Pietro Valsecchi (Sette – dicembre 2009)

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Il primo ordine alla segretaria lo spara con voce gutturale nell’istante stesso in cui irrompe in ufficio. Mi stringe la mano, chiede due caffè, fa una battuta ridanciana su quanto siano sfaticati gli sceneggiatori (proprio mentre ne sta transitando uno) e si infila nella sua stanza. Look total black, capelli mossi, Pietro Valsecchi, 56 anni, cremasco, produttore, insieme con la moglie Camilla Nesbitt guida la Taodue (gruppo Mediaset) e da vent’anni inonda piccoli e grandi schermi con storie di papi, carogne, sbirri e malavitosi. L’ultimo colpo è il film del comico Checco Zalone (Cado dalle nubi): «Mi ha convinto mio figlio a farlo, io non sapevo chi fosse». Mentre parliamo arrivano i dati sugli incassi del primo fine settimana. Boom. Il produttore gongola, chiama Zalone: «Pare che De Laurentiis si stia chiedendo se è cominciata la guerra dei film di Natale». Ride, poi attacca. La leggenda vuole che Valsecchi usi quel telefono come una clava contro chi si siede al suo tavolo per bisticciare. Un’attrice gli chiede più soldi sostenendo di meritarseli perché è una star arcinota? Lui alza la cornetta e comincia a fare numeri a caso. A chi gli risponde, chiede: «Lei la conosce questa attrice?». Al decimo no, si rivolge a chi gli sta di fronte: «Lo vedi che non li vali tutti questi soldi?». I maligni lo descrivono come lo squalo dal volto umano dell’oceano cine-tv. In poco tempo, quella che lui chiama la sua “officina”, è arrivata a conquistare una cinquantina di prime serate l’anno su Canale5. Dietro la sua poltrona brillano Telegatti e premi assortiti. Su una parete c’è un tabellone con i dati di ascolto record di alcune sue creature: R.I.S., Paolo Borsellino, Karol, un uomo diventato Papa. Accanto ci sono delle foto in bianco e nero. Ce ne è una in cui Valsecchi sfila su un palcoscenico col pugno chiuso alzato. Molto compagno. Visto che Maurizio Gasparri ha definito “fiction comunista” I Liceali della Taodue, partiamo da qui.
Compagno Valsecchi…
«Ahah. Davvero pensiamo che ci siano fiction di destra e di sinistra? Sono categorie vecchie».
L’invettiva di Gasparri le ha creato problemi?
«Ho parlato con Fedele Confalonieri. Mi ha rassicurato: “Non si preoccupi. Quelli sono più realisti del re”».
Già, ma pure il re, Berlusconi ha detto che strozzerebbe chi fece “La Piovra”. Michele Placido, allora, è intervenuto per dire che le fiction eredi della “Piovra” vanno su Canale5. Parlava del “Capo dei capi”, roba prodotta da lei.
«Da Mediaset non sono mai arrivate grandi interferenze».
Neanche dopo che lei è diventato socio del gruppo della famiglia Berlusconi?
«Quale che sia il prodotto, quando è andato bene, mi hanno sempre chiamato per complimentarsi».
Business is business. “Il capo dei capi”, la storia di Riina, e “L’ultimo padrino”, la storia di Provenzano, sono stati accusati anche di essere troppo clementi con i mafiosi. Si finisce col fare il tifo per loro.
«Un po’ di fascinazione per il male è naturale. Ma non credo che davanti alle violenze descritte i telespettatori abbiano tifato Riina o Provenzano».
Qualche ministro leghista ha già protestato per la scena di “Cado dalle nubi” in cui Checco Zalone fa la pipì nella sacra ampolla padana?
«No. Checco alla fine se la prende pure coi terroni, quindi con se stesso».
Il ministro Gelmini non ha gradito le scene di “okkupazione” della fiction “I liceali”.
«Mica possiamo raccontare una scuola finta. Io voglio fare una tv che sia specchio del Paese».
La sua serie più celebre, “Distretto di polizia”, non è esattamente realistica.
«Lì mi sembrava giusto raccontare il commissariato che vorrei: caldo, accogliente, ma implacabile coi delinquenti».
A quando una serie tv o un film su Stefano Cucchi, il ragazzo morto dopo l’arresto, o sui fattacci genovesi nella scuola Diaz, durante il G8 del 2001?
«Ci ho pensato. Sono cose da regime cileno, che vanno raccontate. Sul G8 di Genova ho pure cominciato a scrivere. Ma con gli sceneggiatori non siamo riusciti a tirar fuori una storia col pathos che piace a me».
Comprerebbe i diritti del libro della D’Addario per una fiction su sesso e potere?
«Non è il mio stile. E poi quell’episodio mi pare minimo rispetto al romanzo alla Quarto potere che è la vita di Berlusconi. Allora meglio la “Marrazzo story”».
Scelta partigiana, lei è socio dei Berlusconi.
«Nel caso Marrazzo ci sono due morti, i trans… Mi piacerebbe realizzarla con lo stesso Piero. Sono stato tra i primi a inviargli solidarietà».
Coinvolge sempre i protagonisti delle vicende su cui realizza le fiction?
«Ci provo. Ricordo una riunione tesissima con le vedove di Nassiriya. E recentemente il no della famiglia di Alfredino Rampi, mi ha costretto ad abbandonare un progetto sulla tragedia di Vermicino. Sono andato al loro negozio di ottica per convincerli. Avevo pronta una sceneggiatura bellissima di Niccolò Ammaniti».
Quando fece la storia di Wojtyla chi coinvolse?
«Ci furono trattative lunghissime col Vaticano. Un giorno andai pure in visita dal Papa. Mi presentarono come quello che stava realizzando un film su di lui. Alzò lo sguardo e mi fissò, come per dire: “Vedi di farlo bene”».
Quando ha cominciato a fare il produttore?
«All’inizio degli anni Novanta».
Prima che cosa faceva?
«L’attore».
Mi racconta la sua infanzia?
«Mio padre era invalido di guerra, mia madre è morta che avevo dieci anni. Non un’infanzia felicissima. La domenica mi chiudevo nei cinema: western, 007…».
