Richard Branson (Magazine – novembre 2009)

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Si sfila la camicia, rimane a torso nudo e si fa aiutare da Alessandro, l’assistente del fotografo, ad alzare il braccio destro. Serve uno scatto in versione Jim Morrison crocefisso? Lui si presta, malgrado abbia una spalla sofferente perché è caduto da un Quod, una moto con quattro ruote, durante una corsetta su una pista di Abu Dhabi. Un sorriso. Clic. E riemerge la smorfia di dolore per la contusione. Un minuto dopo è arrampicato su una sedia per farsi immortalare accanto a una pecora sorridente. Consiglio dell’assistente: «Fai vedere i tuoi dentoni». Detto, fatto. Clic. Non so quanti siano i megamiliardari quasi sessantenni che si mettono panza all’aria di fronte a una ventina di estranei e si fanno fare battute con tanta disinvoltura, ma questa è l’essenza di Sir Richard Branson, l’ultra Paperone inglese, creatore della Virgin. Immagine uguale sostanza. Un sorriso e pedalare. Una volta, per pubblicizzare i suoi nuovi telefonini Branson si fece appendere in tuta color carne a una gru in Times Square, a New York. E per lanciare la tratta aerea San Francisco-Las Vegas si gettò dal tetto di un casinò, rischiando di sfracellarsi. È un vero uomo logo. Uno spot vivente. L’icona ambulante del marchio Virgin.
Lo incontro nella redazione di Virgin Radio. Mentre parliamo giocherella con un foglietto di carta su cui ha scarabocchiato tutte le cose da fare a Milano. Sono tante. E infatti dopo l’intervista esce di corsa dalla stanza di dj Ringo, seguito da un codazzo di dirigenti e assistenti. Lo aspettano decine di altri giornalisti. Gli vado dietro. In teoria dovrebbe presentare solo il nuovo sito Virginpoker.it, ma i suoi affari sono tali e tanti che ci sono cronisti per tutti i gusti. Gli sportivi lo incalzano sulla sponsorizzazione Virgin al team Brawn di Formula 1 («Non so se rinnoveremo l’accordo»), gli economisti gli chiedono dei progetti per una Virgin Bank («Sarà diversa, ricordatevi che ho prodotto i Sex Pistols»), altri si informano sullo stato di salute della compagnia aerea Virgin Atlantic («Abbiamo passato quattro mesi d’inferno, ma ora va meglio»).
Branson, uno dei 150 uomini più ricchi del pianeta, sa prendersi in giro e prendere in giro. Eccolo con i giornalisti:  «Quanti di voi sono entrati in uno dei miei centri benessere Virgin Active? Guardandovi mi sembra che ne abbiate bisogno». Sir Richard ha raccontato la sua filosofia e il suo modo di fare affari in due libri (Il coraggio di rischiare e Il business senza segreti, pubblicati da Tecniche nuove), riassumibili in una sola parola: rock. Visto che i successi di Branson sono cominciati proprio con il rock, partiamo da qui.
Che cosa è rock, oggi?
«È rock la varietà delle cose che fai. La mia è stata una vita rock anche per questo. Non solo perché ho vissuto la swinging London di inizio anni Settanta».
L’ultimo evento rock a cui ha partecipato?
«Il Gran Premio di Formula 1 ad Abu Dhabi. Credevo che fosse il posto meno rock del mondo, e invece…».
Il personaggio più rock?
«Considero rock Nelson Mandela».
Con lui ha creato The elders, un gruppo formato da una decina di saggi che vanno in giro per il mondo cercando di portare la pace.
«Il gruppo è operativo da un anno e mezzo. E in Kenya abbiamo già dato un bel contributo. Oltre a Mandela ci sono anche Desmond Tutu, Kofi Annan, Jimmy Carter, Muhammad Yunus…».
Come ha conosciuto Nelson Mandela?
«Me lo ha presentato uno dei miei migliori amici, Peter Gabriel».
Ma qualcuno di meno famoso lo frequenta?
«Considero come una famiglia tutti i 50.000 collaboratori del gruppo Virgin, e non tutti sono famosi».
Che cosa non deve mai fare “un uomo Virgin”?
«Essere immorale».
C’è chi considera immorale il poker on line, quello che lei ha appena portato in Italia con Virginpoker.it.
«Immorale? Ma il poker è divertimento».
È giusto pensare al divertimento in tempi di crisi?
