Luca Josi (Sette – gennaio 2010)

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(Sette – Corriere della Sera, 14 gennaio 2010)
Nella sua seconda vita Luca Josi, 43 anni, fa il produttore tv, ha fondato la Einstein Multimedia e ha confezionato trasmissioni preserali “spacca auditel” come Passaparola e Sarabanda. Nella prima, invece, è stato l’ombra del Craxi in declino. Ha seguito e spalleggiato il leader socialista nella disgrazia politica e nell’esilio (latitanza) tunisino. Gli epiteti e gli aggettivi che Josi si è guadagnato grazie a questo ruolo rendono l’idea: il ragazzo del bunker di Bettino, l’apostolo, Hammamet Express, l’aspirante martire del craxismo… Claudio Martelli lo definì “l’ultimo repubblichino della Repubblica di Salò di Craxi”. E lui si autoproclamò “salmone orfano”: salmone, perché tra il 1992 e il 1999, essere craxiano era una posizione decisamente controcorrente, e orfano perché il Psi e la sua classe dirigente si squagliarono sotto i raggi del pool di Mani pulite.
Ora, in occasione del decennale della morte del leader socialista, ex fedelissimi ed ex avversari, neo nemici e traditori rinsaviti, si esercitano nel dibattito peloso sulla corretta definizione di Craxi: fu esule o latitante? È giusto dedicargli una via milanese? Quando sottopongo a Josi queste domande, fa un sorriso/smorfia. Taglia corto: «C’è un gigantesco senso di colpa collettivo nei confronti di Craxi».
Incontro Josi nella sua casa romana. È un appartamento gonfio di libri e di arte. Mi spiega che la sua vita è cambiata, in meglio, grazie ai cinque Telegatti vinti. Me li mostra. E poi indica una pila di quadernetti nell’angolo della stanza. Sono i suoi taccuini. Ci ha annotato i molti tradimenti, i sospiri tunisini di Craxi… Durante l’intervista li sfoglia, annuncia che ci farà un libro e che oltre al dvd presentato oggi (al Capranica di Roma), ha in mente anche 100 pillole craxiane “attualissime”. Ogni tanto tira fuori una citazione. «I comunisti non mangiano i bambini, aspettano che diventino socialisti». Ride, amaro. Partiamo da qui.
Nel 2000 D’Alema offrì i funerali di Stato per Craxi. Poi da Fassino a Veltroni, tutti i leader ex piccì hanno sfoderato lodi per il leader socialista, dicendo persino che era più “moderno” di Berlinguer.
«Craxi ripeteva di non voler essere riabilitato dai suoi carnefici. E non si riferiva solo agli ex del Pci. Ma, risorgimentalmente avrebbe accettato le loro scuse».
Sia tra gli estimatori sia tra i detrattori, si fa distinzione tra il Craxi statista e quello condannato.
«Un bell’esercizio di stile. Un gioco da tavolo».
In che senso?
«La storia di grandi leader come Kohl e Gonzales ci spiega che la politica ha qualche problema di gestione finanziaria».
Pannella ha appena dichiarato che i radicali non hanno mai preso finanziamenti illeciti.
«Pannella ricorda la doppia tessera socialista-radicale di Craxi? I partiti, tutti, erano come i calabroni del paradosso di Sikorsky: avevano ali economiche troppo piccole per la loro mole. Ma volavano».
Come?
«Chi è senza peccato s’informi dal suo cassiere».
Lei è mai stato indagato?
«Mai».
Ha mai chiesto al cassiere del Psi da dove venissero i soldi?
«La politica non si fa gratis. Chi paga gli uffici, i funzionari, i congressi? Nel 1991 ero segretario dei giovani socialisti. Ogni martedì venivano consegnati 7 milioni al nostro movimento. Non ero così ipocrita da pensare che proprio quei sette milioni venissero dal finanziamento pubblico. Ma noi, a differenza di altri, non prendevamo soldi da Stati nemici dell’Occidente che negavano ai cittadini i primari diritti di libertà. Anzi, li usavamo per sostenere chi si voleva ribellare a quei regimi. Craxi divenne capro espiatorio nel Paese in cui si è calvinisti con gli altri e cattolici, assolventi, con se stessi. Se la gara è a chi è più bravo a nascondere i propri illeciti poi…».
Marco Travaglio da anni cita le condanne di Craxi, i conti esteri, i tesoretti. E conclude: «Craxi si arricchì, altro che soldi al partito».
«Non escludo che qualche finanziere del partito sia scappato col bottino. Ma io ho vissuto al fianco di Craxi: zero lussi. Tutto per lui era funzionale alla politica».
Lei è graniticamente craxiano.
«Venni eletto segretario dei giovani socialisti genovesi avendo contro 7 correnti craxiane».
Come conobbe Craxi?
«Me lo fece incontrare Giuliano Amato, al congresso di Bari del 1991».
Maurizio Costanzo in diretta dal teatro Parioli vaticinò: «Josi sarà deputato».
«La mia fortuna è non esserlo mai diventato».
In compenso si legò a Craxi.
«Nel giugno 1992, in piena slavina politica, scrissi una lettera sull’Avanti per denunciare e sfottere chi nel Psi cominciava a prendere le distanze da Craxi. Citai Mark Twain: “Se prendi un cane che muore di fame e lo ingrassi, non ti morderà. È questa la differenza principale tra un cane e un uomo”».
Filippo Facci su Libero sta pubblicando le lettere di tutti quelli che inneggiavano a Craxi e poi gli voltarono le spalle. Anche lei ha annotato la lista sui suoi taccuini?