Prima esperienza nello show business?
«Uno spettacolo a scuola. Mi fecero talmente tanti complimenti che mi convinsi di poter fare l’attore. Mi iscrissi al Dams di Bologna».
Bologna, anni Settanta.
«Libertà, creatività. Il movimento studentesco e la spensieratezza. Entrai nel giro del Teatro zero. Facevamo teatro itinerante, nelle fabbriche occupate».
Il primo film in cui ha recitato?
«Sahara cross, interpretavo un terrorista. E poi Io sono mia, pellicola femminista. Mi ero trasferito a Roma e frequentavo il gruppo di Dacia Maraini. Lì conobbi Michele Placido. Diventammo compagni di merende».
Quando capì che recitare non era il suo campo?
«Durante uno spettacolo a Udine. Ero sul palco e pensai: “Che mi frega di raccontare questa storia?”. Era il 1982».
Si mise a produrre. Il primo progetto?
«Con Placido avevamo letto una storia pazzesca sul carcere Malaspina. Meri per sempre. Presi i diritti del libro e cominciammo a parlarne in giro per trovare un produttore. Ricordo un incontro romano al bar Antonini, durante il quale Nanni Moretti disse ad Aurelio Grimaldi, autore della storia: “Ma perché giri con questi due cialtroni?”. Gentile, eh?».
La prima grande produzione?
«La storia di Giorgio Ambrosoli, Un eroe borghese, tratto dal libro di Corrado Stajano che coinvolsi nella sceneggiatura. Ci mettemmo due anni e quindici stesure. Debiti. Cambiali. Prima c’era stata un’esperienza traumatica con Bellocchio. La condanna. Di nome e di fatto. Il regista mi aveva fatto sputare sangue. Su quel set ci siamo scontrati brutalmente. Lì ho imparato a fare il produttore, a trattare coi registi. Litigammo anche sull’Orso d’oro vinto».
In che senso?
«Lo voleva lui. Era un premio al film, lo reclamavo pure io. Quindi glielo chiesi in prestito, dicendogli che mi serviva per una foto. Non gliel’ho più ridato. Dopo il film con Bellocchio, mi misi in società con mia moglie Camilla».
È vero che il nome Taodue, viene da una litigatatra lei e sua moglie a Tao(rmina)?
«Sì, lanciai in mare la sua valigia».
Lei è un orco dispotico. Lo dicono anche i suoi collaboratori. Vuole mettere becco e avere ragione su ogni riga di sceneggiatura, sulle musiche, sul montaggio.
«La responsabilità ce l’ho io. Se una fiction va male, ci devo parlare io con Mediaset, mica il regista o lo sceneggiatore. Quindi le cose si fanno come dico io».
A proposito, gli ascolti della serie “Distretto di polizia”, non sono più quelli di una volta.
«Ora facciamo il Nuovo Distretto. Probabilmente ambientato in un altro quartiere. Stiamo lavorando anche per portare in America Crimini bianchi».
Ma in Italia è stato un flop.
«Perché gli italiani vogliono essere rassicurati. Non gli puoi dire che i medici sbagliano».
Gli italiani restano incollati di fronte agli errori dei medici di “E.R.”.
«Perché sono errori lontani. Negli Usa vorrei portare anche Ultimo. La prima fiction che ho prodotto per la tv».
Perché decise di passare dal cinema alla tv?
«A me la tv non piaceva. Non la guardavo proprio. Fu mia moglie Camilla a intuire che dovevamo indirizzare lì le nostre storie».
Che storie valsecchiane vedremo in futuro?
«Diabolik, di cui si sta occupando Camilla».
Chi farà Diabolik e chi Eva Kant?
«Per Diabolik mi piacerebbe Jude Law, per Eva Kant… Ho letto che a Carolina Crescentini piacerebbe quel ruolo. Poi stiamo lavorando alla storia di una produttrice tv e a quella di due famiglie di ristoratori… Sono convinto che noi siamo quello che mangiamo».
Lei che cosa mangia?
«Mangio bene e non mangio carne».
I Tao-Oscar. Miglior attore 2009?
«Tony Servillo, su tutti».
Migliore attrice?
«Jasmine Trinca, una bravissima attrice che ogni tanto sbaglia».
Che cosa sbaglia?
«È una di quelle che si sono rifiutate di fare il film con Checco Zalone. È affetta da cattocomunismo cinematografico: la sindrome, comunissima, che impone di lavorare solo con Moretti e affini, e che ti toglie la libertà di rischiare e di andare oltre i film “due stanze e una cucina”».
Il film che avrebbe voluto produrre?
«Gomorra di Garrone».
Il produttore più promettente?
«Mario Gianani. È cresciuto alla Taodue».
Un film che lei non avrebbe mai prodotto?
«L’ultimo di Carlo Mazzacurati. E poi certe cose che vanno sulla Rai».
Non faccia il megafono di Mediaset.
«Figuriamoci. Prima o poi mi piacerebbe produrre qualcosa per la tv di Stato. Ma non quelle fiction per il pubblico col catetere che vanno in onda ora».
A che cosa si riferisce?
«L’ultima serie con la bravissima Vittoria Puccini è l’esempio di come la tv possa tornare indietro. La Rai va risanata».
Chi vedrebbe bene a dirigere la Rai?
«Il manager banchiere Claudio Costamagna».
A cena col nemico?
«Aurelio De Laurentiis. È intelligente e capace. Ha inventato un genere che resiste da venti anni: il cinepanettone di Natale».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Stare con mia moglie. Una grande madre, e una grandissima produttrice».
Il libro preferito?
«Il giovane Holden. E poi leggo molte biografie. Mi piace esplorare le vite altrui».
Il film?
«Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Poco».
E un etto di tartufo?
«Molto».
I confini dell’Afghanistan?
«Io nel 1973 ci entrai dall’Iran».
Perché andò in Afghanistan nel ’73?
«In vacanza. Ma anche per conoscere meglio me stesso. Ci arrivai in autostop, da solo».
Quanti articoli ha la Costituzione?
«Che domanda… secondo lei?».
Centotrentanove.
«Maddai, avrei detto centotrentotto… eheh».