«Nessuno è più cosciente di me del fatto che ci sia la crisi, vista la differenziazione delle mie attività. Ma non si deve mai smettere di guardare avanti. Anche divertendosi».
Guardare avanti. La sua prossima avventura imprenditoriale?
«Virgin Galactica. I viaggi nello spazio».
Li realizzerà davvero?
«Da quando ho assistito al primo allunaggio nel 1969 ho maturato questo desiderio. I russi mi hanno offerto un posto su una loro navicella. Ma a prezzi esorbitanti. Allora ho deciso di fare da me. Il 7 dicembre porterò quattrocento aspiranti astronauti a vedere i primi test nel deserto».
Ha in programma anche viaggi sottomarini?
«Sì. Stiamo progettando sommergibili capaci di raggiungere profondità inaudite».
Voli spaziali. Immersioni oceaniche. Lei è famoso anche per i suoi record e le traversate in mongolfiera. Spesso ha rischiato la vita.
«Ho preso rischi e mi sono divertito. Un principio da applicare anche agli affari».
Quale è stato il suo primo business?
«Abeti».
Abeti?
«Alberi di Natale. Avevo nove anni. Comprai un po’ di piantine sperando di rivenderle l’anno successivo».
Come andò a finire?
«Dei conigli si mangiarono le piante».
Una débâcle.
«Sì. Ma poi io catturai i conigli e li vendetti a un macellaio vicino casa. Qualcosa ci guadagnai comunque».
Il primo lavoro serio?
«La rivista Student. Avevo sedici anni e frequentavo lo Stowe College. Esisteva già un giornalino degli studenti, lo Stoic, ma parlava solo di questioni amministrative. Pensai che serviva altro. Un foglio politico e creativo. Chi non vuole cambiare il mondo da adolescente? C’era il Vietnam… In poco tempo arrivammo a vendere migliaia di copie».
Migliaia? Con un giornalino scolastico?
«Non fu mai solo un giornalino».
A sedici anni dove trovò i soldi per stampare e distribuire migliaia di copie?
«Usai qualche trucco».
Racconti.
«Mia madre mi aveva prestato 4 sterline».
Un po’ poco.
«Erano sufficienti solo per i primi 320 francobolli per le spedizioni. Subito dopo scoprii il modo per chiamare gratis da una cabina telefonica con l’operatore. Da lì cominciai a raccogliere sponsor. Chiamavo quelli della Lloyds Bank e gli dicevo che avevo appena venduto lo spazio della terza di copertina alla Berkleys e che era rimasto quello sulla quarta, ma si dovevano sbrigare perché anche un’altra banca era interessata».
E funzionava?
«Incredibilmente sì».
Ma era un bluff.
«Affinai la tecnica. E riuscii a sfruttare anche la concorrenza tra Pepsi e Coca-Cola. Non avevano idea che a chiamarli fosse un ragazzo rintanato in una cabina telefonica con una manciata di monetine in mano. In breve tempo Student diventò un fenomeno. Intervistammo Mick Jagger, Sartre… allora non c’erano gli staff e gli uffici stampa a fare da barriera».
Quando cominciò ad occuparsi di musica?
«Sull’ultimo numero di Student comparve la pubblicità della nuova avventura che avevo pensato: la vendita di dischi per posta».
È a quel punto che nacque il marchio Virgin?
«Sì. Parlando con degli amici qualcuno disse: “In questo campo siete come vergini”. E così… A inizio anni Settanta con Nick Powell aprimmo anche un negozio. Era un periodo meraviglioso a Londra. Le radio clandestine, il rock. Chiedemmo al proprietario di un vecchio negozio di calzature dismesso in Oxford Street se ci poteva affittare i suoi locali. Ne facemmo un luogo trendy, il primo negozio della Virgin records. I ragazzi ci venivano per incontrarsi, non solo per fare acquisti. Conobbi cantanti, musicisti».
Cominciò anche a produrli.
«Il primo fu Mike Oldfield. Lo avevo sentito suonare e consideravo la sua musica pazzesca. Ma le case discografiche non condividevano il mio giudizio. Lo rifiutarono in sei. Allora decisi di muovermi. Era il 1973. Per mia fortuna Tabular Bells divenne la colonna sonora del film Esorcista».
Poi, negli anni, lei ingaggiò anche i Sex Pistols, i Genesis, i Culture Club, i Simple Minds. Oggi se si occupasse ancora di produzioni musicali chi vorrebbe nella sua scuderia?