«Beh, con me fu incredibile Ottaviano Del Turco. Disse pubblicamente di non sapere chi fossi, dopo avermi regalato uno dei suoi quadri per il mio matrimonio».
Claudio Martelli e Carlo Ripa di Meana ora sono tornati a difendere Craxi.
«È umano sapere dopo che cosa andava fatto prima. Ma aiuta poco, soprattutto chi non c’è più».
Craxi avrebbe potuto svergognare i suoi traditori? Quelli che lui chiamava i becchini extraterrestri…
«Ogni tanto qualcuno si presentava da lui con carte che dimostravano che persino padri della patria come Bobbio e Pertini avevano ombre nei curricula. Ma lui s’imbufaliva: “Lasciate stare gli anziani!”. Craxi era una pistola con la sicura».
Ma quale sicura. Craxi cercò di calare i famosi quattro assi per demolire Di Pietro. E Di Pietro è stato assolto da tutte le accuse.
«Nella storia resta un interrogativo: cosa sarebbe accaduto se il Di Pietro pubblico ministero avesse incontrato il Di Pietro imputato?».
Da socialista, che effetto le fa vedere Di Pietro paladino della sinistra?
«Effetti radioattivi dell’antiberlusconismo».
A proposito. Berlusconi, amico di Craxi, tra il 1992 e il 1993 scagliò le sue tv contro gli inquisiti di Tangentopoli. E nel 1994 propose proprio a Di Pietro il ministero degli Interni.
«Recentemente Confalonieri ha detto che si sarebbero dovuti muovere diversamente».
Craxi allora che cosa diceva di Berlusconi?
«Provava a mettersi nei panni degli altri. Li giustificava. Di sicuro non pretendeva che toccasse a Publitalia la difesa della Prima repubblica».
Sta dipingendo un santino.
«Macché. Facemmo molti errori. Se sei al governo e vieni rimosso in quel modo, è ovvio che hai sbagliato».
Lei era al fianco di Craxi al Raphael, durante il lancio delle monetine.
«Bettino si rifiutò di uscire dalla porta di servizio. Se si potesse modificare la storia con i “se”, io avrei pronto il mio “se”».
Quale?
«Prima di uscire dal Raphael cercai di mettere insieme un centinaio di giovani socialisti per affrontare quella massa di facinorosi. Non ci riuscii. Se fossimo riusciti a dare un segnale di uscita dall’isolamento, forse…».
Lei una volta con i suoi giovani socialisti diede l’assalto alla sede del Msi.
«Non esageriamo. Con trenta ragazzi ripulii via del Corso dalle banconote con la faccia di Gianni De Michelis lanciate per strada dai militanti del Fronte della Gioventù. Portammo sei sacchi pieni di carta in via della Scrofa. Ci fu un tafferuglio. Storace mi spense una sigaretta sul polso».
Nel ’93 lei fondò la Giovine Italia, movimento ad personam con sede in via Boezio. In pratica l’ultimo indirizzo politico italiano di Craxi.
«Furono anni di cameratismo meraviglioso».
Poi Craxi fuggì in Tunisia. Lei cominciò a fare avanti e indietro: Hammamet Express.
«Quando non ero lì, ci sentivamo tutti i giorni. La telefonata cominciava così: “Che cosa bolle in pentola?”. Risposta: “Noi”».
Oggi, molti, come l’ex ministro socialista Rino Formica, sostengono che sia stato un errore restare ad Hammamet.
«Forse non ci si ricorda il clima del periodo. La gente aveva paura di parlare con noi. Craxi ad Hammamet subì un paio di attentati. Io ricevetti minacce. Venivo pedinato. Presi il porto d’armi».
Se Craxi avesse rispettato le sentenze…
«C’erano troppi pregiudizi nei suoi confronti. Io ho rispetto per chi amministra la giustizia con cautela. Meno per quelli del pool che si presentavano in pubblico con l’aria del tenente Kilgore in Apocalypse Now: “Amo l’odore del napalm al mattino”».
A cena col nemico?
«Preferisco il digiuno».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Avere due figlie. Il 2009 è stato l’anno più bello della mia vita: ho visto uscire dal coma e ritornare alla vita Margherita, la più grande».
Le torna mai la voglia di fare politica?
«No. Anche perché ho scoperto che mi manca una caratteristica fondamentale: l’ottusità e la convinzione di essere indispensabili».
La sua carriera in tv quanto è stata favorita dalla vicinanza di Craxi a Berlusconi?
«Non mi risulta che Piersilvio Berlusconi orienti le scelte editoriali su reminescenze politologiche. Il mercato ha un solo Dio: lo share».
Domandine di cultura generale.
«Mi rifiuto. Se non altro perché tra noi due sono io quello che produce i quiz in tv».

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Categorie : interviste
Commenti
uic 22 gennaio 2010

Ho visto Josi ieri sera da Santoro.
E sentendolo parlare ho capito che sei riuscito nel miracolo di scrivere un’intervista in cui Josi sembra saper parlare in maniera almeno compiuta.
E’ un mistero di Fatima quello che dice.

Paolo 25 febbraio 2011

UIC Forse dimentica che Santoro lascia parlare chi vuol lui e che già una volta, molti anni fa, visto che Josi non diceva ciò che auspicava, Santoro gli tolse la parola. Il mistero vero è perché molta gente parla di chi non conosce sputando sentenze….

Ofelia 9 marzo 2011

Grande uomo Luca Josi, se non altro per la coerenza nel perseguire fino in fondo i principi in cui crede.

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