Categorie : interviste
Commenti
uic 10 dicembre 2009

Gentile VittorioZincone, le faccio anche io i complimenti per il suo sito, archivio, blog o qualunque cosa sia, perché mi piace.
Però, sulle sue interviste, è il momento di cambiare le domande finali. Oramai pure quelli che non sanno nulla di geografia si preparano! Suggerisco: quale edificio è raffigurato sui 2 centesimi di euro? Cosa significa sblandesrc (una parola straniera a caso)? Quali colori ha la bandiera della Papua Nuova Guinea? E sul finale: quanto costa un cd di Albano?

Certa che vorrà tener conto dei miei umili ma preziosi consigli, cordialmente, Uic

vz 10 dicembre 2009

@uic: gentile Uic, e olé. Stavo giusto cercando qualche suggerimento. Grazie e grazie (sperando che il prossimo intervistato non frequenti queste pagine, alla prox chiederò l’immagine sulla monetina).

mauro 16 dicembre 2009

buongiorno Sig. ZIncone
visto che i ns “cari” (nel senso che ci costano un po troppo) politici, vogliono anche insegnarci cosa si deve fare o non fare su internet, provi a chiedere cos’ è un Torrent…
una cosa è certa: tecnologia e progresso non si possono fermare con un decreto legge
cordiali saluti
mauro

vz 16 dicembre 2009

@mauro: Ah Mauro, la mancata risposta a quelle domande finali dovrebbe sortire un effetto stupore nel lettore: “Ma come, non sa il prezzo di un pacco di pasta?”. Oppure: “Ma come, non sa che cosa sia Youtube?”. Se gli domandassi che cos’è un Torrent, innanzitutto dubito che qualcuno si stupirebbe per la mancata risposta, e poi mi ritroverei a doverlo spiegare io a chi legge (e avrei qualche difficoltà ad essere esaustivo, lo ammetto).
Su tecnologia e progresso condivido. Ma il dibattito sulle libertà on line è complesso. A breve (quando mi deciderò a trasformare questo archivio in un blog) un post sul tema.
cordiali saluri

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