«The Killers. Una grande band. Ma ammetto che non sono aggiornatissimo».
Qualche italiano?
«Ne producemmo uno. Riciardo Cocen… Cogend…».
Riccardo Cocciante?
«Esatto. Molto bravo»
Agli aerei come ci arrivò?
«L’idea mi venne durante un viaggio ai Caraibi. Dopo un giro in Giamaica e alle isole Vergini, io e la mia fidanzata rimanemmo fermi in un aeroporto perché un volo era stato cancellato».
Tirò fuori il libretto degli assegni e si comprò un aereo?
«No. All’epoca non avevo tanti soldi. Lo affittai. Poi misi un cartello nella sala dove c’erano i passeggeri che si erano visti cancellare il volo e li invitai a venire sul mio aereo».
La passione per il volo da dove viene?
«Beh, mia madre è stata una delle prime hostess d’Inghilterra. Il vero e proprio progetto di creare una compagnia si materializzò a metà anni Ottanta, approfittando delle liberalizzazioni tatcheriane e dei consigli di Freddie Laker pioniere di Skytrain e dei voli low-cost. Contattai la Boeing di Seattle per acquistare un jumbo usato. Quando ne parlai coi soci di Virgin Music rimasero contrariati. Ma andai avanti e fondai la Virgin Atlantic. A bordo del primo volo per New York c’era tutta la mia famiglia. Lo stesso vorrei che avvenisse sul primo volo spaziale con la Virgin Galactic».
Musica, aerei… poi sono arrivati anche i treni, le carte di credito, le palestre, le bibite, i vestiti, i programmi televisivi e chi più ne ha più ne metta. Tutto cominciando a quindici anni. Oggi, su quale settore consiglierebbe di puntare a un giovane imprenditore agli esordi?
«Energia pulita».
Detto da chi ha compagnie aeree ultra inquinanti e sponsorizza un team ultra inquinante di Formula 1, sembra un paradosso.
«Qualche anno fa sono arrivato a un bivio: lascio gli aerei e permetto ad altri di inquinare o mi prendo un impegno personale? Ho scelto l’impegno, che tra l’altro ho preso in presenza di Bill Clinton».
Di quale impegno si tratta?
«Investo i profitti delle mie compagnie aeree in ricerca. Con i soldi fatti bruciando energia in modo “sporco” investo sull’energia pulita e sui carburanti non inquinanti. E poi sponsorizzo una Carbon war room, una struttura che studia la lotta al global warming».
I voli spaziali sono anche metafora della fuga da un pianeta inquinato?
«Eheh. Ma guardi che ci sono risvolti commerciali notevoli in queste avventure: con i voli spaziali si aprirà il mercato dei satelliti e ne trarranno profitto anche i voli di linea transoceanici».
Si dice che lei voglia passare dalla semplice sponsorizzazione del team Brawn in Formula 1 all’acquisizione di un team tutto suo.
«Intanto mi godo la vittorie delle Brawn. Poi chissà… tra qualche settimana potrebbe arrivare un annuncio. Io comunque preferirei legarmi a dei team piccoli, che nascono da zero. E comincerò una battaglia per la riduzione delle spese in Formula 1».
La leggenda vuole che visti i suoi continui spostamenti lei abbia guardaroba tutti uguali in ogni angolo del pianeta. Chi glielo fa fare di agitarsi ancora così? Ha quasi sessant’anni, è multimilionario e ha un’isola meravigliosa nei Caraibi dove si potrebbe ritirare.
«Mia nonna quando aveva 99 anni mi ha scritto: “Gli ultimi dieci anni della mia vita sono stati i migliori di sempre”. Quindi non scherziamo. A Necker Island un po’ ci sto ma comunque, quando sono lì, non smetto di lavorare e appuntare idee sul mio taccuino».
In quarant’anni le è mai capitato di toppare qualche business?
«Mi è successo di farmene sfuggire alcuni ottimi».
Un esempio?
«Beh. Mi proposero di partecipare alla RyanAir. Mi proposero il Trivial Pursuit. Di errori se ne fanno».
L’errore più grande che ha fatto?
«Mi sono lasciato sfuggire i Dire Straits».
Come è successo?
«Li stavo per scritturare. La sera prima della firma andammo a festeggiare in un ristorante greco. Dopo la cena ci portarono un piattino con sopra una bella canna. Mark Knopfler e gli altri pensarono che li volessimo drogare».
È il caso di dire: un affare andato in fumo.
«La cena più cara della mia vita».

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