie ostilità».
La infastidisce il fatto che su internet i suoi editoriali non abbiano il peso di prima?
«Non credo che ci siano più firme così pesanti. Nel frattempo il mondo della comunicazione si è evoluto. E Le Monde si è molto indebolito. In pratica hanno smontato tutto il mio lavoro: io avevo rilanciato il giornale, cominciato una forte strategia on line e costruito un gruppo editoriale forte, vera garanzia d’indipendenza. Come dice Sarkozy di se stesso: “Si può fare meglio, ma non mi pare di vedere nessuno in giro che faccia altrettanto bene”».
Nel 2007 i redattori che l’hanno sfiduciata evidentemente non la pensavano così. E nemmeno gli autori del libro “La face cachée du Monde”, un pamphlet del 2003, che stroncò la sua direzione.
«Quella contro di noi è stata una vera e propria operazione politica: per indebolirci».
Chi avrebbe manovrato l’operazione?
«I mitterandiani e gli chiracchiani, trovando sponda nella minoranza interna del giornale. Attraverso Pierre Péan, uno degli autori del libro che si vanta di essere vicino ai servizi, ci fecero pagare le nostre durezze».
Quali durezze?
«Quelle su Mitterand con un passato nel regime di Vichy e quelle sull’inconsistenza della presidenza Chirac. Ma soprattutto la difesa dell’indipendenza della magistratura, che a metà degli anni Novanta indagò sui finanziamenti dei partiti. Non è la prima volta che succede con Le Monde: quando acquista forza e diventa un vero e proprio contropotere, il potere si muove per stroncarlo».
C’è chi le rinfaccia proprio di essersi comportato più da potere politico che da giornalista. E poi i debiti, una contabilità traballante.
«Ci hanno dato degli imbroglioni, hanno scritto che i nostri conti erano come quelli della Enron, se la sono presa pure con mio padre. Mettiamola così: Chirac ha sempre fatto politica in questo modo, e Villepin ha imparato da lui».
In quale modo?
«Cercando di distruggere la reputazione altrui. Usando dossier, trucchi…».
Si riferisce all’affaire Clairstream, la vicenda giudiziaria che vede affrontarsi Sarkozy e Villepin e che appassiona tutti i francesi?
«Non solo. Ma perché pensa che Sarkozy sia così infuriato con Villepin? Villepin ha fatto avere a Cecilia delle foto compromettenti di Sarkò, e lei lo ha lasciato. Villepin ha un’immagine aristocratica, ma usa mezzi da bassa polizia».
Ma ora non è Sarkozy il presidente ultra-potente che controlla la stampa?
«I francesi che si lamentano hanno già dimenticato il monarca Mitterand. Sarkozy è molto americano. Ha amicizie e contatti nell’editoria…».
Ha fatto cacciare un direttore di “Paris Match” e un conduttore della tv Tf1.
«Sarkozy può essere irruento, ma non minaccia la libertà di informazione. Tv e radio di Stato lo stroncano, e lui non dice nulla. Chirac e Villepin, invece, sono sempre stati al limite. Le uniche minacce che io ho ricevuto sono venute dal socialista Fabius che chiese il mio licenziamento quando ero cronista politico e da Villepin. Quando lui era all’Eliseo con Chirac, mi convocò nel caffè di un hotel e mi disse: “Ti controlliamo. Sappiamo dove vivi, dove vai in vacanza, che cosa fanno i tuoi figli”. Capito? Sarkozy non credo che faccia queste cose».
Difende Sarkozy perché le ha affidato la responsabilità di un rapporto ufficiale sulle adozioni?
«Qualche imbecille mi ha rinfacciato che mi sono messo a lavorare per lui e non per la Francia o per i bambini. Ma parliamo di giornalisti invidiosi».
L’intellighentia gauchista non ama Sarkozy.
«Ma Carla sta facendo un gran lavoro di pubbliche relazioni. Sarkozy non andrebbe demonizzato, ma criticato duramente nel merito dei suoi provvedimenti: le follie sull’identità nazionale, le espulsioni degli immigrati. La gestione degli extracomunitari è affare europeo, anche italiano».
Lei qualche tempo fa ha detto che l’Italia è un Paese alla deriva.
«Confermo. Dov’è il governo? Berlusconi si preoccupa della giustizia, ma dov’era quando a Rosarno, in Calabria c’è stato un vero e proprio pogrom? Perché non è sceso tra gli immigrati per dire che l’Italia non è quella che li aggredisce? E questo è solo uno dei tanti episodi. Mi mette tristezza vedere l’Italia in queste condizioni».
Non esageri.
«L’Europa deve molto all’Italia. E ora l’immagine del vostro premier è quella dell’amico di Putin, un dittatore potenziale. Non mi pare bello».
 www.vittoriozincone.it

Categorie : interviste
Commenti
chica81 19 febbraio 2010

Ricordo un articolo di Travaglio che dichiarava ai tempi dell’elezione di Sarko che quest’ultimo era ancora piu imbarazzante e tamarro del nostro premier. Immagino che Travaglio si sia ricreduto

vange 27 ottobre 2013

bello

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